Dato il carattere dello stile cristiano, e le idee e i sentimenti e gli scopi degli scrittori, qui assai più che per la grammatica era ovvio e giustificabile l'uso dei libri sacri, per la esemplificazione. Ed infatti anche per la retorica ha luogo quella stessa mescolanza di autorità che abbiamo notato per la grammatica[390]; ma l'uso degli esemplari sacri non giunge realmente mai alle proporzioni che potrebbero aspettarsi e che anche qualche dottore più fervoroso vorrebbe vedere raggiunte. La grande remora sta, più che in altro, nello studio grammaticale che era connesso assai intimamente col retorico, e fissava solidamente nella tradizione antica il primo fondamento e la naturale autorità dello studio profano, ad essa richiamando quindi anche per le altre discipline. Inoltre tutto il vecchio apparato di termini, definizioni, divisioni ecc. imponeva in modo inevitabile l'autorità antica, quando l'indifferenza per questi studi non era tanta da farli dimenticare affatto, e mancava d'altro lato per essi calore ed energia sufficiente a produrre un radicale rinnovamento[391].
Come autorità in fatto di retorica, Virgilio seguitava ad averne quel tanto che gli assegnavano gli antichi trattatisti ancora letti nelle scuole e la voga sua come autore universale; però la prevalenza, fra gli altri trattatisti, di Cicerone rendeva meno frequente l'occasione di rammentare il Mantovano nelle scuole dei retori. Pur nondimeno il posto suo nella grammatica e i rapporti fra questa e la retorica, insegnate da uno stesso maestro, portavano naturalmente all'uso del suo libro anche per quest'altro studio, com'era accaduto già in epoca più antica. Gerberto, come già i retori della decadenza, credeva indispensabile al retore lo studio dei poeti per la ricerca delle locuzioni, e spiegando Virgilio, Stazio, Terenzio, Giovenale, Persio, Orazio e Lucano introduceva alla retorica i suoi alunni[392]. Quella parte del libro di Macrobio che si riferisce alle virtù retoriche di Virgilio trovasi in qualche MS. unita alla biografia del poeta attribuita a Donato[393]. Certamente di quella parte, che, come vedemmo, può considerarsi come un compendio di retorica, il medio evo fece assai uso e ad essa vanno riferite certe curiose parole, che trovansi nel Fior di Retorica di Fra Guidotto, su Virgilio, come colui che in piccol volume riunì la somma di quest'arte[394].
Negli scrittori di prosa del medio evo le reminiscenze virgiliane sono frequentissime e s'incontrano in Orosio nel V secolo[395] come in Liutprando nel X[396]. Ma la retorica ebbe speciale influenza sulla poesia e, singolarmente nel primo medio evo, diede luogo a produzioni che riguardano Virgilio da vicino, delle quali dobbiamo avviarci a parlare, rivolgendoci per poco addietro sulla via che già abbiamo percorsa.
CAPITOLO X.
Le notizie che abbiamo sulla vita di Virgilio ci sono pervenute attraverso alle scuole dei grammatici e dei retori: singolarmente le dobbiamo all'uso ovvio ed antico, di premettere alla esposizione degli autori nelle scuole qualche notizia sulla loro vita; perciò le biografie virgiliane che ci rimangono, tutte più o meno compendiose, appartengono in generale o appartenevano a commenti d'uso scolastico. Quanto in queste biografie proviene da fonti antiche dei primi tempi dell'impero, non offre propriamente alcunchè di caratteristico pel nostro studio; tutto quello che per noi può avere qualche importanza appartiene ai tempi della decadenza e del medio evo; perciò abbiamo creduto differire fin qui a parlare di quanto concerne la tradizione relativa alla vita del poeta, onde studiare l'assieme delle varie notizie piuttosto nella luce di questa ultima età che in quella dell'epoca classica, dopo avere osservato le peripezie del nome virgiliano nell'ambiente retorico e grammaticale di più epoche successive.
Proporzionatamente alla sua nominanza ed al posto che occupava nelle lettere e nelle scuole, Virgilio è fra i poeti latini quello intorno alla cui vita più fu scritto e più ci rimane. Noi abbiamo intorno a lui un numero di notizie autentiche che ce lo fanno scorgere nella sua realtà storica in modo luminoso; e ciò è tanto più degno di nota che queste non sono tratte, come per es. accade per Ovidio, dalle opere stesse del poeta, ma da memorie e documenti biografici propagatisi parallelamente alla sua rinomanza. Nelle sue opere Virgilio, per la stessa natura loro, di rado ha, come Ovidio, Orazio ed altri, occasione di parlare di sè stesso; e quando lo fa, come accade nelle Bucoliche, in modo indiretto e coperto, l'allusione non si scopre che in grazia di notizie apprese esternamente e conservate per tradizione nei commenti. Naturalmente su di un uomo che in modo tanto eccezionale attirò su di sè l'attenzione, molto fu scritto e molto fu detto dagli stessi contemporanei[397]. Gli amici suoi Vario, Melisso[398] ed altri che godettero della sua intimità lasciarono scritti speciali sulla sua vita e sul suo carattere; poi scrissero su di lui altri che non lo conobbero, ma furono abbastanza prossimi al suo tempo per udire parlar di lui uomini che lo avevano conosciuto; così Asconio Pediano il quale non conobbe il poeta, ma scrisse il suo libro contro i detrattori di esso quando freschissima ne era ancora la memoria, e così potè colla testimonianza di uomini autorevoli parlare della vita e dei costumi di lui in quello scritto. Sulla fine del regno di Tiberio molto rammentava ancora su Virgilio il vecchio Seneca, già nonagenario, che avea conosciuto i più distinti uomini dell'evo augusteo[399]. E del resto, come sempre accade in queste nominanze, la fama doveva narrare più aneddoti, veri, o falsi, sul poeta e necessariamente non poche cose su di lui dovevano essere dette e ripetute per tradizione orale, comunque originata. Di questa tradizione orale, del riferirsi alle parole dei più vecchi in fatti concernenti Virgilio e le sue opere, trovansi esempi fino al principio del II secolo[400]. In questo tempo appunto Svetonio poneva assieme la sua dotta compilazione storico-letteraria De viris illustribus, e servendosi dei materiali sopra indicati, dava, nella sezione relativa ai poeti, un riassunto della vita di Virgilio. L'opera di Svetonio fu poi grandemente adoperata, come repertorio, dai grammatici, i quali da essa a preferenza estraevano le notizie biografiche che premettevano ai commenti, o alla esposizione degli scrittori nelle scuole. Da questa opera, oggi perduta, ma di cui ritrovansi numerosi e cospicui frammenti, provengono anche le principali notizie biografiche che oggi abbiamo su Virgilio e che ci sono offerte dalla biografia più ampia oggi superstite, quella che porta il nome di Elio Donato[401] perchè premessa da questo grammatico del IV secolo al suo commento virgiliano[402].
Così il fondamento delle notizie che ci rimangono non è propriamente un'opera speciale scritta di proposito sulla vita del poeta, ma un compendio, quale doveva esserlo un articolo di un repertorio storico-letterario. Donato non ha fatto che copiare Svetonio quasi sempre alla lettera; difatti in quella parte della biografia che può considerarsi come genuina e solo si trova nei MSS. più autorevoli ed antichi, ben si riconosce lo stile svetoniano secco e freddo, ed il modo proprio di questo scrittore di accozzare notizie di natura aneddotica senza cementarle con pensieri o sentimenti propri. Quantunque nell'assieme si riconosca che trattasi di un poeta eccezionalmente venerato e famoso, e si vegga anche un concetto di lui superiore a quello di qualsivoglia altro poeta latino, pure il tono della biografia è positivo e realistico, e non si riconosce in essa quel calore che siamo soliti incontrare presso quanti si trattengono a parlare di Virgilio. È questo il tono proprio di Svetonio che si ravvisa benissimo nelle sue biografie dei Cesari. Da Svetonio pure (il quale forse ne ebbe notizia da racconti orali, o da altri che simili voci avesse registrate prima di lui) proviene quella dose di maraviglioso che è nella parte sicuramente antica della biografia e consiste in presagi o segni della futura grandezza del poeta; come il sogno ch'ebbe sua madre, il non aver vagito quando nacque, e la grande altezza che tosto raggiunse il ramoscello di pioppo piantato, secondo l'uso, per la sua nascita[403]. Aneddoti di simile natura ritrovansi riferiti da Svetonio diligentemente in tutte le biografie dei Cesari, e nell'antichità sono cosa troppo ovvia perchè possano in qualche modo servire a dare un colorito speciale alla nominanza del poeta, benchè ne segnino la misura a livello delle più alte grandezze, e lo distinguano da tutti gli altri poeti latini. Perciò ha torto chi pone questi aneddoti accanto ai racconti favolosi del medio evo, che hanno una origine ben diversa. Forse non tutto quanto Svetonio scrisse su Virgilio nel suo articolo biografico fu riferito o copiato da Donato; comunque sia però, questa parte del commento ebbe maggior fortuna del resto e sopravvisse come opuscolo separato; fu letta durante tutto il medio evo, e servì di fondamento a non poche altre piccole biografie che accompagnano commenti e manoscritti virgiliani. Con essa rimase viva nella tradizione letteraria l'idea storica della personalità del poeta lungo tutta l'età di mezzo fino ai tempi nostri[404].
In generale in tutte le biografie prosaiche che ci rimangono non si trova quell'enfasi con cui siamo soliti udir parlare di Virgilio già nell'epoca classica e più ancora nella decadenza e nel medio evo. La tendenza a notare nel poeta qualche cosa di singolarmente specioso si riconosce in esse, ma tutte sono più semplici e più sprovviste di ogni colore subbiettivo o retorico di quello si potrebbe aspettare. La ragione di ciò sta in questo, che niuna di esse è un lavoro biografico intrapreso di piè fermo, ma tutte sono, come abbiamo accennato, raccolte di notizie messe assieme per servire all'uso prattico dell'insegnamento, come introduzioni ai commenti, dei quali serbano la maniera andante e senza elevatezza e il tono freddo e pedestre. Donato, sul quale si fondano più altri, non era certamente spinto dallo scopo scolastico del suo lavoro a supplire di suo alla mancanza di calore propria dell'opera svetoniana, e molto meno chi compendiava da lui. Lo stesso dicasi delle brevi e tumultuarie notizie biografiche che troviamo premesse ai commenti di Probo[405] e di Servio[406]. Ma se quell'iperbolico sentire che a riguardo del Mantovano regnava in tutto il mondo letterario non era rappresentato nello stile di queste disadorne e compendiose compilazioni, esso era come un fermento che doveva avere naturalmente per effetto di mescolare al retaggio delle notizie storiche non pochi fatti inventati o erronei o trasfigurati, taluni dei quali s'introdussero anche nel testo della biografia principale. Il medio evo infatti impresse il suo stampo in questa come in altre, ed è questo l'aspetto speciale da cui tal tema presenta un particolare interesse per noi[407].
Prima d'ogni altra cosa è d'uopo notare che questa invasione di elementi nuovi e falsi nella biografia virgiliana ha avuto luogo diversamente da quello fanno supporre i molti che hanno parlato di questa materia, i quali generalmente sogliono richiamare il fatto delle leggende di Virgilio mago, e considerare le interpolazioni della biografia Donatiana ed anche certi fatti che leggonsi in talune altre biografie medievali come dovuti a queste leggende. Questo errore, molto comune, riposa sulla confusione di due cose ben distinte per la loro natura, per la loro età e per la loro origine, quali sono le leggende popolari e le favole letterarie relative a Virgilio. Fra queste due categorie di prodotti favolosi c'è invero una comunanza di base, poichè ambedue partono da una idea esagerata della sapienza virgiliana; esse però sono diversissime tanto pel concetto di questa sapienza stessa, naturalmente molto più grossolano nelle popolari che nelle letterarie, quanto pel campo di attività totalmente diverso nel quale fanno esercitare lo straordinario sapere del Mantovano. Il Virgilio dei racconti popolari perde affatto il carattere di poeta; nella leggenda letteraria invece Virgilio riman sempre poeta, e la vasta e molteplice sapienza sua ha la poesia per organo e per prodotto. Di questa leggenda noi troviamo sufficienti ragioni e cause nei fenomeni storico-psicologici che siamo venuti studiando fin qui, i quali però non sarebbero sufficienti di per sè soli a spiegare l'origine delle leggende popolari, determinate da cause del tutto speciali, come vedremo. Naturalmente le une e le altre dovevano finire coll'incontrarsi; ma la leggenda popolare non esce dalla località ristretta in cui era nata e non acquista notorietà, divulgandosi nella letteratura, prima del XII secolo. Nelle biografie del poeta non se ne sente quindi l'influsso che assai tardi ed è anche un influsso lontano e limitato a poca cosa. Nella biografia di Donato, così in manoscritti del IX e del X secolo, come in manoscritti del XIV ed in stampe del XV, non si trova introdotto che un solo aneddoto favoloso, di cui parleremo altrove, nel quale si può riconoscere una influenza di quelle leggende, non perchè esso faccia parte di queste, ma perchè è il solo in tutta la biografia genuina e interpolata che faccia, come accade in quelle leggende, esercitare la sapienza mirabile del poeta in un campo estraneo alle lettere. Una biografia, pubblicata dall'Hagen[408] da un MS. bernense del nono secolo, contiene molte ingenuità, ma nulla che faccia pensare al Virgilio mago, come si trova in biografie posteriori, scritte dopo il secolo XIII. Vedremo nell'altra parte del nostro lavoro la leggenda popolare mescolata in uno strano connubio colle notizie biografiche desunte da Donato, da Bonamente Aliprandi, nel XV secolo.
La leggenda letteraria, intendendo con questo nome generico tutto quanto di non autentico trovasi riferito nella tradizione letteraria e creduto circa Virgilio come poeta, letterato, o dotto, non può dirsi offra una caratteristica speciale del poeta; essa caratterizza piuttosto, e ciò in piena armonia con quanto siamo venuti osservando, la natura di quel mezzo nel quale il nome del poeta si andò movendo fino a tutto il medio evo. Essa risulta da un numero di particolarità, o di aneddoti che s'incontrano sparsi, o mescolati alle notizie storiche, i quali non hanno evidentemente alcuna possibilità storica, ma pur non offrono nulla di soprannaturale. Procede direttamente dai grammatici e dagli studiosi di Virgilio; di rado è un prodotto puro e pretto della imaginazione, ma per lo più si collega con qualche fatto che amplifica o travisa, con qualche notizia o qualche verso che fraintende o spiega a suo modo. Fin dai primi tempi se ne trovano esempi in più di un si dice riferito da Asconio Pediano e poi da grammatici e da commentatori. Più tardi l'accumularsi degli esercizi poetici, ai quali presiedeva il nome e l'autorità del Mantovano, l'intorbidarsi e il perdersi di parecchie fila dell'antica tradizione e il crescere dell'ignoranza, allargava il campo e moltiplicava le occasioni alla produzione di idee erronee e leggendarie. È noto il distico: «Nocte pluit tota, redeunt spectacula mane, Divisum imperium cum Iove Caesar habet» e la storiella che narra come un plagiario si attribuisse questi versi, e Virgilio si lamentasse di ciò cogli altri versi, pubblicati anch'essi senza nome: «Hos ego versiculos feci; tulit alter honorem. Sic vos non vobis etc.» Quella storiella e i versi relativi, che di certo non sono di Virgilio, ebbero molta notorietà nelle scuole per tutto il medio evo, nè hanno cessato di averne a' nostri giorni[409]. In molti manoscritti di Virgilio di varie epoche que' versi trovansi segnati, e più d'uno scrittore medievale li rammenta. Il codice Salmasiano che li contiene[410], Cassiodoro[411] e Aldelmo[412] che li citano, provano evidentemente che nel VI e VII secolo erano già tanto noti quanto nelle epoche posteriori. Nella biografia di Donato essi e la storia relativa trovansi aggiunti soltanto nei manoscritti interpolati[413]. Indovinare precisamente come fossero attribuiti a Virgilio è difficile; forse essi furono introdotti in qualche MS. fra gli epigrammi di questo poeta, e passarono quindi come cosa sua nelle varie raccolte di poesie minori, delle quali abbiamo un saggio nel codice Salmasiano[414]. Non altrimenti si può spiegare come nello stesso codice Salmasiano trovisi attribuito a Virgilio un epigramma che non è altro se non un distico sentenzioso dei Tristia di Ovidio[415]. — Trovasi anche in corso fra i commentatori un'altra favoletta che si riferisce ad un emistichio dell'Eneide relativo ad Ascanio: «magnae spes altera Romae.» In questa l'ammirazione pel poeta è espressa facendolo brillare accanto al più grande luminare della prosa romana. Cicerone udendo cantare da Citeride in teatro la sesta ecloga, colpito dallo straordinario talento che in questa si rivelava, avrebbe chiesto di chi fosse e saputolo, avrebbe esclamato: «Magnae spes altera Romae!» (considerando sè stesso come la prima); queste parole sarebbero state poi introdotte da Virgilio nel suo poema riferendole ad Ascanio. Quella buona gente non ricordava che quando le ecloghe furono pubblicate Cicerone era già morto![416] La favola, che trovasi anche in Servio[417], è passata dai commenti nella biografia, come aggiunta alla notizia autentica del gran successo avuto dalle Bucoliche recitate in teatro. Evidentemente essa ha per base un qualche detto su Cicerone e Virgilio come principi della letteratura romana, nel quale a Virgilio si applicasse quel tale suo emistichio[418]. — La biografia interpolata si chiude con una serie di sette o otto sentenze dette da Virgilio in varie occasioni. Qualcuna di queste è basata sui versi stessi del poeta. Queste sentenze, che non offrono nulla di saliente e per lo più si riducono a luoghi comuni, non presentano Virgilio che dall'aspetto morale, come un uomo dolce e senza fiele, fornito di buon senso e di tatto prattico. Egli apparisce come tenuto in grandissima considerazione alla corte, e parecchie sentenze sono dette da lui in risposta a Mecenate o ad Augusto che lo consultano. L'ammirazione pel poeta rivelasi in taluni di questi aneddoti colle stesse parole ingenue che a lui vengono poste in bocca[419]. L'età di questa parte della biografia leggendaria è assai incerta; quantunque molto in essa tradisca il colorito e l'indole del medio evo, pur crediamo che qualche cosa di più antico vi sia, pel soggetto se non per la forma. Uno di questi detti virgiliani relativo ad Ennio trovasi già citato nel VI secolo da Cassiodoro[420]. È noto il gusto degli antichi per le raccolte di apoftemmi di grandi uomini. Probabilmente sentenze e motti di Virgilio figuravano in memorie sulla vita del poeta, e Svetonio nella sua compilazione, o Donato nel suo estratto di Svetonio, li lasciò da parte, ma da quelle fonti, poi perdute, si propagarono, turbandosi e mescolandosi con invenzioni, attraverso alla minor letteratura grammaticale meno avvertita e oggi nella massima parte perduta, ed anche attraverso alla tradizione scolastica. Un libro in cui si avrebbe diritto di aspettarne e a prima giunta si è sorpresi di non trovarne, sarebbe quello di Valerio Massimo. Ma questo insulso compilatore, che scrivendo in tempi tanto prossimi al poeta, avrebbe potuto essere per noi fonte di preziose notizie su di esso, ha adoperato servilmente fonti nelle quali, o per l'età o per la natura loro, non poteva essere menzione di lui; perciò in tutta l'opera non lo ha mai nominato neppure una volta.