Del resto Virgilio fra tutti i poeti augustei fu quello che andò più a versi anche di coloro che aveano delle preferenze pei più antichi scrittori. Nelle Notti Attiche gli autori più frequentemente citati sono Ennio, Laberio, Plauto, Cesare, Cicerone, Lucilio, Nigidio Figulo, Catone, Sallustio, Varrone, Virgilio[133]. L'autorità grammaticale ed erudita di Virgilio è così equiparata a quella degli scrittori della repubblica. Degli altri poeti augustei il solo Orazio è citato nelle Notti Attiche due o tre volte. Lo stesso in proporzioni molto maggiori si nota nell'opera, già citata, di Nonio. La massima autorità è Virgilio, dopo di lui con grande intervallo vien Cicerone, poi Plauto, poi Varrone, e quindi in ordine di diminuzione, Lucilio, Terenzio, Accio, Afranio, Ennio e Lucrezio, Sallustio, Pacuvio, Pomponio, Cecilio, Nevio, Novio, Turpilio, Titinio, Laberio, Livio Andronico ecc. Le citazioni di qualche altro poeta augusteo, come in generale di scrittori dell'impero, sono in Nonio le più scarse di tutte. Oltre alle altre ragioni per cui Virgilio era considerato come suprema autorità grammaticale, questo mescolarlo cogli scrittori di un'epoca dalla quale l'arte sua è affatto divisa, aveva una ragione sua speciale. Virgilio è l'unico dei poeti augustei che ha saputo servirsi della parola antiquata senza cadere nell'affettazione; senza scapito di sorta, la sua poesia lascia riconoscere uno studio intenso e diligente degli antichi scrittori latini. Egli soddisfaceva così a tendenze diverse ed opposte, talchè non solo conservava la sua autorità fra gli uomini di gusto più moderno, come Seneca che è agli antipodi di Gellio e Frontone, ma i filologi antiquari volentieri davano a lui un alto posto anche in mezzo a quegli hircosi dai quali egli, come artista era tanto lontano. Quintiliano nel rilevare le difficoltà di servirsi con successo della parola antiquata, nota la maestria in ciò di Virgilio che, com'ei dice, è stato il solo che abbia saputo farlo[134]. Seneca crede che egli introducesse nella sua poesia quell'elemento arcaizzante per piacere al populus Ennianus[135]: ma questo giudizio, trattandosi di un uomo di così delicato sentire, è formulato troppo rozzamente ed è un risultato dell'ammirazione pel poeta combinata col poco rispetto per la vecchia letteratura, che distingue Seneca. Virgilio era anch'egli di quell'Ennianus populus, ma era tanto artista da sapere in quali limiti e come servirsi di Ennio e degli altri antichi; lo sapeva meglio di Orazio, più accorto nel formulare su ciò la equa massima da seguire[136] che studioso di applicarla, misurandosi nel difficile arringo.

La nominanza del poeta non soffrì adunque pur menomamente da quel moto reazionario manifestatosi in un certo campo degli studi, quantunque non sembri aver goduto le simpatie di Frontone. Ma la vitalità di quel nome era troppo potente perchè un traviamento qualunque potesse nuocerle. Al secolo che ammirò Apuleio, uomo di molto ingegno, ma scrittore ridicolo ed insopportabile per la gonfiezza più esagerata e per la dicitura più stranamente peregrina, al secolo che a lui innalzò una statua e udì con ammirazione parlata e scritta da africani una lingua latina di nuovo conio, a quel secolo certamente Virgilio avrebbe dovuto parere scolorato, snervato, molle ed insipido. Eppure tanto grande era questo nome, e tanta autorità aveano accumulato su di lui quanti erano stati uomini illustri e dotti insegnanti delle antecedenti generazioni, che in mezzo a quel nuovo trionfare del cattivo gusto, un prestigio irresistibile, ed il suo rapporto colla educazione generale, lo posero in salvo. Nelle scuole dei grammatici e dei retori, in ogni classe più o meno colta rimase venerato sempre, e lo vedremo grandeggiare costantemente in mezzo alle peripezie delle lettere latine che ancor più precipitosamente rovinavano da Marco Aurelio in poi.

Ma se il nome non diminuiva di grandezza e conservava il suo pristino posto fra i nomi dell'antichità classica, le mutate condizioni dell'ambiente intellettuale per cui passava gli faceano necessariamente cambiar natura. Creazione poetica vera e propria manca affatto a quest'epoca, come mancherà sempre d'ora innanzi nelle lettere latine. La retorica si è sostituita alla poesia, che vive d'imitazione, attenendosi a Virgilio come a supremo modello. E qui si scorge un'altra essenziale differenza fra le nominanze di Omero e di Virgilio. Omero esercita una influenza su quello sviluppo vitale della poesia e dell'arte greca di cui esso non rappresenta che un primo momento, col quale i prodotti successivi sono naturalmente collegati per legami intimi ed organici; Virgilio invece sulla successiva poesia latina, morente o già morta, poesia di forma più che di sostanza, esercita una influenza puramente formale. Lo studio intenso del poeta, l'uso e l'imitazione spesso servile del suo linguaggio poetico, non coprono in alcuna guisa l'immenso divario che è fra questi poeti posteriori e i poeti augustei nel modo d'intendere la poesia. Il pubblico però accordava a molti di essi grande favore e li trovava di suo gusto. Come credere che quella gente che si entusiasmava per le declamazioni poetiche di Stazio[137] avesse un giusto sentimento della poesia virgiliana, e nell'ammirazione pel grande Mantovano non portasse quello stesso falso e storto sentire che le faceva ammirare il gonfio e pomposo suo imitatore?

Senza dubbio il nome del poeta era superiore alle vedute del tempo; la malcompresa sua grandezza tradizionale imponendosi alle menti avea per effetto una venerazione quasi superstiziosa. Già troviamo sotto gli Antonini il costume, praticato anche da imperatori, di interrogare la sorte aprendo a caso il libro di Virgilio; le così dette sorti Virgiliane che interrogò Adriano, delle quali molti esempi ci offrono gli scrittori della Storia augusta, e che seguitarono poi per tutto il medio evo. Questa prattica non solo attesta della immensa popolarità del testo di Virgilio, ma anche di un carattere sommamente venerando che gli si attribuiva. Infatti Virgilio ebbe ciò in comune con altri libri venerati per la grande santità loro o la straordinaria sapienza che in essi si credette contenuta, Omero cioè e i libri sibillini, e poi anche la Bibbia[138]. Se un tempo quel pazzo di Caligola, quasi per far dispetto a tutti, poco mancò non facesse togliere dalle biblioteche le opere e le immagini di Virgilio[139], due secoli più tardi Alessandro Severo chiamava Virgilio il Platone dei poeti, e poneva la immagine di lui in un larario speciale, con quella di Achille e di altri eroi e scrittori[140]. Ma già prima l'entusiasmo di più poeti, in quei tempi di apoteosi, avea quasi deificato il Mantovano. Silio Italico celebrava la ricorrenza della nascita del poeta, visitando religiosamente il sepolcro di lui, come un tempio[141]; e come un tempio lo considerava anche il napoletano Stazio[142]. Marziale parla degli Idi di Ottobre come di una festa sacra a Virgilio, siccome lo erano ad Ecate quei di Agosto, a Mercurio quei di Maggio[143]. Virgilio era dunque il santo dei poeti. Delle tante apoteosi della Roma imperiale, questa senza dubbio era la sola che fosse ispirata da un sentimento veramente nobile, quantunque mal definito nelle cause e traviato negli effetti.

CAPITOLO V.

Sotto gl'imperatori del 3.º e del 4.º secolo quali vicende patissero le lettere latine, è noto a tutti. Fra le preoccupazioni di una corte e di un pubblico in cui dominava l'elemento militare, quando ogni villano o barbaro autorevole sulle soldatesche ignoranti, poteva assidersi sul trono dei Cesari, certo il vento non poteva spirare favorevole alle lettere. In tali condizioni, meno profondi divenivano i rapporti della produzione letteraria collo spirito pubblico, e questa veniva già confinata presso una classe di persone che aveva il primo suo impulso come il principale suo ambiente nella scuola. Per questo indebolimento di legami fra le lettere e il pensiero in generale, avveniva pure che il divario fra la lingua parlata e la scritta si facesse sempre più sensibile, e il latino volgare, plebeo o rustico che si voglia dire, prendesse incremento e anche ardire; talchè l'ufficio del grammatico diveniva cosa meno elevata, e già doveva parere assai se s'insegnava a scrivere correttamente. Proporzionata al bisogno e alla qualità di questo è la produttività dei grammatici di questi secoli della decadenza, produttività ricca per numero di opere ma estremamente misera quanto a originalità di vedute. In questo campo degli studi grammaticali, come in ogni altro vedesi uno straordinario impoverimento d'idee: niuno sa muovere un passo di forza propria, senza appoggiarsi ai più antichi. Come nell'arte tutto è poco intelligente imitazione, nell'opera dotta o scientifica tutto è poco intelligente riassunto o compilazione. Ormai la letteratura, disposta a vivere artificialmente e ristrettamente, riduce il suo armamentario, eliminando quanto appariva utensile superfluo, cercando scorciatoie e manifestando un gran desiderio di tutto compendiare. Di tali compendi o compilazioni, coi quali si voleva liberarsi dal leggere un gran numero di scrittori, è ricca l'età della decadenza, e a questa appunto appartengono la maggior parte delle opere grammaticali che ci rimangono. Grande è la iattura delle tante opere antiche che così scomparvero dinanzi alle infelici lucubrazioni di queste larve di dotti. L'impero seguitava a mantener grammatici, e qualche imperatore anche a proteggerli insieme ai filosofi e ai retori, ma più per lusso o per capriccio, che per altro, o anche per vigliaccheria, temendo le ingiurie della loro penna, come vien detto di Alessandro Severo[144]. Del resto il gusto imperiale, finchè favorì le lettere, aveva una predilezione per gli studi greci, nè era di tempra tale da esercitare una benefica influenza; al contrario, sempre più spingeva verso il futile e il vano. Geta che amava mostrarsi amico dell'alfabeto, ordinando pietanze i nomi delle quali cominciassero tutti con una certa lettera, si divertiva pur talvolta a far venire a sè grammatici per chieder loro, fra le altre cose, liste di verbi esprimenti le voci dei vari animali[145].

Da Alessandro Severo in poi, che pure fra le sue predilezioni greche venerava Virgilio (forse piuttosto considerandolo come filosofo che come poeta), il culto delle lettere divenne quasi affatto estraneo alla corte. La vecchia tradizione dell'impero è ormai rotta, e fra coloro che hanno o si disputano il supremo potere, uomini come Gordiano il vecchio[146] sono eccezioni rare ed anche di poco momento. Contrariamente a ciò che era avvenuto in altro tempo, la qualità di militare era ormai opposta a quella di letterato, e distraeva dall'amore per gli studi anche gli uomini che avevano ricevuto una certa cultura letteraria. Gli scrittori della Storia augusta, gente che si presenta a noi tal qual è, senza maschera o belletto di sorta, ci danno una idea assai chiara del livello intellettuale di quel tempo, singolarmente per tutta la regione politica e militare. Vopisco si maraviglia che suo nonno, narrandogli il fatto dell'uccisione di Apro, attribuisse all'uccisore Diocleziano le parole «gloriare Aper Aeneae magni dextra cadis»: «ciò, dic'egli, in un soldato mi reca meraviglia; benchè io sappia che moltissimi sogliono rammentare i detti dei comici e degli altri poeti sia in greco, sia in latino»[147]. Sulla fine del secondo secolo Clodio Albino, che non fu punto amoroso delle lettere, avea studiato anch'egli da fanciullo Virgilio nelle scuole; ma lo studio del poeta non gli avea servito che a manifestare i suoi istinti militari[148]. Ad onta di tutto ciò le reminiscenze virgiliane sono frequenti anche fra questa gente, chè una quantità grande di versi virgiliani avea un uso quasi proverbiale, e la conoscenza del poeta era, per effetto delle scuole ed anche del teatro, cosa volgare. Quindi non solo si trovano versi virgiliani, a proposito di faccende politiche, sulla bocca di Gordiano il vecchio, ch'era un uomo colto[149], ma ne troviamo pure in una lettera di Diadumeno a Macrino suo padre[150], ed in una di Tetrico il vecchio ad Aureliano[151]. Sotto Alessandro Severo, Giulio Crispo tribuno dei pretoriani, esprimeva il suo malumore con versi di Virgilio che gli furono fatali[152]. Con due emistichi virgiliani è composto un motto del circo in favor di Diadumeno contro Macrino[153], e parimenti un emistichio virgiliano ritrovasi fra le acclamazioni colle quali il senato chiamava Tacito, già vecchio, all'impero[154].

Ma se in mezzo alle orgie e ai delitti dell'aula imperiale talvolta seguitava ad udirsi un qualche eco della musa virgiliana, ciò era allora un fatto che non dava prova di alcuna finezza di sentire poetico; solo mostrava come la popolarità del poeta affrontasse i tempi e i luoghi meno propizi. Principale suo ufficio era divenuto l'insegnare ai fanciulli nelle scuole per poi servir di zimbello alle fanciullaggini degli adulti. Lo studiavano tanto a scuola che saperlo a mente da un capo all'altro era divenuto cosa comune. Da questa grande familiarità che si aveva con quel poeta in un tempo di tanta povertà di creazione artistica, traeva origine e occasione il passatempo de' Centoni. Combinando i versi e gli emistichi virgiliani in varie maniere si divertivano a far cantare a Virgilio ogni sorta di soggetti. L'idea di questi Centoni[155] poteva nascere soltanto fra gente, che avendo meccanicamente appreso Virgilio, non sapeva qual migliore utilità ricavare da tutti quei versi di cui si era ingombrata la mente. E del resto l'uso che da tanti poeti erasi fatto e facevasi di Virgilio in ogni maniera di composizioni, già si assomigliava assai all'opera di questi centonari e dovea condurre naturalmente a questa[156]. Nè trattasi del capriccio di uno o di due, ma di un uso che cominciò presto e finì tardi. Già ai tempi di Tertulliano un Osidio Geta avea con versi virgiliani composta una tragedia intitolata Medea, che possediamo tuttora; un altro avea nella stessa guisa composta una traduzione del Quadro di Cebete. Poi vi furono cristiani che ebber voglia di far parlare Virgilio della loro fede; così Proba Faltonia[157] compose con versi virgiliani una storia dell'antico testamento, Pomponio un carme intitolato Tityrus in onore di Cristo[158], Mario Vittorino (IV sec.) un inno sulla pasqua, Sedulio (V sec.) un carme sull'incarnazione, altri altro[159]. Valentiniano imperatore, quasi invidiasse a Virgilio la lode di scrittore pudico, coi versi di lui pose assieme un carme osceno, ed obbligò Ausonio a misurarsi con lui in questo esercizio; così nacque il celebre Centone nuziale che possediamo, e che è senza dubbio il migliore fra i centoni. Oggi tutto ciò si chiamerebbe ludibrio; allora non pareva generalmente che avesse nulla di men che rispettoso verso il poeta, e si ammirava la memoria e l'abilità di chi così componeva[160]. Virgilio doveva essere trattato in tutto come Omero; come vi furono centoni omerici, dovevano esservi centoni virgiliani. Per l'uno e per l'altro poeta v'erano uomini che si distinguevano come specialmente abili nel ricucirne i versi a quella maniera, e prendevano quindi il nome di poeti omerici o virgiliani[161]. Il massimo grado di questo giuoco ridicolo lo abbiamo in un Mavorzio, autore di un centone sul giudizio di Paride, il quale arrivava fino ad «improvvisare» centoni virgiliani, ed una di queste sue improvvisazioni colla quale ricusa modestamente il titolo di «Virgilio moderno» la possediamo ancora[162].

Sul modo di considerare quel poeta che era la pietra fondamentale dell'insegnamento letterario, molto dovevano influire i commenti coi quali era spiegato ed illustrato nelle scuole. Una storia critica dei numerosi commentatori di Virgilio, benchè tentata dal Suringar[163], è tuttavia un desiderio che non sarà soddisfatto prima che molte ricerche e studi speciali abbiano rischiarato questo campo intralciatissimo. I commenti virgiliani, moltiplicatisi fino all'ultimo medio evo, per l'uso continuo fattone nell'insegnamento, erano tutti soggetti ad una grande mobilità, ad incessanti e svariate peripezie. Niun maestro si faceva scrupolo di ridurre, modificare, postillare a suo modo. Chi compilava da più antichi dando alla compilazione il suo nome, chi postillava prendendo di qua e di là e serbando l'anonimo, chi raffazzonava o interpolava a suo modo i commenti già in uso ponendo tutto sul conto dell'autore primitivo. La massa dei commenti che oggi possediamo è giunta a noi come un torrente tutto intorbidato, ed ingrossato da confluenti diversi per natura e per provenienza. Tutti sono o compendi, o rifacimenti, o compilazioni; niuno ne possediamo nella sua forma originaria. Quelli che ci rimangono ancora col nome di Probo e di Aspro possono provare quanto l'attrito scolastico rimpiccolisse o corrompesse l'opera dei migliori grammatici. Come le principali compilazioni grammaticali, così le principali compilazioni di commenti virgiliani che ci rimangono, appartengono a quest'epoca di decadenza, nella quale per questo lato principalmente si distinguono due autori rimasti celebri nell'insegnamento grammaticale posteriore, Donato e Servio.

A giudicare del commento, oggi perduto, di Donato[164], che Girolamo discepolo dell'autore, rammenta fra gli altri commenti adoperati nelle scuole dei fanciulli[165], può servire quanto da esso riferisce Servio[166]. Donato voleva farla da critico e giudicava con molta libertà il poeta, in molti luoghi trovando da ridire; e non solo giudicava tortamente, ma spesso dava prova di tale oscitanza, da errare fino nelle più volgari leggi della prosodia. Le sue critiche non gl'impedivano invero di ammirare il poeta; ma la sua ammirazione era di natura tale che gli faceva presentare ai suoi allievi il poeta in una luce del tutto falsa, attribuendogli, come già da antiche scuole filosofiche erasi fatto per Omero, un sapere straordinario, e cercando nei suoi versi dottrine riposte e scopi filosofici ai quali certamente non aveva pensato mai. Egli spiegava l'ordine delle poesie virgiliane in questa maniera: «È a sapersi, diceva, che Virgilio, nel comporre le sue opere, seguì un ordine simile a quello della vita degli uomini. La prima condizione dell'uomo fu pastorale, e così Virgilio scrisse prima di tutto le Bucoliche; poscia essa fu agricola, e così Virgilio compose poi le Georgiche. Crescendo poi la moltitudine della gente crebbe insieme l'amor della guerra; quindi terza opera sua fu l'Eneide, che è tutta piena di guerre[167].» Vedremo più tardi quale sviluppo e quali proporzioni prendesse quest'uso di cercare allegorie in Virgilio.