[505]. Singolari sono, fra le altre, le idee ch'egli ha sulla Comedia e la Tragedia. Non risulta da alcun suo scritto ch'ei conoscesse Plauto, Terenzio e Seneca tragico, pur noti nel medio evo. Il luogo di Terenzio a cui si riferisce Inf. XVIII, 133, senza dubbio è desunto dal Lelio di Cicerone.

[506]. Convito II, 1; IV, 25, 27, 28.

[507]. Parlando di un detto di Giovenale: «e in questo (con reverenzia il dico) mi discordo dal poeta.» Convito IV, 29.

[508]. Una delle grandi autorità della scuola grammaticale di quel tempo, Eberhardo da Bethune nel suo Laborintus segna questi poeti fra gli altri da farsi leggere ai giovani nelle scuole. (Tractat. III De versificatione). Un'altra grande autorità di simil genere e di quell'epoca, Alessandro da Villedieu invita piuttosto alla lettura di poeti o versificatori cristiani (principalmente delle cose sue), distogliendo dal leggere gli antichi. Cfr. Thurot, op. cit. p. 98.

[509]. Scartazzini (Dante Alighieri, seine Zeit etc. Biel 1869, p. 232 sgg. e Zu Dante's innere Entwicklungsgeschischte in Jahrb. d. deutsch. Dantegesellesch. III, 19 sgg.) sostiene, fondandosi principalmente sull'ultimo canto del Purgatorio, che in certa epoca della vita del poeta il dubbio s'introducesse nell'animo suo, e gravi oscillazioni si determinassero nella sua coscienza, senza però ch'ei giungesse mai ad una negazione o ad essere scettico o indifferente. Neppur io ho mai potuto convincermi che una mente tale a cui fu dato vedere tanto al di là delle menti contemporanee, non avesse dei momenti di dubbio, e non sentisse, almeno momentaneamente, il debole della credenza cristiana. Ma ciò in ogni caso non poteva avvenire che per fatto d'impulsi istintivi e passeggeri, poichè era del tutto impossibile allora andar più oltre in tal materia, formulando per via dialettica e con quieta coscienza una ferma negazione. La mente la più robusta mancava del punto d'appoggio per usare la sua potenza a sollevare, nell'indagine del vero, la plumbea cortina dell'idea religiosa. La filosofia dell'esperienza non era nata.

[510]. Sull'elemento antico in Dante ha scritto notevoli pagine il Fauriel (Dante et les origines de la langue et de la litt. ital. II, p. 420 sgg.); ma ei non si è trattenuto a considerare fino a qual punto questo elemento in Dante rappresenti quella stessa cosa che rappresenta in tutto il medio evo. Meglio ciò risulta da quanto intorno a Dante per questo lato ha scritto il Piper nella sua opera Mythologie der christlichen Kunst, I, p. 255 sgg.

[511]. «Nos autem cui mundus est patria velut piscibus aequor, quamquam Sarnum biberimus ante dentes, et Florentiam adeo diligamus, ut quia dileximus exilium patiamur iniuste etc.» De vulg. eloq. I, c. 6. Al grande esule, ferito nel suo sentimento patrio, è momentaneo conforto ricorrere colla mente all'idea astratta della universale fratellanza umana.

[512]. «... e tutti questi cotali sono gli abominevoli cattivi d'Italia che hanno a vile questo prezioso volgare, lo quale se è vile in alcuna cosa, non è se non in quanto egli suona nella bocca meretrice di questi adulteri» Convito I, 11.

[513]. I fatti della saga troiana de' quali parla, non li conosce che dai latini ed anche con mescolanza d'idee medievali, come vedesi nella fantastica fine che fa fare ad Ulisse (Inf. XXVI, 91 sgg.). Neppur pare conosca Ditti e Darete, tanto usati nel medio evo. Anche l'Homerus latinus pare siagli ignoto (cfr. Convito I, 7). Nei pochi luoghi ne' quali cita Omero la sua fonte immediata è Aristotele, una volta Orazio. Cfr. Schück, op. cit. p. 272 sgg.

[514]. Virgilio gli dice: