CAPITOLO IV.
Un posto simile a quello che teneva nell'insegnamento grammaticale occupava Virgilio anche nello studio retorico che faceva seguito immediatamente allo studio della grammatica e con esso strettamente si connetteva, tanto che alcuni precetti o esercizi di carattere retorico, già eran fatti dal grammatico[93], ed anche molti insegnanti, singolarmente in una più antica epoca, si erano occupati di ambedue gl'insegnamenti[94]. Ma mentre la grammatica nel primo secolo ha uno sviluppo nobile, la retorica si distingue in esso per una notevole decadenza. È una pianta parassita che ha perduto ogni alimento proprio col cadere della libertà, e si regge artificialmente invadendo tutto il campo letterario, dandogli il proprio colorito, paralizzandone o imbastardendone i prodotti. In quella frenesia di declamazione che tanto era generale da proporzionare ad essa gli intenti e le dottrine e i metodi dell'insegnamento e della generale educazione, vario era l'uso del poeta. Naturalmente nella teoria retorica, in tutto quanto si riferiva ai precetti, molto per la esemplificazione si traeva da esso, che era già noto ed usato assai nell'insegnamento antecedente, ed in cui già il grammatico aveva avvezzato i giovani e cercare le figure e i tropi. Nella parte prattica, che era propriamente la principale nelle scuole comuni, oltre ai temi per le declamazioni, ne traevano sentenze, immagini, idee, ed espedienti oratorii, ne imitavano le descrizioni, copiavano talune espressioni felici; e di quest'uso nella scuola e fuori, si ha già esempio fin dai primissimi tempi della sua rinomanza, fra i più distinti retori dell'evo augusteo contemporanei del poeta, fra i quali principalmente, per farsi amico Mecenate, distinguevasi nel prendere molto da Virgilio, Arellio Fusco, uno dei numerosi amici di Seneca il vecchio[95]. A questo aveva servito già, e serviva tuttavia anche Omero, nel quale gli antichi trovavano il più vetusto monumento dello studio retorico, ponendo che i discorsi degli eroi omerici da questo studio fossero guidati. Lo stesso sobrio Quintiliano si entusiasma parlando delle virtù della eloquenza omerica, grande in ogni genere[96]. Qualità retoriche era tanto più facile trovarle in Virgilio, che realmente egli non meno che tutti i poeti dell'evo augusteo, era uscito dalla solita scuola del grammatico e del retore. Ovidio porge colle Eroidi (Suasariae) il più chiaro esempio dello studio retorico di quei poeti. Può essere poi un fatto fortuito, ma forse non lo è tanto quanto pare, che le più antiche citazioni oggi note di versi Virgiliani ricorrano appunto in bocca di retori contemporanei del poeta, i quali o se ne servono per le loro composizioni, o ne parlano da un aspetto retorico[97].
Se i poeti augustei avevan saputo difendersi dalla retorica tanto da non connaturare con essa la loro poesia, ciò non accadde ai poeti posteriori, i quali subirono l'influsso di quell'essenziale efficiente delle lettere latine, in tanto alto grado che spesso, come Lucano, Silio Italico, Valerio Flacco, Stazio, non sono in realtà che retori i quali declamano in versi. Questo livellarsi della poesia e della retorica, portava naturalmente seco che dall'un campo all'altro ci fosse scambio di mezzi. La poesia guidata dal mal gusto generale che domandava ai poeti quanto ai declamatori, aveva bisogno di ricorrere al retore per tutta la suppellettile a ciò necessaria. L'eloquenza poi vuota com'era, non curante affatto dei mezzi logici che inducono la persuasione col raziocinio, ma solo limitata a mezzi puramente letterari o formali, spoglia inoltre di ogni fondamento subbiettivo e ridotta a temi sprovvisti di ogni realtà e di ogni interesse, poneva l'oratore nella condizione del poeta, dando tortamente ad un genere di arte che ha la sua ragione di essere unicamente nel fatto prattico e reale, il carattere astrattamente artistico e ideale della poesia. Declamando a freddo sopra soggetti puerili, fittizi, privi d'interesse e spesso dati anche all'improvviso, il calore e la vita e l'enfasi mancanti affatto all'animo dovevano essere simulati artificialmente ricorrendo al prestigio del linguaggio poetico, tanto più abusando di esso quanto più grande era il vuoto che doveva coprire, quanto più il gusto del pubblico era portato ad ammirare il gran risuono e il gonfio e l'affettato[98]. Quello fra i vari generi di poesia che meglio si adattava agli intenti di questa gente era naturalmente l'epico, tanto perchè il meno subbiettivo di tutti, quanto perchè il più ricco di ogni varietà di stili e di situazioni oratorie. Come nelle qualità poetiche così nelle qualità oratorie, Virgilio fra i poeti, nella stima comune, non era secondo che ad Omero; ed in ciò con gli altri si accorda anche Quintiliano, che pur non approva l'uso smodato dei poeti per parte dell'oratore, e definisce così anche la povertà poetica di Lucano, dicendo essere egli più opportuno per gli oratori che per i poeti[99]. Certo Virgilio fu grandemente adoperato dai retori d'allora, e ne vediamo un segno evidente nel retore-poeta Annio Floro, che, come più tardi Macrobio, sul principio del 2.º secolo trattava la questione «se Virgilio sia piuttosto oratore o poeta» in uno scritto speciale[100]. L'autorità di Cicerone era naturalmente grande nelle scuole dei retori, ma quella di Virgilio lo era al segno che, come osserva l'autore del dialogo De Oratoribus, era più facile trovare chi dicesse male di Cicerone che di Virgilio[101].
Questo poeta ebbe in sorte di rimanere sempre a galla, sia che limpida o torbida fosse la corrente che lo tramandava alle generazioni future. Seneca, spirito che sorprende ad onta dei molti difetti e che marita la declamazione e più eccessi retorici alla filosofia, niun altro autore cita così spesso come Virgilio, che venera altamente[102], e che suo padre aveva conosciuto di persona. Piacque ai retori di cattiva lega, e piacque anche a quanti si opponevano all'andazzo dei tempi; piacque a Quintiliano[103], che inutilmente cercò di ricondurre gli studi di stile sulla buona via; piacque all'autore del dialogo De Oratoribus, e, se non è tutt'uno, piacque a Tacito, uomo che fu grande a dispetto delle scuole e del gusto volgare, e che ne' suoi scritti non di rado mostra d'avere assai letto e studiato il Mantovano[104]. Ma la universalità di tanta ammirazione acquista una speciale caratteristica da questo, che ormai si appalesano nel campo letterario taluni elementi di reazione sfavorevoli ai poeti della scuola augustea; de' quali dobbiamo segnar la misura, spiegando come la voga di Virgilio e degli altri suoi compagni in poesia non ne patisse danno.
Fra i molti artifici con cui i retori di varie scuole cercavano di soddisfare al desiderio di novità in tanta voga di declamazioni, c'era il cercar di dare un carattere severo e solenne al dettato, rendendolo contorto ed oscuro. Scrivere in modo semplice, chiaro e disinvolto, sarebbe stato per molti, come per certuni anche oggidì, un delitto di lesa arte retorica. Un retore diceva ad un discepolo: Abbuja! abbuja!, e lo scolare abbujava; e il maestro contento diceva: bravo! ora sta bene; neppure a me riesce capirne nulla[105]. Questa specie di affettazione che voleva imporre con una apparenza di profondità e di dottrina, conduceva anche all'uso delle parole insolite e viete, e così ad una reazione contro gli scrittori della ultima più grande scuola, richiamando in vita lo studio dei più antichi. La serie di tentativi per cui la lingua letteraria si venne formando presso i latini portava naturalmente con sè che, anche dopo trovata una forma definitiva di prosa e di poesia, una certa autorità rimanesse a quelli scrittori che, se non toccarono la meta, pur contribuirono ad arrivarvi. Singolarmente, oltre ad un merito intrinseco che faceva venerare in certi limiti questi antichi poeti e prosatori, c'era una tradizione teoretica che ne teneva in vita l'autorità, in tutta quella disciplina di grammatica e di erudizione filologica che serviva indispensabilmente allo scrittore anche nella migliore epoca, e che in fondo da principio era basata su di essi. Così c'era propriamente fra i grammatici (in quella sfera cioè da cui emergeva l'educazione intellettuale di ogni scrittore) una continua occasione di rivolger lo sguardo alla letteratura antica. Il nuovo indirizzo letterario poi, risultante dall'influenza e dall'autorità di Cicerone e Virgilio, offriva bensì nei modelli che proponeva un largo tesoro di linguaggio eletto, ma non tanto facilmente maneggevole, per chi alle guide e alle norme puramente meccaniche della grammatica e della retorica non riunisse una finezza di gusto naturale. In un tempo in cui l'erudizione e la dottrina filologica era ammirata generalmente, ed anzi richiesta dal pubblico negli scrittori, in cui una parte cospicua del tesoro letterario della nazione era costituita da un gran numero di antichi scrittori, imperfetti bensì, ma pure non del tutto da gittarsi via, il gusto di chi scriveva era facilmente esposto ad essere fuorviato nella scelta e nell'uso degli esemplari da imitare. La parola antiquata ha invero una certa sua efficacia speciale[106], ed è facile pensare a servirsene come di mezzo retorico; ma il farlo senza cadere in gravi difetti è cosa che richiede squisitezza di criterio artistico quale a pochi è accordata[107]. Invero dei grammatici e degli scrittori che si mostrassero propensi per lo stile e i vocaboli antiquati non mancarono neppure nei più bei tempi della prosa e della poesia romana. Già Cesare[108] biasimava questa affettazione e così Orazio e Virgilio stesso[109], come più tardi Seneca, Quintiliano ed altri. Ma l'apice che toccò la prosa e la poesia ai tempi augustei, ed il gusto generalmente più fino e corretto che allora regnava, impedirono a quel movimento di prendere proporzioni considerevoli, e rimase assai oscuro. Esso però, col prevaler della forma nell'opera letteraria, e coll'accrescersi del vuoto che sotto quella si copriva, rendesi più visibile e notorio al tempo degli Antonini. Le tendenze greche di taluni imperatori, l'amore (singolarmente di Adriano) per certi prodotti degli alessandrini, l'ammirazione pel pomposo, pel misterioso, pel peregrino che domina in quell'epoca favorevolissima a cerretani d'ogni specie, il bisogno di supplire con mezzi artificiali alla mancanza di creazione artistica, consigliavano di ricorrere all'arcaismo, alla parola insolita, per dare prestigio ed apparente autorità e gravità a frasi vuote e pompose.
Il più noto rappresentante di questo indirizzo è il Cicerone di quell'epoca, il maestro di M. Aurelio e L. Vero, M. Cornelio Frontone, gran padre di ogni pedanteria, che insegnava ad andar pescando «insperata atque inopinata verba,» e a dare al dettato un certo coloretto di vetustà (colorem vetusculum appingere). Giudicando da quel che ci rimane di lui, egli dei poeti della scuola augustea fece pochissimo uso nei suoi studi di stile e di lingua. Qua e là nei suoi scritti qualche rara reminiscenza di Virgilio e d'Orazio si ritrova[110], ma da attribuirsi alla influenza delle comuni scuole da cui egli stesso era uscito. Virgilio è appena da lui citato una volta[111] e di Orazio egli parla come di poeta semplicemente «memorabilis»[112]. Frontone fu invero un caposcuola che ebbe non pochi seguaci, e lasciò dopo di sè una certa tradizione retorica che singolarmente dominò nella Gallia[113]. Ma propriamente la sua influenza si ristrinse al campo più limitato della prosa puramente retorica, e non se ne scorge molto evidente traccia negli scrittori che ci rimangono. Del resto mi pare che da certi indizi si possa conchiudere che non tutti i Frontoniani seguissero rigorosamente il maestro nei giudizi e nell'uso degli scrittori dell'evo augusteo. Nello stesso circolo degli amici ed ammiratori di Frontone troviamo uomini che, non solo fanno grande uso di Virgilio nelle loro lucubrazioni grammaticali ed erudite, ma anche ne fanno soggetto di lavori speciali, come p. es. Sulpicio Apollinare, maestro di Pertinace, il quale ad una sua edizione dell'Eneide premetteva i tre enfatici distici, che rimasero celebri, relativi all'ordine dato da Virgilio morente di bruciare quell'opera, e componeva le perioche in versi dei singoli libri, che pure possediamo[114]. Certo è che questo movimento Frontoniano occupa una regione limitata del campo letterario, e non si estende propriamente a quelle comuni scuole che nell'impero erano il fondamento della educazione generale. In queste l'uso e l'autorità di Virgilio e degli altri poeti rimasero intatti e non patirono danno dall'influenza di Frontone, nè corsero nè potevano correre rischio di essere scavalcati da Ennio, o da Lucilio, o da Lucrezio, che taluni ad essi preferivano.
Questa recrudescenza di venerazione per gli antichi e questo moto reazionario in favore di essi non era invero rappresentato dal solo Frontone e dai Frontoniani. Ma Frontone eccedeva, più invero nel metodo dello studio e nella scelta degli esemplari, che nella sua maniera di scrivere; chè altri, rimasti più oscuri, spinsero l'affettazione dell'antico a proporzioni ben più strane. Eccedeva però anche rimpetto agli uomini che aveano gusto simile al suo; poichè fra i tanti che veneravano la letteratura antica pochissimi spingevano la cosa al punto da trasandare lo studio di Virgilio.
Un libro importante per la conoscenza delle idee letterarie e dell'indirizzo degli studi di questo tempo è il libro di Gellio. Gellio non è un Frontoniano; neppure come grammatico può dirsi ch'egli appartenga ad una scuola piuttosto che ad un'altra[115]. Ei non è altro che un erudito dilettante il quale raccoglie appunti sopra soggetti svariati, tanto dai libri quanto dai vari circoli letterari che frequenta; predilige però principalmente le ricerche sulla storia della lingua; e tutto quanto concerne la proprietà e l'uso dei vocaboli ha per lui un incentivo particolare[116]. È antiquario in filologia, o amatore di curiosità filologiche, perciò venera i vecchioni della repubblica dinanzi ai quali si rimpiccolisce tutto, mentre tratta assai leggermente alcuni grammatici dell'impero[117], senza eccettuare l'autorevole Verrio Fiacco[118]. Non dice una parola nè di Tacito nè di Quintiliano e maltratta Seneca[119], come lo maltratta Frontone, perchè non solo trasandato nello stile e nella lingua, ma derisore dei cercatori di arcaismi e degli studiosi dei vecchi poeti. Così Gellio si muove in quella stessa atmosfera in cui si muove Frontone, del quale parla quindi con elogio, ed ha con questo comunanza di gusti. Quantunque però nel suo stile e nella sua lingua si riconoscano le sue predilezioni antiquarie, il suo campo è troppo distinto da quello di Frontone perchè ei si possa chiamare Frontoniano[120]. È degno di nota a tal riguardo un capitolo in cui Gellio riferisce e non disapprova certe parole di Favorino contro l'uso degli arcaismi[121]. Ma in questo libro, che tanto è prezioso documento della vita letteraria di quell'epoca a Roma e fuori, importantissimo per noi è il molto uso che si fa di Virgilio.
Presso Gellio, Virgilio figura come scrittore di grandissima autorità in fatto di lingua, di proprietà e di eleganza[122]. In questo campo, che è il proprio di Gellio, Virgilio non solo è citato come autorità, ma è anche difeso contro gli appunti dei grammatici dell'epoca antecedente[123], quali principalmente Igino ed Anneo Cornuto, censurati con parole anche aspre[124]. Di rado si concede che qualche parola sia stata usata impropriamente o inopportunamente da Virgilio[125]. Taluni appunti relativi a cose di fatto, a certe inconseguenze o contradizioni, sono riferiti, discusse le varie spiegazioni, ma non tolti di mezzo. Tutta questa critica di minuzie non va molto in là, nè si estolle in regioni più larghe e più alte quando tocca più da vicino l'arte virgiliana. In ciò essa è unicamente limitata a paralleli fra alcuni poeti greci e Virgilio, ma solo per tale o tal altro luogo. Virgilio in taluni casi è felice in altri infelice imitatore, qua e là egli è riconosciuto inferiore ad Omero. Favorino confronta la descrizione dell'Etna che è nell'Eneide, con la celebre di Pindaro (Pyth. I), e la trova inferiore assai[126]); il che è vero senza dubbio. Ma le ragioni che adduce sono di poco o nessun momento; egli non sa far altro che confrontare espressione con espressione, nè sa addentrarsi nelle proprie ragioni dell'arte, distinguere fra ciò che la essenza stessa delle cose impone o accorda a due generi di poesia così opposti come sono la epopea e la lirica, singolarmente quando quest'ultima ha tutto quel miracoloso slancio che sa imprimerle la mente del poeta tebano. La scuola d'allora non andava fin là; se essa si mostra assai indipendente ancora e non esita a riconoscere i difetti di uno scrittore di grande autorità, i suoi giudizi (non sempre retti) si tengono all'esterno, a quella parte formale che era l'esclusivo soggetto della prammatica letteraria del tempo.
I grammatici erano gente alla moda che dava spettacolo del proprio sapere; c'era da per tutto un pubblico ghiotto di quel trattenimento. Era stato chiamato a Brindisi uno di costoro; quando Gellio giunse in quella città trovò che dava saggio di sè leggendo il settimo dell'Eneide e invitando il pubblico a muovergli questioni e difficoltà. Leggeva barbaramente, e ad una questione che Gellio gli mosse rispose in modo ridicolo[127]. Di simili cerretani parla Gellio assai spesso. Intanto vediamo quanto e quale uso si facesse di Virgilio in quella sfera, dai più alti agli infimi. V'erano invero degli uomini che preferivano Lucilio ad Orazio, Ennio o Lucrezio a Virgilio, ma erano eccezioni[128]. Uno dei più celebri fu l'imperatore Adriano[129]; ma pure la sua ammirazione per Ennio non gli impediva di consultare le sorti virgiliane anch'egli, e di avere spesso per la bocca i versi di Virgilio[130]. Le parole che Gellio adopera parlando di un tale che si voleva chiamare Ennianista e leggeva Ennio nell'anfiteatro di Pozzuoli, evidentemente mostrano che questa lettura pubblica di Ennio era allora cosa insolita. Marziale che per l'indole sua come poeta e come uomo non appartiene ad alcun gruppo letterario, e rappresenta il sentimento più generale in fatto di letteratura, era sicuro di trovare l'approvazione dei più quando notava come un torto dei romani l'aver seguitato a legger Ennio mentre viveva un Virgilio, e quando con un pungente epigramma derideva un di questi tenebrosi che a Virgilio preferiva l'inintelligibile Elvio Cinna[131]. Generalmente i dotti deplorano il poco studio che suoleva farsi degli antichi[132].