A quest'epoca di decadenza e ancora aderenti alla tradizione pagana[208] appartengono due autori che non furono senza influenza nel propagare la rinomanza di Virgilio lungo i secoli della barbarie; parlo dei due grandi luminari della grammatica, Donato e Prisciano. Questi due compilatori, sorti a circa due secoli di distanza l'uno dall'altro, dominarono con tanta forza nelle scuole dei grammatici, durante tutto il medio evo, che il loro dominio sopravvisse anche a questo, e sia direttamente, sia indirettamente, per l'uso che se ne fece nel fabbricare nuovi libri scolastici, si protrasse fino a' tempi nostri[209]. Il commento a Virgilio di cui già abbiamo fatto cenno, oscurato da quello di Servio, non procacciò a Donato la rinomanza ch'egli ebbe in grazia della sua grammatica, tanto adoperata nelle scuole e tanto familiare a quanti le avean frequentate, che il nome di Donato finì col significare quell'arte in generale. Prisciano, con lavori di compilazione più estesi e più dotti che quei di Donato, acquistò un'autorità tanto grande che la venerazione per lui spesso negli scrittori del medio evo si traduce colle più entusiastiche espressioni[210]. Non deviando dalla tradizione dei grammatici anteriori, dai quali compilavano, Donato e Prisciano da Virgilio assai più che da qualsivoglia altro scrittore attingono esempi, al punto che se fino allora Virgilio fosse stato poco letto e trasandato, essi soli, coll'autorità di cui godettero, sarebbero bastati a metterlo in voga[211]. Prisciano, in uno scritto speciale che fu molto in uso, ci dà un curioso saggio del modo col quale nelle scuole si faceva servire Virgilio all'insegnamento prattico della grammatica. Prendendo il primo verso di ciascun libro dell'Eneide, su quei dodici versi ei fa esercitare lo scolaro, chiedendogli ragione di ogni parola e l'analisi grammaticale e metrica; e così passando di domanda in domanda ei trova in quei versi tanto da far ripetere al discepolo le regole o le definizioni principali della grammatica e della metrica[212]. È notevole che Lucano, il quale fu di moda nel medio evo, vien citato da Prisciano quasi tanto sovente quanto Orazio. Ma il poeta ch'ei cita più sovente dopo Virgilio è Terenzio.

Anche all'infuori della sfera scolastica e dotta, il poeta non cessava di essere popolare, come prima lo era stato. Le rappresentazioni teatrali desunte dalle sue poesie continuavano tuttora, ed uno dei soggetti preferiti erano le infelici avventure di Didone, che commovevano le genti fino alle lagrime, ed erano tanto in moda che sulle tappezzerie, nelle pitture ed in ogni opera d'arte figurata erano rappresentate di preferenza[213]. Nè mancavano le letture pubbliche ed ancora nel sesto secolo il popolo affollato udiva leggere l'Eneide nel fôro Traiano[214]. Non conviene dimenticare però che nello stesso tempo destava entusiasmo la meschina poesia di Aratore sugli Atti degli Apostoli, e per ben sette volte era costui chiamato a farne pubblica lettura[215]. E già il nome di Virgilio si applicava ad uomini di così poco valore che Ennodio mostravasene grandemente irritato[216]. Una mano consolare trascriveva ed emendava il testo di Virgilio nel codice prezioso che ci rimane[217]; ma distinzioni di tal natura toccavano a quei tempi anche ad altri scrittori, poveri figli di povera epoca.

Quanto diversa da quella di un tempo era Roma allora, e quanto diverso il popolo romano! La retorica pomposa e vuota dei panegiristi e di Simmaco fra gli altri che giunge ad applicare al regno di Graziano i felici e ridenti presagi della quarta ecloga[218], non fa che rendere più lugubre lo spettacolo di tanta rovina. Ben più reale e giusto è il sentimento di Girolamo che, udendo nella sua solitudine in oriente come Roma fosse stata presa da Alarico, esprimeva con versi dell'Eneide il profondo dolore cagionatogli dalla tremenda notizia, ed esclamava col salmista: «Deus venerunt gentes in haereditatem tuam!»[219] Alle memorie di un passato glorioso si contrapponevano i tristi fatti della decadenza, il gelido ed umiliante contatto dei barbari ormai scatenati ed il presentimento di un avvenire tetro e luttuoso. Quantunque però Roma e il suo impero cadessero, quella unità civile di tanti popoli, ch'era la grande opera sua e la vera sua missione, rimaneva. Nell'animo di tutti Roma era sempre madre di ogni ricordo civile, simbolo di miracolosa potenza, ideale altissimo e poetico di ogni umana grandezza; quel forte ed universale sentimento romano a cui Virgilio avea così bene proporzionato la sua epopea, anche dopo distrutto l'impero, era troppo essenzialmente connesso colla cultura latina perchè potesse spegnersi finchè quella vivesse. La vasta orma che lasciava il dominio romano e i benefizi che l'umanità ne ereditava, danno alle infinite espressioni di quel sentimento che universalmente sopravvisse ad esso per lunghi secoli, una base reale e solida che non permette di vedere in quelle una riproduzione fredda ed automatica dall'antico. Certo però le condizioni del pensiero erano profondamente mutate, e per una grande parte dell'antica cultura questo non poteva essere che passivo, nè poteva, nella sua attività presente, armonizzare assai intimamente con quella. Il gusto era deperito affatto, ed ogni giusta idealità estetica ed artistica era del tutto spenta.

Quelle potenze psicologiche dalle quali l'arte risulta, dove non giacessero paralizzate, erano impiegate e sfogate in un campo novello a cui l'arte di vero nome era estranea. In queste epoche di grandi lotte e di grandi trasformazioni morali e sociali, c'è sempre un dispendio immenso di elatere poetico, il quale, piuttostochè una espansione artistica, ha per prodotto il fatto stesso gravissimo ed imponente del generale rinnovamento. Cristo non verseggiò, ma quanta poesia non assorbì nella personalità e nell'attività sua e in quella di tanti seguaci suoi! L'arte fra quel rimescolarsi ed urtarsi di elementi eterogenei, fra quell'imperfetto pensare e sentire di un mondo che si decomponeva e si rigenerava, avea difetto delle condizioni più indispensabili alla sua esistenza; l'animo delle genti era turbato, distratto vagamente, e come indurato alle impressioni estetiche, il sentimento artistico tralignato o spento. Irrigidita e come stereotipata seguitava intanto l'antica cultura: le menti aveano sempre dinanzi i prodotti dell'arte antica, ma il livello di esse era troppo abbassato, gli scopi e gl'ideali del pensiero erano troppo nuovi e diversi perchè si possa credere che quelle antiche opere, tuttavia studiate e ammirate, esercitassero realmente sugli animi un prestigio più ragionevole di quello di una brillante fantasmagoria. Come vediamo da Macrobio e dai grammatici e da ogni sorta di scrittori, il posto centrale in quel corpo di dottrina, in quel complesso di autorità tradizionali, scolastiche e dotte, era tenuto da Virgilio il quale appariva come l'astro più luminoso intorno a cui tutti gli altri gravitavano. Quelle qualità reali di dottrina che lo distinguevano e che già fin dai primi tempi della sua rinomanza avean condotto a giudizi inesatti, in quest'ultima epoca rimanevano sole in vista ed, in tanto prestigio di quel nome, erano intese ed esagerate in ordine alle tendenze ed alla natura del pensiero d'allora, spinto irresistibilmente al simbolo, all'allegoria ed al misticismo da più cause ed influenze diverse, che si riassumono nel predominio del neoplatonismo e più ancora del cristianesimo ormai trionfante. I poeti del tempo non riuscivano più che ad un verseggiare di rado mediocre, più spesso cattivo, generato e governato unicamente dalla scuola grammaticale e retorica. Tutta l'arte del massimo poeta latino appariva a quella gente come un mistero, di cui la chiave dovea cercarsi in una sapienza vastissima e recondita. Prova di fino ingegno e di sapere superiore al volgare pareva il trovarvi dentro conoscenze e dettami scientifici d'ogni maniera e sensi riposti di alta filosofia.

Centro e sommità del retaggio letterario lasciato dai latini, rappresentante della sapienza antica, interprete di quel sentimento romano universale che sopravviveva all'impero, il nome di Virgilio acquistava un ampio e alto significato che nell'Europa latina lo connaturava quasi colla civiltà stessa[220]. Con questa missione lo tramandava ai secoli avvenire la morente società pagana che nell'abbattimento e nell'agonia si adoperava a riassumere, con opera frettolosa, i portati della splendida e gloriosa sua vita. Parecchi secoli prima che Dante chiamasse Virgilio «virtù somma» Giustiniano, sul più tetragono monumento della sapienza prattica de' romani, era in grado di richiamarne il nome, ponendolo accanto a quello del divino epico greco che, per lui, è il «padre di ogni virtù»[221].

CAPITOLO VI.

Ma ormai possiamo inoltrarci a seguitare le vicende di Virgilio lungo il medio evo. I barbari ed il cristianesimo hanno fatto cambiar totalmente d'aspetto l'antico mondo latino. Da un lato le lettere minacciano di perire sotto i colpi del fanatismo religioso o d'affogare nel vasto pelago della letteratura teologica; da un altro gli invasori, gente ruvida ed incolta, per tutt'altra ragione mostrano di aver occupato i paesi civili che per amore della civiltà stessa o per gran voglia che abbiano di studi classici. Oppressi ed oppressori, laici ed ecclesiastici hanno troppe preoccupazioni materiali o troppo han da pensare per la salute dell'anima, perchè il gusto del bello classico possa fiorire fra loro. Nondimeno c'è un'àncora di salvezza per le lettere latine. Il latino è tuttavia la lingua degli scrittori e della chiesa singolarmente, ed è già un tempo in cui per iscrivere passabilmente in latino bisogna averlo studiato. Mentre esso è quasi affatto ridotto allo stato di lingua morta, i volgari dell'Europa latina, quantunque in istato di formazione più che incipiente, pure non sono ancora giunti a quell'organismo determinato e definitivo a cui mostrano di tendere, ed in cui soltanto potranno arrivare all'onore di lingue letterarie. Quindi le scuole, e principalmente le scuole dei grammatici, devono seguitare ad esistere, ed attorno alla grammatica dovranno seguitare ad aggrupparsi le altre discipline che sono pure o si credono necessarie anche al nuovo avviamento, sopratutto religioso, che han preso gli scrittori. Se i testi raccolti da vari dotti per provare l'esistenza delle scuole in tutte le epoche del medio evo non si avessero, a provar ciò basterebbe questo fatto dell'uso non interrotto di scrivere in una lingua di esistenza puramente letteraria, e differente dalla lingua parlata. Devesi però badar bene a non prendere queste scuole per qualcosa di più serio e importante di quel ch'esse erano in fatto. In esse s'insegnò per l'appunto quanto era necessario, o per meglio dire, quanto pareva necessario; poichè in fondo gli studi profani non erano più uno scopo, ma doveano servire materialmente come propedeutica a studi superiori di tutt'altro genere. Quindi le sette arti nelle quali già da tempo anteriore ad Augusto si era diviso il materiale della istruzione[222], e che poi si erano venute sensibilmente assottigliando, nel medio evo son ridotte ai minimi termini. Un tempo il compendiare in un riassunto ordinato gli elementi delle principali discipline, come fecero Catone e Varrone, era opera che, quantunque utilizzata, teneva un posto modesto fra le produzioni letterarie, a causa della vita reale e propria che animava ciascuno dei rami di sapere in quelle opere riuniti. Ora che quella vita era spenta e ciascun ramo del sapere laico, non più produttivo, veniva ridotto e ristretto nei più angusti limiti dell'indispensabile, i riassunti generali erano un risultato di quelle stesse cause che spingevano ai compendi di ciascuno studio speciale, e, come prodotti richiesti da un bisogno del tempo, doveano esser numerosi e ottenere nella letteratura un posto e una notorietà che prima non avrebbero potuto avere. Ciò spiega le enciclopedie delle sette arti di Cassiodoro, Capella, Isidoro, Beda e di altri che, con vario artificio, tutto il sapere profano racchiusero in picciol volume, e spiega pure la buona accoglienza che ad esse fu fatta e la celebrità di cui godettero per tutto il medio evo. Propriamente in queste enciclopedie si scorge che delle varie discipline in esse trattate, la più prossima e la più affine all'autore è in generale la grammatica, della quale le altre costituiscono come il corteo e il complemento; la natura dell'assieme e della trattazione è tale che mal si potrebbe dare all'autore, per l'indole della sua opera, altro titolo che quello di grammatico. E veramente la grammatica è trattata e considerata sempre come la prima fra le arti liberali, ed è bello udire un re barbaro che si ammanta alla romana, Atalarico, tesserne l'elogio in una ordinanza diretta al senato romano, perchè provvegga allo stipendio dei professori di arti liberali. «La prima scuola dei grammatici, dic'egli, è il più bel fondamento delle lettere, madre gloriosa di facondia che fa e ben pensare e correttamente parlare... È la grammatica maestra del dire, ornatrice del genere umano, che coll'esercizio di bellissima lettura sa giovarci dei consigli degli antichi. Lei non conoscono i barbari... chè le armi ogni altro popolo le possiede anch'esso, ma l'eloquenza solo accompagna i dominatori romani»[223].

E dove regnò la grammatica ivi regnò anche Virgilio, compagno inseparabile ed autorità suprema di essa. Virgilio e la grammatica si può dire che, nel medio evo, cessino di essere due cose distinte e divengano quasi sinonimi. Così quando Gregorio di Tours (VI sec.) ci dice che Andarchio fu in sua giovinezza istruito «nelle opere di Virgilio, nel codice teodosiano, e nel far di conti»[224], per questa istruzione «nelle opere di Virgilio» non si può intendere altro che l'insegnamento grammaticale; come infatti nella vita di S. Bonito è detto che questi fu istruito «negli elementi della grammatica e nelle leggi di Teodosio»[225]. Perciò a Virgilio si paragonava chi molto fosse creduto valere in grammatica[226]. Un altro curioso esempio di questo ch'io noto è quel grammatico di Tolosa, a quanto pare del VI o VII secolo, che insegnando un latino di stranissimo conio di cui parlerem poi, non crede poter trovare altro nome che meglio a lui si addica di quello di P. Virgilio Marone, che è appunto l'unico nome sotto il quale noi lo conosciamo.

Questa condizione di cose durò per quasi tutto il medio evo, fino al sorgere delle letterature moderne, allorchè il laicato ridestavasi all'attività intellettuale e gli studi secolari ritornavano ad esso. Le ragioni indirette che raccomandavano al clero medievale lo studio delle sette arti, non erano tali da produrre quel calore che infonde negli studi il moto e la vita e rende le lettere e il sapere capaci d'incremento; la tradizione antica, già stagnante e incadaverita negli ultimi tempi dell'impero e del paganesimo, attraversa quei secoli, nei quali il fervore cristiano domina esclusivamente nel sentimento e nel pensiero, come una sostanza che sospesa in un mezzo troppo eterogeneo e incapace di scioglierla, si coagula e separata dal resto precipita al fondo. Quanto ad essa tutti i secoli di quella età si rassomigliano; è materia morta che passa di mano in mano, senz'altra modificazione tranne quella che le fanno patire i ruvidi e strani contatti che deve sostenere. Se in qualche luogo quello studio decade tanto da cessare quasi affatto, gl'inconvenienti prattici che porta seco quella mancanza spingono qualche autorità a farlo risorgere; ma risorto, è quel di prima. Se innovazione si cerca, questa non riguarda che il modo di pigiare sempre più nello strettoio quella massa già tanto ridotta. Inventar nuove vie di compendiare quello studio e renderlo più sbrigativo, è la sola cosa che si cerchi e da molti in varie guise si tenti[227]. Carlo Magno potè bene rialzare gli studi classici caduti a terra e quasi smessi, ma innovarli no. La grammatica, che fu fra le sette arti la più beneficata da questo principe, salvo la puerilità e l'ignoranza di cui danno prova i compilatori e i rifacitori, nel suo essere rimane qual era negli ultimi tempi del paganesimo durante tutto il medio evo, fino al XII secolo, in cui la teorica grammaticale subisce anch'essa l'influenza della scolastica[228]. Erano già sorte le letterature moderne e il pensiero muovevasi già in una via novella quando la grammatica seguitava ancora, nell'idea comune, a tenere quel primo posto che le assegnava nel sesto secolo il re ostrogoto[229]. Quel che diciamo della grammatica va inteso anche di Virgilio, che con essa attraversò il medio evo, dominando negli studi profani, e serbando nello studio grammaticale l'antico suo posto. Insieme al materiale dell'insegnamento profano il medio evo prese dalla decadenza bell'e formate le nominanze degli antichi autori; nè fu più oculato e libero scrutatore degli antichi nomi di quello fosse delle dottrine. L'eco dell'antica nominanza virgiliana e di quella idea che al nome di Virgilio annettevano gli uomini della decadenza, si ripercote lungo tutto il medio evo, nelle forme ingenue che doveva produrre un grado di cultura così basso, ed un nuovo mondo d'idee talmente estraneo all'antichità pagana.

L'antichità classica adunque non sopravvisse al medio evo che afferrandosi alle panche delle scuole elementari, e quanti autori antichi godettero di qualche rinomanza in quell'epoca, ne andarono debitori ai maestri di scuola. Principali insieme con Virgilio, e quasi come pianeti del grande astro, troneggiarono in quelle scuole Ovidio e Lucano, Orazio, Giovenale, Stazio e poi altri a seconda delle preferenze dei maestri. Erano i primi nomi di antichi autori che, con quelli dei grammatici, l'istruzione elementare scolpiva nella mente dei fanciulli. Fatti adulti e anche divenuti scrittori, pur volendo, non riuscivano ad estinguere quelle reminiscenze della scuola che serbava sempre vive la lingua che adoperavano scrivendo. Quindi avveniva loro di citarli frequentemente, e quindi l'immenso numero delle citazioni di Virgilio e di scrittori pagani, che ricorrono presso gli scrittori cristiani, prima e dopo la totale estinzione del paganesimo e durante tutto il medio evo. Ma il sentimento e l'ascetismo cristiano doveva pur suscitare gravi ripugnanze contro questi rappresentanti dell'idea pagana, e noi dobbiamo qui studiare da vicino la posizione di Virgilio e degli altri antichi scrittori in mezzo ai fieri attacchi che subì il paganesimo per parte degli scrittori cristiani, e particolarmente dopo la vittoria completa riportata su di esso dalla nuova religione.