I continui disordini di questi scellerati avevano contribuito non poco alla pubblica corruzione, e alla propagazione dei mali venerei. Queste malattie erano tanto comuni, che si potevano contrarre con la stessa faciltà con le cameriere che con le signore; sembravano essere le inseparabili compagne degli amori illeciti, e si attaccavano a tutti i gradi della scala sociale.

In seguito alle infami depravazioni della corte di Luigi XIII, non è sorprendente che gli uomini corrotti, che circondavano Luigi XIV prima della sua maggiorità, avessero tentato di depravarne i costumi per dominarlo, senza aver bisogno del concorso di un'amante. Tale fu, senza dubbio, l'origine dell'avversione che il giovane re aveva concepito contro questi infami corruttori che osarono portar su di lui una mano impudica. Luigi XIV infatti non ebbe mai la minima inclinazione pel vizio contro natura; se avesse seguito il suo carattere avrebbe anche punito severamente quest'obbrobrio; ma Louvois, cui amici in maggior parte si abbandonavano a tali dissolutezze, diceva al re, che ciò valeva meglio pel servizio di Sua Maestà, che se essi si fossero dati alle donne; giacchè quando bisognava andar alla guerra ed entrare in campagna, era difficile di staccarli dalle loro amanti, mentre con altre tendenze, erano felici di lasciare le donne ed entrare coi loro [pg 79] amanti ed amici in campagna, e che in questo caso non erano nemmeno tanto affrettati a ritornare in città.

Il duca di Vendôme viveva all'armata nella corruzione la più immonda, con i suoi familiari ed i suoi favoriti, senza arrossire dei suoi cattivi costumi e senza aver il pudore di nasconderli. Il gran Condè ebbe ugualmente a subire l'influenza perniciosa dell'esempio; essendo andato all'armata, ai tempi dei suoi amori con la signorina di Epernon «vi contrasse altri gusti—racconta la principessa Palatina—che al ritorno non poteva più soffrire le donne, e, diceva, per scusarsi, che era stato malato e che aveva perduto tanto sangue da non rimanergli più forze per dedicarsi al suo amore».

La sua amante però non si tenne paga di tali ragioni, ed informandosi, scoperta la vera causa dell'incostanza di colui che amava, per la rabbia e la vergogna andò a rinchiudersi fra le Carmelitane.

«Il vizio contro natura, dice la principessa Palatina, era la più grande passione del maresciallo di Villars,» e parlando del Duca di Orleans, fratello del re, la stessa competente scrittrice dice maliziosamente: «questo principe faceva le finte di avere un'amante, e di esserne innamorato, però questa donna se non avesse avuto altri amanti, non avrebbe certo perduto la riputazione, giacchè fra di loro non deve mai essersi passato nulla di biasimevole.»

Le dame di corte vedendosi disprezzate ed abbandonate dagli uomini, avevano formato fra esse una lega per farne a meno. Esistono troppi esempi scandalosi di questa depravazione [pg 80] feminile, la quale si era prepagata con tanta impudicizia, che le donne le più irreprensibili ne parlavano come di una cosa comune. La perversità aveva fatto tali progressi fra le donne di corte, da far loro mantenere secrete associazioni della più infame natura, che non furono mai colpite dalla vendetta pubblica, e che sfuggivano perfino alle ricerche della polizia particolare del re.

Le cortigiane dal canto loro, soprattutto le giovani, stabilirono pure associazioni dello stesso genere perfino nel castello di Versailles; era un nuovo ordine di Templari, che non aveva altro scopo se non la più infetta corruzione.

Luigi XIV prese energiche misure per punire i colpevoli e principalmente per distruggere tali spaventevoli società: «Le quali furono dissipate, ma fu impossibile di strappare dallo spirito della gioventù la semenza della corruzione che vi aveva messo salde radici.»

Le pubbliche passeggiate di Parigi erano invase, al cader della notte, da uomini depravati che cercavano di soddisfare le loro ignobili passioni. Tutte le vie oscure e poco frequentate divenivano il teatro delle più turpi infamie; il Louvre, il palazzo ufficiale della regalità assente, che siedeva a Versailles, non era nemmen'esso rispettato dai vili libertini, che Sauval chiama i volontarii del Louvre. Il conte di Pontchartrain scrive da Fontainebleau il 2 novembre 1701: «Il re è stato informato che i cortili del Louvre servono ai più infami usi di prostituzione e che il portiere favorisce simili disordini e [pg 81] lascia aperto il passaggio e l'entrata dei cortili.»

La cronaca del tempo segnala l'epoca della pace del 1748, come l'epoca vergognosa in cui cominciò a manifestarsi, per Luigi XV, il disprezzo generale, che non fece che accrescersi ogni dì più. Depositando la corazza il re parve che rinunziasse alla gloria e perfino all'amore del suo popolo, giacchè abbandonò le redini dell'impero alla sua amante, di cui l'odioso regno doveva continuare fino alla sua morte.