Ma il più adoperato dei commentatori di Virgilio ed il solo che oggi ci rimanga completo, benchè tutt'altro che intatto, è Servio che fu usatissimo nelle scuole del medio evo, e riesce molto importante anche oggi, non tanto per la illustrazione di Virgilio, quanto per ogni sorta di preziose notizie che ci ha conservate. Giudicare del valore di questo lavoro di Servio da quello ch'esso è oggi, è cosa assai difficile[168]; poichè da un lato è evidente che Servio compilò da commenti e da opere grammaticali anteriori, dall'altro è pure evidente che, nel grande uso fattone, ha subìto alterazioni diverse, ed è stato interpolato lungo il medio evo, talvolta stupidamente al punto di fargli citare Servio stesso[169]. Certo però Servio era un grammatico distinto pe' suoi tempi e superiore a Donato, di cui spesso con molto senno e giusto sapere riprende gli errori. Ma non per questo egli ha potuto schivare molti difetti della dottrina del secol suo. Una certa stereotopia si ravvisa in tutta la tradizione grammaticale in quest'epoca, ormai irrigidita, quale durerà per tutto il medio evo, e si riconosce chiarissima anche in questa parte prattica dell'insegnamento dei grammatici, che era costituita dalla esposizione degli scrittori. Fra le molte cristallizzazioni di prodotti anteriori che si ritrovano in Servio, assai ve ne ha che provengono da un cattivo indirizzo già esistente in quello studio anche nell'epoca migliore. Quelle questioni futili che furono tanto in voga fra gli Alessandrini circa Omero[170], e delle quali tanto si dilettò Tiberio[171], ebbero luogo anche per Virgilio, e dalla formola uniforme molte si riconoscono ancora in Servio[172]. Una critica coscienziosa ed una solida dottrina non erano punto indispensabili per ciò che la moda domandava in questo esercizio, nel quale troppo spesso i grammatici si trovavano o erano spinti sul terreno della ciarlataneria[173], guardandosi, così ne' quesiti come nelle risposte, piuttosto al sottile, all'imprevisto e allo specioso, che all'utile, al giusto ed al vero. Un curioso esempio di ciò offrono quei 12 o 13 luoghi virgiliani che si credeva presentassero difficoltà insuperabili[174]. La loro insuperabilità era quasi un articolo di fede, e dinanzi ad essi il grammatico tirava di lungo, dicendo: è uno dei dodici. Eppure alcuni di quei luoghi che Servio pone in quel novero, non presentano davvero difficoltà ben reali.

Per quanto debba ammettersi che molto nel commento di Servio è opera di interpolatori, talune interpretazioni allegoriche, come p. es. quella relativa al ramo d'oro con cui Enea scende all'Inferno[175] e simili, sono troppo d'accordo colle idee di quel tempo perchè si possa credere non appartengano a Servio. Però se qua e là ad alcuni versi o a qualche parte del racconto virgiliano Servio attribuisce un significato filosofico, non c'è traccia in tutto il commento di una interpretazione allegorica sistematica e generale, che faccia convergere tutto l'insieme di un'opera virgiliana verso un solo concetto riposto. Di una interpretazione cosiffatta avremo a parlare diffusamente in appresso; allora potremo trattenerci a studiare più da vicino quest'ordine di fatti nella sua indole e nelle sue cause.

Virgilio invero fece uso dell'allegoria, ma piuttosto per cose di fatto che per idee, e ciò fece, come tutti sanno, singolarmente nelle Bucoliche. Un'antica tradizione che risale fino ad Asconio Pediano ed ai tempi stessi del poeta, sull'autenticità della quale non può cader dubbio, portava che il poeta nelle Bucoliche copertamente alludesse a casi della sua vita o ad avvenimenti del suo tempo. Ma questa notizia vaga e generica, lasciava poi indeterminato fino a qual punto egli avesse spinto quell'allegoria, talchè, come pare, fin dai primi tempi, gl'interpreti eran divisi sulla interpretazione di molti luoghi che taluni intendevano nel loro senso letterale o, come Servio si esprime, simpliciter, altri invece fantasticavano interpretandoli per allegoriam e credendosi obbligati a pescare fatti ai quali in quelli il poeta volesse alludere. Servio nel giudicare le varie opinioni mostra di tendere ad una ragionevole limitazione del senso allegorico[176] e spesso si pronunzia pel simpliciter escludendo l'allegoria come «non necessaria». Però non è sempre conseguente in ciò, e talvolta anch'egli ammette o lascia passare come possibili interpretazioni allegoriche affatto strane e prive di ogni fondamento[177]. Sarebbe un esagerare i meriti di questo grammatico e farlo troppo disuguale ai tempi suoi, l'attribuir tutto ciò agli interpolatori e credere che di tali peccati egli non porti alcuna colpa. Fino a qual punto giungesse la manìa di così interpretare vedesi subito sul principio del commento alla prima ecloga. Appena detto che sotto la persona di Titiro deve intendersi Virgilio «non però sempre, ma solo dove ciò ragionevolmente si richiede» viene interpretato sub tegmine fagi come una bellissima allegoria, poichè fagus viene dal greco φαγεῖν che vuol dir mangiare, e quindi col nome di quella pianta il poeta allude a quelle possessioni che erano il sostentamento della sua vita e che gli furono restituite per la benevola protezione di Augusto. Più sotto nelle parole «... ipsae te, Tityre, pinus, Ipsi te fontes, ipsa haec arbusta vocabant» si trova che Titiro è Virgilio, i pini Roma, i fonti i poeti o i senatori, e gli arbusti la gente di scuola. Forse non ha torto chi crede[178] che questa interpretazione non sia di Servio, ma a noi basta il fatto caratteristico che, come si rileva chiaramente dall'assieme del commento, interpretazioni siffatte si dessero, non solo al tempo di Servio, ma anche prima.

A Servio anche senza dubbio appartiene, come al suo tempo, la idea esagerata che si manifesta in più luoghi del commento, circa la dottrina immensa e non a tutti palese che trovasi in Virgilio. Con visibile compiacenza ei cita l'opinione di Metrodoro il quale scrisse che a torto Virgilio era accusato da taluni di non sapere di astrologia[179] ed al principio del 6.º dell'Eneide, che si credeva contenere la dottrina più riposta, pone questa nota: «Tutto Virgilio è pieno di scienza, nella quale tiene il primo luogo questo libro, di cui la parte principale è tolta da Omero. Alcune cose sono semplicemente dette, molte sono prese dalla storia, molte provengono dall'alta sapienza de' filosofi e teologi egizi; talchè parecchi hanno scritto interi trattati su ciascuna di tali cose che trovansi in questo libro.»

Il commento di Servio è più essenzialmente lavoro di grammatico e fatto per servire alla esposizione del poeta nelle scuole di grammatica; non mancano in esso osservazioni di natura retorica, poichè punti di contatto c'erano fra l'uno e l'altro insegnamento, ma la esposizione retorica delle poesie virgiliane non è lo scopo proprio di quel lavoro. Retorico invece è propriamente il commento all'Eneide di Tiberio Claudio Donato, di poco posteriore all'altro Donato di cui già parlammo. L'autore lo ha scritto, senza risparmio di parole, per riparare all'insufficienza ch'ei notava nei commenti allora in uso[180]. Egli crede che la prima qualità di Virgilio sia quella di retore, e che questo autore anzichè essere esposto dai grammatici dovrebb'esserlo dai retori[181]; perciò le sue osservazioni non sono di natura grammaticale o erudita, ma si limitano a dare il senso e la ragione retorica di ciascun luogo dell'Eneide. Per tal sua natura questo commento poco offre a noi di utile per la intelligenza del poeta e per la conoscenza dell'antichità; s'intende come i dotti così poco se ne siano curati, e non sia stato ristampato dal XVI secolo in poi[182]. A differenza di tanti suoi contemporanei, l'autore si è così poco curato di dare certa apparenza di dottrina all'opera sua, che ha eliminato di proposito ogni illustrazione erudita rimandandola ad altro lavoro, e neppure della tecnologia e dello schematismo retorico fa quell'uso che potrebbe aspettarsi in opera di tal natura. Per questa sua scolorata disinvoltura egli ha in qualche modo potuto esser più giusto di altri nel definire lo scopo reale dell'Eneide, non cercandovi altro che le gesta di Enea e la glorificazione di Roma e di Augusto, ed escludendo ricisamente l'idea che nell'Eneide debba riconoscersi un'opera scientifica e filosofica[183]. Con questo ei rispondeva ai critici che aveano ripreso certe inconseguenze o contradizioni nelle quali il poeta cade in fatto di principi filosofici: non si mostra però meno di altri convinto della vastità e varietà del sapere virgiliano, tale, a suo credere, che ogni ramo dell'attività umana può trovare nei versi del poeta utili ammaestramenti[184]. Ciò si accorda coll'idea del sommo e perfetto retore o oratore, il quale, come già diceva anche Cicerone, dev'essere uomo di sapere universale[185].

Veramente Donato non avea ragione di lamentarsi, quanto all'uso di Virgilio fra i retori. La prima esposizione ed illustrazione del poeta apparteneva naturalmente ai grammatici; ma l'uso che i retori facevano di Virgilio nelle loro scuole e nelle loro opere in quest'epoca, non lasciava nulla da desiderare. Negli scritti di retorica molto se ne servivano per l'esemplificazione dei precetti, singolarmente nel trattato sulle figure, il che poi si riconosce anche in più commenti, ed in certi brevi trattatelli sulle figure che accompagnano taluni manoscritti virgiliani[186]. Nel trattato sulle figure di Giulio Rufiniano gli esempi sono quasi esclusivamente desunti da Virgilio[187]. Da quattro principali autori scolastici, Virgilio, Sallustio, Terenzio, Cicerone, traeva Arusiano sulla fine del IV secolo i suoi «Exempla locutionum» ad uso delle scuole di retorica[188]. Nello stesso secolo i retori Tiziano e Calvo riunivano in un'opera speciale i temi desunti da Virgilio e ridotti ad esempi oratori per esercizio retorico[189]. Declamazioni in versi e in prosa su temi virgiliani tramandateci da quest'epoca, possediamo ancora[190]. Un esercizio retorico-erudito può dirsi il lavoro, oggi perduto, di Avieno che prendeva a trattare in versi diffusamente favole e fatti più brevemente toccati nelle poesie virgiliane[191]. In mezzo adunque alle morbose esagerazioni a cui arrivava allora la retorica divenuta regina delle menti[192] Virgilio seguitava a splendere di grandissima luce, mutandosi però, in ordine al gusto dei tempi, il colorito di questa, ed aumentando la irrazionalità di sua natura.

Così chi usciva da queste scuole di grammatica e di retorica aveva imparato a considerar Virgilio come il tipo del grammatico e del retore, e come l'autore principale che riassumeva in sè tutti quegli ideali di scienza e di cultura che erano propri di quel tempo. Quale fosse poi il frutto di questo seme nell'uomo adulto e nel dotto di professione, lo vediamo nei Saturnali di Macrobio, nei quali Virgilio viene glorificato come maraviglioso autore enciclopedico.

Macrobio (IV-V sec.) è autore della sola opera fra le superstiti (all'infuori dei commenti) che tratti di Virgilio in certo modo ex professo. Egli ha voluto riunire, per uso di suo figlio, gli appunti e le notizie di ogni sorta ricavate da molta e varia lettura. Per mettere assieme tutto quel materiale slegato e vario, non solo si è servito del dialogo convivale, come già tanti altri, ma riducendo la massima parte di quello ad una discussione sui meriti e il sapere di Virgilio, ha fatto servire il nome del poeta alla esposizione di conoscenze di varie categorie, mostrandoci così quanto larga parte esso occupasse nel sapere di quel tempo. Quantunque egli abbia voluto dare al suo lavoro l'apparenza di una discussione critica sui meriti delle poesie virgiliane, questo non è in realtà che una glorificazione di esse. Tale lo definisce il tono di ammirazione entusiastica che vi domina costantemente, tale il programma della parte dell'opera che si riferisce a Virgilio, quale viene stabilito nel primo libro. Distinto assai egli stesso e dotto, come e quanto lo comportavano i suoi tempi, Macrobio introduce a parlare nel suo libro uomini dei più dotti e distinti dell'epoca, sollevandosi con essi, nella contemplazione del grande poeta, in una sfera molto superiore alla volgare. Egli ha dinanzi alla mente il concetto scolastico di Virgilio[193] e giustamente lo trova piccolo, basso, inadequato; ei sente che nel poeta c'è molto di più di quello i grammatici del tempo fossero soliti a vedervi dentro. Vuole dunque addentrarsi ad esporre le doti più squisite del poeta, che altri poco o punto avvertivano. Nel fare però questo lavoro, che pur parrebbe dover essere come una reazione contro le false e piccole idee di quel tempo, il tempo stesso colle sue idee gli s'impone e travia stranamente il suo giudizio, senza ch'ei se ne accorga.

Per Macrobio Virgilio, non solo è dotto in ogni genere di sapere[194], ma è decisamente infallibile. Ei non ammette, come molti grammatici anteriori, che nelle poesie virgiliane si trovi qualche difetto od errore; ma fa dipendere unicamente dall'ingegno di chi le legge e le studia il trovare o non trovare la soluzione di talune difficoltà[195]. Tutta l'opera è diretta a mettere in chiaro l'immensa dottrina d'ogni sorta contenuta in quelle poesie, in gran parte occulta pei comuni lettori d'allora: «la gran copia di cose che è nelle sue opere e che la maggior parte degli spositori suol passare a piedi asciutti, quasi che ad un grammatico non sia lecito intendersi d'altro che di parole; ... noi ai quali sì crassa Minerva non si addice, non vorremo soffrire che recondito rimanga l'accesso al sacro poema, ma investigando la via di penetrare nei sensi arcani di esso, offriamone aperti i recessi alla venerazione dei dotti[196].» Nel dialogo, un tale Evangelo sostiene la parte contraria al poeta; ma questo personaggio non ha nulla di serio nè di reale; non può dirsi certamente che esso rappresenti l'opinione dei giudici spregiudicati di un'epoca più antica, molto meno dei tempi d'allora, nei quali senza dubbio un personaggio siffatto non esisteva. Egli è lì unicamente per servire coi suoi appunti d'occasione alle lodi di Virgilio, e quasi l'autore tema che le parole di lui, qualunque esse siano, possono essere prese sul serio, si dà ogni cura, nell'introdurlo in scena, di dipingerlo coi colori i più sfavorevoli, come un maledico, di carattere pessimo e di pessima compagnia. Appena è annunziato tutti danno segni di fastidio[197]; ogni volta che apre bocca, dicendo male di Virgilio, tutti inorridiscono[198]. Qualcuna delle osservazioni ch'ei fa l'aveva già fatta qualche antico critico; ma in generale egli s'oppone eccentricamente alle idee le meno contrastabili, ed arriva al punto di negare che Virgilio, nato in un villaggio veneto, potesse sapere qualche cosa di greco e di scrittori greci[199]. Una simile scempiaggine a cui non avrebbe neppur pensato il più crudele detrattore di Virgilio dei tempi augustei, serve di pretesto per esporre, rispondendo ad Evangelo, la profondità di Virgilio nella conoscenza e nell'uso dei greci, che è il tema di quasi tutto il quinto libro. E con una osservazione dello stesso Evangelo si apre la discussione intiera sui meriti di Virgilio, che è la parte più cospicua di tutta l'opera. Evangelo nega ricisamente di vedere in Virgilio qualcosa di più che un semplice poeta, ed anche tale che lasciò la sua opera piena di strafalcioni, e giustamente la riconobbe degna delle fiamme[200]. Simmaco invece sostiene che Virgilio non è soltanto atto ad istruire fanciulli, ma contiene qualche cosa di ben più alto. «Mi par che tu consideri i versi virgiliani come quando fanciulli li recitavamo alle lezioni dei maestri» dic'egli ad Evangelo; «ma la gloria di Virgilio è tale che non può crescere per elogi, nè per biasimi diminuire». E qui i vari interlocutori, collegati contro Evangelo, si pongono d'accordo, prendendo ciascuno ad esporre una parte della sapienza virgiliana e ponendo così il programma dei libri seguenti, oggi incompleti e lacunosi. In questi si vuol dimostrare partitamente, da Eustazio quale fosse la perizia di Virgilio nell'astrologia ed in tutta la filosofia, da Flaviano e Vettio, quanto profonda la sua conoscenza del diritto augurale e pontificio, da Simmaco quanto abile ei fosse in fatto di retorica, da Eusebio quanto grande nell'arte oratoria, da Eustazio quanto e come adoperasse gli scrittori greci; Furio Albino porrà in chiaro quanto Virgilio abbia preso dagli antichi latini nei versi, Cecina Albino quanto nelle parole; Servio, il principe degli espositori virgiliani, dovrà parlare intorno ad alcuni luoghi difficili del poeta. Tutta la parte dell'opera che concerneva l'astrologia e la filosofia è andata perduta, ma sappiamo quel che in questo può aspettarsi da un neoplatonico, ed anche un saggio ne abbiamo nello scritto sul Sogno di Scipione là dove Macrobio riconosce nel «terque quaterque beati» di Virgilio la dottrina pitagorica sui numeri[201]. Miglior fondamento ha, ad onta delle esagerazioni che qui non mancano mai, tutto quanto si riferisce al diritto augurale ed in genere alla erudizione virgiliana, come anche ai confronti coi greci e coi latini[202], che sono le parti dell'opera più importanti per noi, benchè da un tutt'altro aspetto. Tanto la molta conoscenza di un grande numero d'autori antichi latini e greci allora fuori d'uso, quanto una certa finezza di osservazione che trovasi in qualcuno dei confronti fra Virgilio ed altri poeti, sorprendono a prima giunta in uno scrittore, anche distinto, di quest'epoca. Ma il fatto è che Macrobio si è limitato in gran parte a compilare, non soltanto da Servio[203], che compilava egli stesso, ma anche da più opere anteriori di grammatica e d'erudizione ch'egli spesso, senza citarle, copia a parola[204], come è fra le altre quella di Gellio di cui, fra i tanti altri luoghi, ritroviamo copiato per intiero anche il parallelo fra Virgilio e Pindaro, nella descrizione dell'Etna. Nel riunire però tutti quei paralleli, desunti senza dubbio da studi virgiliani più antichi, Macrobio ha messo di suo una intenzione encomiastica ben manifesta. Prima egli riferisce i luoghi nei quali Virgilio è superiore ad Omero, poi quelli nei quali è uguale; di quelli nei quali è inferiore parla per ultimo, non senza premettere parole attenuanti[205]. Similmente, prima di parlare dell'uso che Virgilio ha fatto degli antichi poeti latini, egli ha creduto necessario provare che in ciò non è nulla di male, ma anzi si deve esser grati al poeta di aver conservato ed immortalato nell'opera sua qualche buona cosa contenuta in autori ormai negletti ed anche derisi; del resto, soggiunge, quei passi suonan molto meglio e fan più figura nella sua poesia, che negli originali da cui sono tratti[206]. Le due trattazioni relative a Virgilio come oratore e come retore non ci sono arrivate intiere. In quel che ci rimane della prima troviamo mossa la questione, che non può sorprenderci dopo quanto abbiamo già trovato nelle epoche anteriori, se per divenire buon oratore si possa imparare più da Virgilio o da Cicerone. Con tutti i riguardi verso Cicerone e con tutte le proteste di non volersi fare arbitro fra due tanto sommi, in fondo la risposta è favorevole a Virgilio. Cicerone, dice Eusebio, non ha che un solo carattere di stile (copiosum), Virgilio li offre tutti e quattro (copiosum, breve, siccum, pingue); egli è come la natura che è ricca d'aspetti svariati ed opposti; si potrebbe dire ch'ei riunisce in sè tutte le qualità dei dieci oratori attici, e neppur si direbbe tutto[207]. Questo entusiasmo di Macrobio per l'eloquenza virgiliana rammenta quello, che abbiamo già notato, di Quintiliano per le perfezioni e l'universalità dell'eloquenza omerica. Ma la parte più insulsa è quella che riguarda la retorica di Virgilio. Ciò che ne rimane concerne principalmente il movimento degli affetti, e si riduce ad una pura e semplice verifica dell'osservanza, per parte di Virgilio, delle leggi retoriche relative al pathos; esse sono passate in rivista, e grado grado sono citati i luoghi virgiliani che con esse si trovano d'accordo. I retori nello stabilire quelle leggi spesso citavano Virgilio come autorità, e taluni anche come principale autorità; Macrobio invece loda Virgilio perchè ha obbedito ai retori. Così quella parte del suo libro apparisce come un capitolo di retorica invertito, e tale credo sia in fatto.

Macrobio ha trovato il terreno preparato di lunga mano per la sua opera, non soltanto pel materiale di cui si è servito, ma anche per lo spirito in cui è scritta. La decadenza che in essa, quantunque l'autore si sforzi di sollevarsi al disopra dei suoi tempi, si mostra sì avanzata, avea già cominciato da un pezzo; noi abbiam veduto e notato i primi segni e il successivo ingrandire di quel tralignamento della nominanza virgiliana di cui essa segna una fase già inoltrata. Nata in sul disfarsi dell'antico mondo pagano, e figlia di un uomo notevole tuttavia appartenente a quello, quest'opera formula e caratterizza in modo luminoso l'indole di quella più alta idea che si avea del poeta negli ultimi momenti del paganesimo, allorchè il suo nome entrava nella nuova e trasformatrice atmosfera del medio evo cristiano, di cui siamo ormai sul limitare.