Nelle biografie, desunte generalmente da Donato, che precedono commenti o accompagnano codici di Virgilio dei secoli IX, X, XI non si trovano aneddoti speciali che meritino la nostra attenzione; nè ancora trovasi in esse introdotto il soprannaturale nell'attività del Mantovano. Ben si rivela però un concetto esagerato della sapienza del poeta e singolarmente del suo sapere filosofico, quale non si trova nella biografia maggiore, quantunque tale idea esistesse già al tempo di Donato. Notevoli sono, da questo aspetto, certe strane etimologie del nome di Virgilio. In una biografia che trovasi in un codice del IX secolo questo nome è spiegato «quasi vere gliscens, essendo Virgilio maestro famosissimo di alta filosofia e molteplice nella sua fecondità, come la germinazione primaverile»[421]. Nel cod. Gudiano (IX sec.) di Virgilio, in cui trovasi tre o quattro volte narrata la vita del poeta, troviamo che «Marone ei fu detto dal mare, perchè siccome il mare abbonda di acque, così abbondava in lui la sapienza, più che in ogni altro»[422]. Dopo il XII secolo questa idea si accentua anche maggiormente in alcune biografie, nelle quali però già si scorge l'influenza delle leggende popolari introdottesi nella letteratura. In un codice Marciano del sec. XV che contiene un commento a Virgilio, trovasi una biografia nella quale l'autore dà libero corso alla sua ammirazione pel poeta: di Virgilio si può dire: «omne tenet punctum»; ed anche a lui possono applicarsi le parole del salmista: «omne quod voluit fecit»; e perciò di lui fu detto:

«Hic est musarum lumen per saecula clarum,

Stella poetarum non veneranda parum»[423].

All'intero commento serve di motto il verso:

«Omnia divino monstravit carmine vates.»

Ma fra le altre virtù virgiliane qui troviamo esplicitamente nominata la magia[424], di cui non è menzione in alcuna biografia anteriore al XII sec.

Oltre a quanto leggesi nelle biografie, trovansi negli scrittori del medio evo non poche idee erronee e notizie favolose su Virgilio. Già, come notammo altrove, i commentatori delle Bucoliche spesso imaginavano, senza alcun fondamento, fatti ai quali il poeta alludesse allegoricamente. Così secondo un commento che leggesi in un MS. del IX secolo, Virgilio avrebbe tenuto in Roma pubblica scuola di poesia, ed a ciò si riferirebbe il noto «formosam resonare doces Amaryllide sylvam»[425]. Curioso è il colossale anacronismo di un anglosassone il quale, prendendo alla lettera certe espressioni metaforiche, considera Virgilio come contemporaneo di Omero e suo discepolo ed amico[426]. Per una strana confusione di varie idee delle quali abbiamo già parlato, Pascasio Radberto asserisce che la Sibilla recitò in persona le dieci ecloghe dinanzi al senato[427]. È noto il soggetto del grazioso poemetto La Zanzara (Culex) attribuito a Virgilio; Alessandro Neckam riferisce quel fatto come avvenuto a Virgilio stesso e come occasione quindi di quella composizione poetica; ma poi si disdice, notando che avendo letto quel poemetto si è accorto di essere stato tratto in inganno da una falsa voce[428]. Una tradizione, che non ha nulla d'inverisimile, portava che Virgilio ricevesse non piccole somme dalla liberalità di Augusto[429]; particolarmente fra i grammatici era volgare la fama di una larga ricompensa data da Augusto al poeta pei commoventi versi: «Tu Marcellus eris etc.» che fecero una vivissima impressione sull'animo di Ottavia. Nel commento di Servio è detto che per quelli egli ebbe una somma solennemente pagata o contata in aes grave[430]. Quella somma viene stabilita nella biografia interpolata in diecimila sesterzi per ciascun verso[431]. Questa notizia la vediamo più tardi legarsi alla storia dei versi «Nocte pluit tota etc.» con singolari aggiunte. Benzone di Alba (XI sec.) dice che per questi versi Virgilio ebbe da Augusto danaro a profusione e la libertà[432]. La stessa cosa afferma Donizone[433]. Non contento di ciò Alessandro di Telese (XII sec.) dice che per essi Virgilio ottenne da Augusto in feudo la città di Napoli e la provincia di Calabria[434]; nella quale aggiunta noi vediamo la leggenda letteraria incontrarsi e mischiarsi colla popolare che allora già si divulgava nel Napoletano dov'era originaria; in questa Virgilio figura appunto come signore o patrono della città di Napoli. Di questi elementi che predisponevano il terreno letterario all'accettazione delle leggende popolari, è d'uopo rammentarsi per lo studio che intraprenderemo nella seconda parte di questo lavoro.

Se, per le ragioni che abbiamo accennate, quel tono enfatico con cui soleva parlarsi di Virgilio non avea luogo nelle biografie in prosa, esso avea un largo campo nelle composizioni poetiche che aveano per soggetto il poeta. La poesia di ragione classica, così nel medio evo come prima governata dalla retorica e confusa colla declamazione, si esercitava tenendo costantemente Virgilio dinanzi. In lui essa trovava il principale modello da imitare, in lui una specie di emporio retorico-poetico, da lui prendeva i temi per gli esercizi di versificazione declamatoria, e questi ultimi non soltanto dalle sue opere, ma dai suoi meriti e dai fatti principali della sua vita. Così avea origine la gonfia biografia virgiliana in versi, che ci è giunta incompleta, scritta nel VI secolo dal grammatico Foca, all'enfasi della quale serve di misura l'ode saffica che la precede[435]. Ma molte particolarità della vita del poeta erano volgarmente conosciute sia per le biografie annesse ai commenti e lette nelle scuole, sia per la esposizione scolastica delle sue poesie stesse, singolarmente delle Bucoliche. Le più spiccanti e notorie fra quelle particolarità furono speciali soggetti di esercizi poetici. Così la storia delle possessioni perdute e poi riacquistate per grazia di Augusto e per intercessione di Mecenate ed altri amici, era nota a quanti avean letto le Bucoliche, e più di un poeta latino trovò una ispirazione in quel fatto egualmente onorevole pel poeta e pel suo protettore; così Marziale[436], Sidonio[437] ed altri. In un codice del X secolo leggesi un esercizio poetico medievale consistente in una epistola in versi diretta da Virgilio a Mecenate allorchè le terre mantovane erano passate in possesso dei veterani[438]. Un epigramma dell'Antologia si riferisce al fratello di Virgilio, Flacco, immortalato dal poeta, secondo i commentatori e la biografia maggiore, nel Dafni della V ecloga[439]. Delle notizie provenienti direttamente dalla biografia niuna fu tanto trita quanto quella dell'ordine dato da Virgilio morente di bruciare l'Eneide; era questo un tema che si prestava assai alla declamazione, e difatti più d'una ne troviamo su tal soggetto. Già al tempo di Gellio e di Svetonio, Sulpicio Apollinare componeva su di ciò quei tre distici che troviamo riferiti nella biografia[440]. In epoca più tarda furono composti i distici che leggonsi nel codice Salmasiano, coi quali i Romani pregano Augusto di comandare che la volontà del poeta non sia eseguita[441]. Ma la declamazione su questo tema prende un tono assai più alto facendo parlare Augusto stesso, come troviamo nel famoso «Ergone supremis» etc., che forse faceva parte della biografia versificata da Foca, sopra rammentata[442].

Le composizioni stesse del poeta servivan poi di tema per esercizi di versificazione e di poesia. Ciò accadde anche per talune brevi poesie che trovansi riferite nella biografia. Così l'epigramma che, secondo il biografo, Virgilio giovanetto compose contro Balista maestro e ladrone, ebbe molta notorietà e trovasi in più codici, estratto certamente dalla biografia e mescolato con altre poesie di Virgilio e d'altri[443]. Esso fu imitato da più d'un poeta scolastico, e ben sei variazioni su questo tema, certamente di autori diversi, si trovano da un interpolatore introdotte nella biografia verseggiata da Foca[444]. Questi esercizi scolastici erano opera, non soltanto di scolari, ma anche di maestri; negli ultimi tempi della decadenza si trova l'uso di comporre in più su di uno stesso tema, a modo di tenzone, e se ne ha notevole esempio nelle composizioni dei dodici poeti scolastici o dodici sapienti[445], che prendono tanto larga parte dell'Antologia latina e, giudicando dalla cura con cui furono raccolte e conservate in più manoscritti, pare incontrassero molto favore. I temi sono vari; una descrizione, un fatto mitologico, le lodi di una persona; generalmente si preferiscono soggetti già trattati in modo celebre da qualche chiaro poeta, quale p. es. Ovidio[446], e più spesso Virgilio. Così il noto epigramma che leggevasi sulla tomba del poeta, e secondo la biografia sarebbe stato composto da lui stesso[447], trovasi rifatto in un distico e amplificato in due distici da ciascuno dei XII poeti[448]. A questo genere di esercizio appartengono anche gli argomenti in versi delle varie poesie virgiliane[449]. Il numero e la varietà di quelli che ci rimangono provano che anche questo esercizio era soggetto di una specie di certame scolastico. Taluni di questi riassunti versificati si riferiscono anche alle Bucoliche e alle Georgiche[450], ma i più si riferiscono all'Eneide. Si hanno argomenti a ciascun libro dell'Eneide composti di un sol verso, altri di quattro, di cinque, di sei, di dieci versi[451]. Una composizione di undici esametri, di incerta età, dà il numero totale dei versi di tutte le opere di Virgilio ed il contenuto di esse[452]. Il più antico esempio di questa sorta di lavori, ai quali per lo più Virgilio stesso presta non poco del suo, sarebbero gli hexastichi attribuiti a Sulpicio Apollinare; trovansi in un codice vaticano del V o VI secolo. Non sono certamente di molto anteriori a questa età i decastichi, preceduti da cinque distici nei quali Ovidio se ne dichiara autore[453]; nel che vediamo riflettersi il rapporto in cui erano realmente Virgilio ed Ovidio nell'uso scolastico di quel tempo. Poi composizioni di tal natura si fecero lungo tutto il medio evo. Non fu certamente Virgilio il solo a cui lavori simili si dedicassero, ma per lui si fece in tal genere assai più che per alcun altro poeta latino. L'Antologia offre anche parecchi epigrammi sulle lodi del poeta, generalmente fondati sul luogo comune del confronto con Omero per l'Eneide, con Teocrito per le Bucoliche, con Esiodo per le Georgiche[454]. In uno di questi epigrammi troviamo messo in versi il detto di Domizio Afro riferito da Quintiliano[455]. Due distici di stile metaforico e contorto pretendono dar consiglio a chi «con piccola barca si fa a percorrere il vasto pelago di Marone»[456].

Finalmente a questi esercizi della scuola fornivano materiali i luoghi delle maggiori opere virgiliane, quelli stessi che servivano di tema alle declamazioni in prosa. Più d'una composizione dell'Antologia è ispirata da luoghi siffatti[457], e singolarmente la scuola retorica si riconosce nei così detti temi virgiliani che sono studi su motivi retorici offerti dalle poesie virgiliane e propri alla declamazione, variazioni su versi del poeta, nelle quali il tono viene per lo più esagerato secondo la tuba e la pompa richiesta necessariamente dal gusto del tempo. Tali sono le parole di Didone ad Enea (Aen. IV, 365 sgg.), di Enea ad Andromaca (Aen. III 315 sgg.), di Sace a Turno (Aen. XII 653 segg.)[458]. Abbiamo inoltre una lettera di Didone ad Enea[459] in cui l'argomento virgiliano è trattato secondo la maniera di Ovidio, un lamento sulla rovina di Troia nel cui ritmo si riconosce evidente il medio evo inoltrato[460], ed altro di cui qui sarebbe superfluo parlare.