L'imperfetto e ancora confuso sviluppo delle nazionalità, singolarmente nei concetti astratti, rendeva possibile l'idea dell'impero risultante dagli elementi tradizionali della cultura ed anche dai più ovvi e visibili rapporti del presente politico e religioso col passato. Ma la rendeva possibile soltanto come idea e non altrimenti. La restaurazione dell'impero antico era una chimera impossibile; l'aggregazione di popoli diversi sotto uno scettro dovea esser cosa posticcia e precaria. Dell'antico cemento romano si era perduto il segreto, ed in ogni caso le vitalità individuali dei singoli popoli erano già troppo sviluppate perchè si potessero fondere come prima e mantenere uniti in un solo organismo. Del resto, quella razza che nell'indebolimento della più nobile avea preso il disopra, era, come si mostrò sempre fino ai dì nostri, affatto sprovvista di ogni facoltà assimilatrice, ed anzi, non che assimilare, grandi masse di essa scomparivano assimilate in grembo a più d'una nazionalità neolatina. Nondimeno le condizioni del pensiero producevano necessariamente l'idea imperiale, che troviamo viva in menti elette di quell'età sia nella nobile utopia di un pensatore, sia negli atti di grandi principi. Qui si osserva di nuovo quella sproporzione fra il contenuto della cultura e del pensiero e i fatti dell'esistenza prattica, che dà al medio evo un carattere tanto particolare. È un'età cotesta che forma e prepara tutto il rinnovamento moderno senza accorgersene e senza volerlo, mirando sempre al mondo antico, cercando di continuarlo o restaurarlo; essa si assomiglia ad uomo che, per una strana allucinazione, cammini avanzando mentre crede e vuole indietreggiare. Non c'è una età a cui, badando a ciò che dice e a ciò che pensa, l'idea del progresso e della rivoluzione sociale paia più antipatica, che più di questa sembri tendere alla immobilità e alla stereotipia; eppure d'altro lato non ve n'ha una in cui il moto sia di fatto tanto vivace, generale, molteplice e trasformatore, non una in grembo a cui la società, il sentimento, il pensiero tanto radicalmente e incessantemente si trasmutino. In questa condizione eccezionale sta la chiave precipua che spiega le tante anormalità e deviazioni che sono proprie di quest'epoca, in tante cose nelle quali l'antichità e i tempi moderni si trovan d'accordo.

Secondo questi ideali Virgilio doveva essere, com'era infatti, il più ammirato e il più simpatico dei poeti antichi; c'era nell'animo degli uomini colti che lo leggevano come un riverbero storico di quel sentimento romano ch'egli avea sovranamente interpretato e rappresentato[484]. Anche il momento storico a cui egli appartiene e nel quale figura tanto distintamente, era il più volgarmente noto e celebre, il più centrale e brillante in quelle conoscenze e in quel concetto dell'antichità. Il grande principato d'Augusto, il cominciamento dell'impero, la prossimità a Cristo ponevano Virgilio nelle più favorevoli condizioni storiche in cui un gran nome letterario potesse presentarsi a menti medievali, e nel concetto che avevasi del poeta, costituivano un lato ed un significato storico di non piccola entità. Unito a questo andava il lato religioso e filosofico di quel nome, come di uomo che molto si accostò all'idea cristiana, e fu fornito di un sapere universale, recondito e straordinario. Tutti gli antichi, che fossero prosatori o poeti, erano allora considerati come filosofi; ma la scuola grammaticale e retorica teneva sopratutto fra gli altri in vista i poeti, fra i quali Virgilio era primo. Ha quindi Virgilio più notorietà volgare e quasi popolare che qualsivoglia altro scrittore antico, benchè nel concetto degli uomini più colti e più distinti egli non figurasse realmente come il solo sapientissimo degli antichi. Allorchè nell'ardore scientifico e nel forte movimento intellettuale che si fa manifesto col principiare del sec. XII, Aristotele ebbe acquistato quel posto nella scuola filosofica e quella notorietà che tutti sanno, anch'esso apparve onnisciente; ma Virgilio rimase al posto di prima, poichè il suo nome, quantunque conducesse all'idea del filosofo, non aveva il proprio ambiente nella scuola filosofica, ma in quegli studi latini più comuni e più elementari ai quali Aristotele era affatto estraneo. Centro di Virgilio rimaneva sempre la scuola grammaticale, che ci presenta un altro lato del suo nome medievale, e propriamente il lato fondamentale. Anche nelle scuole di grammatica si fece sentire il nuovo indirizzo e il nuovo movimento degli studi che è rappresentato dalla scolastica; maestri, che furono allora di gran fama e la conservarono a lungo, componevano libri poetici d'uso scolastico che ebbero un grande successo. Ma l'Alessandreide di Gualtiero da Lilla, composta con grande imitazione di Virgilio, quantunque molto letta e adoperata nelle scuole, non nocque al nome e all'autorità grammaticale e scolastica del grande poeta antico, più di quello nuocessero al nome e all'autorità di Donato i libri grammaticali usitatissimi di Alessandro da Villedieu, Pietro Elia e simili.

Riassumendo, nel nome medievale di Virgilio c'è un lato storico, un lato filosofico-religioso, un lato grammaticale e retorico; quest'ultimo è il più basso e triviale, il più barbaro e rozzo, ma nello stesso tempo è materialmente quello su di cui si elevano gli altri. Quanto al lato estetico, artistico, propriamente detto, esso in quel concetto è ridotto a nulla, poichè tutto il resto sta in vece sua, nè ci sarebbe o in gran parte non sarebbe qual'è, se esso ci fosse.

CAPITOLO XIII.

Ciò che principalmente costituisce il concetto del medio evo e dà ragione di questo nome nella storia della vita intellettuale, è un'idea negativa risultante dai rapporti che si scorgono fra il risorgimento e l'antichità. Per tal guisa il medio evo figura come un'età di aberrazione, al disopra della quale l'antica e la moderna Europa si stendono la mano, si ricongiungono e si continuano. Questo concetto che si formula in modo reciso nell'ultima somma dei fatti, si sfuma e si gradua, com'è naturale, allorchè dalle negazioni si vuol procedere alle affermazioni, studiando i rapporti dei tre momenti storici che in esso trovansi posti a confronto, le cause e le vie di quei passaggi che non possono mai essere bruschi, o non preparati e non governati da leggi fisiologiche. Analizzato il pensiero medievale in quanto concerne l'ideale dell'antichità, la continuità dei rapporti coll'antichità stessa da un lato e col risorgimento dall'altro si fa di leggieri manifesta. Si trovano nell'epoca che precedette il medio evo elementi tali che spiegano come potesse aver luogo ed arrivare a grandi proporzioni quell'aberrazione che caratterizza questa età, e nel medio evo stesso trovansi gli elementi che precedettero e prepararono il risorgimento. Due principali aspetti si distinguono in questo grande periodo storico, i quali congiunti fra loro e paralleli fino ad un certo punto, finiscono poi col costituire due epoche distinte, o se si vuole, due sezioni distinte della stessa epoca. Abbiamo il medio evo latino, appunto quello che ha il maggior rapporto coll'antichità ed è come il centro di quanto nella cultura risale a questa; abbiamo il medio evo volgare, che ha la sua ragione di essere in elementi nuovi e nella emancipazione da ogni tradizionalismo. Le due classi, chierici e laici, la schietta distinzione delle quali, come già dicemmo, è uno dei più caratteristici prodotti del medio evo, si mescolano assai in questi due indirizzi, non così però che abbiano egual parte in ambedue. Pel primo l'iniziativa, la preponderanza, come anche l'anteriorità (nei limiti del medio evo) è del clero, nell'altro l'iniziativa e la preponderanza è del laicato; la prevalenza del laicato nella cultura e nella vita intellettuale si afferma luminosamente nel risorgimento, ch'è opera laica, ed ha psicologicamente, come vedremo, i suoi antecedenti nelle lettere laiche e volgari[485].

L'antichità classica con a capo Virgilio, trascinata in mezzo al ripugnante ed eterogeneo moto delle menti chiesastiche del medio evo può assomigliarsi all'astro della luce che attraverso ad un'atmosfera densa e pregna di vapori perde i raggi e il calore, non illumina, non riscalda e non feconda. Questa grande ecclissi non cessò che col tornare di quegli studi in mano del laicato, il che ebbe luogo gradatamente. La prevalenza del clero e del sentimento religioso, in generale la prevalenza della fede sulla ragione era nel medio evo un risultato necessario della recente conversione dell'Europa al cristianesimo. È impossibile che un fatto di tal natura avvenga in sì grandi proporzioni e con sì persistente intensità di sentimenti, senza che duri a lungo la forte effervescenza che deve accompagnarlo. L'Europa doveva avere quel periodo di entusiastiche illusioni, di concentramento fanatico in una idea sola che è indispensabilmente proprio di tutti i neofiti. Questo periodo che avea per risultato di sua natura di concentrare il moto intellettuale nella classe ieratica, dura finchè la riflessione non prende il di sopra, finchè non nasce la speculazione filosofica e razionale, ed i laici non riprendono l'iniziativa nella cultura e nel lavoro intellettuale.

Certe tendenze personali di Carlomagno e certe misure sue relative all'insegnamento profano hanno fatto da molti considerare questo principe come autore di un primo risorgimento. Che indirettamente egli riuscisse utile a quelli studi non si potrebbe negare; ma egli non li favorì che in grazia degli studi sacri, e quel che potè produrre colle sue misure non ha assolutamente nulla che fare con ciò che costituisce il risorgimento. Non so se a giudicare questo principe con rigore m'inducano le prevenzioni che può suscitare in un italiano la colpa sua della pur troppo robusta potenza temporale data al papato, che fruttò immensi danni alla Europa tutta e fu fino ad oggi la maledetta piaga del nostro paese. Certo mi pare nondimeno che alla sua personalità storica di principe laico, di legislatore e di guerriero si unisca un assai antipatico puzzo di sacristia. Egli fu l'homo Papae per eccellenza, e niun altro principe cristiano fu più gradito agli abitatori dei conventi, i quali contribuirono largamente ad elaborarne la leggenda, da cui uscì quel tipo di buon Carlone che giustamente parve ridicolo ai poeti italiani di sentimento moderno, e con tanta maliziosa finezza fu rappresentato da Ludovico Ariosto. Dell'insegnamento secolare Carlomagno non ebbe altro concetto che il concetto chiesastico, e colle sue misure invece di portarlo nel moto vitale dell'attività laica, lo lasciò barbaro, stagnante e sterile nelle mani del clero, sempre più confermandolo a questo ed estendendo il dominio di questo su di esso con fondazioni nuove. Egli mirò sopratutto, e giustamente, a sollevare il clero dalla inaudita barbarie ed ignoranza in cui era caduto in Francia; volle bensì istruiti anche i laici, ma dal clero, ed allo scopo che i cantori di chiesa capissero quel che cantavano, che chi serviva la messa intendesse la parola latina della liturgia[486]. Ebbe forse egli in mente anche l'istruzione obbligatoria[487], non però mai laica; i genitori dovean mandare i figli alla scuola del monastero o del parroco «per imparare correttamente la fede cattolica e la preghiera del Signore e queste insegnare anche ad altri in casa[488]. Carlomagno fu uomo grande per alta e ferrea energia, e spiegò un talento di organizzatore, insolito nei principi laici dei suoi tempi, ma egli fu tedesco anzi tutto e mancò a lui tutta quella finezza e lunghezza di vedute che distinse i grandi organizzatori chiesastici italiani, i quali crearono l'edificio in sè stesso mirabile e straordinariamente solido della chiesa romana; gli mancò l'idea e l'ardimento di ciò che sarebbe stato la più grande e feconda riforma del suo tempo, di purgare la società civile dalla invasione clericale, di chiamare il laicato a riconquistare il suo dominio intellettuale. I tempi una rivolta intiera non l'avrebbero permessa, ma una mente geniale e divinatrice dell'avvenire avrebbe potuto prepararla; ed ei fece appunto il contrario. Forse per le tradizioni, per l'indole nazionale e l'atteggiamento naturale dello spirito, soltanto un laico italiano avrebbe potuto a quei tempi meditare la felice rivolta; ma disgraziatamente mille cause impedivano che un italiano potesse allora arrivare a quella altezza di potenza laica a cui arrivò Carlomagno; il quale però, come dalla Italia e dal Papato molto apprese per la sua politica imperiale, ed assai appoggio ebbe per la attuazione di quella, così dal suo soggiorno in Italia, tanto più colta e civile, trasse l'ispirazione alle riforme per l'insegnamento e per le scuole, ed ivi si provvide pure di più d'un maestro per queste[489].

Però la mancanza d'impulso vero e proprio per parte di quel principe, non fa che rendere più imponente il grande fenomeno del ridestarsi di tutta un'attività psicologica che pareva spenta, del risuscitare di tanti sentimenti assopiti, e ricominciare un moto di vita potente e fruttifero che passo passo conduce fino a Dante, a Michelangelo, a Galileo. Noi però qui nello studio attraente di questo fenomeno non ci potremo trattenere se non per quanto concerne l'idea dell'antichità e Virgilio.

Come un ruscello per lunga pezza scorre non visto e inavvertito sotto il terreno, finchè giunge a versare la vivida acqua nella luce, le lingue volgari di Europa a lungo vennero vivendo e movendosi inosservate sotto la coperta della romanità e delle lettere latine, finchè affievolendosi sempre più il rapporto di queste collo spirito, incominciarono a mostrarsi, senza troppo rossore, nella rozza e fresca loro semplicità; e due sono le guise per le quali si mostrano, ambedue significative. Dall'un lato esse appariscono nella regione propria della cultura antica, si manifestano in glosse, in traduzioni di scritti antichi latini, profani o chiesastici; dall'altro si manifestano come organi di sentimenti vivi, come portatrici di idee e di tradizioni nazionali non prima rivelate letterariamente, e come tendenti a sviluppare una letteratura loro propria indipendentemente dalla tradizione classica. Questo combinarsi di due offici, apparentemente contraddittori, nello spontaneo avanzarsi di lingue viventi, non avrebbe potuto accadere, se la cultura e l'ideale dell'antichità fossero stati ciò che furono poi al tempo del risorgimento, allorchè l'umanismo e il classicismo scacciava dalla letteratura l'elemento popolare e lo spegneva. Abbiamo veduto quanto nel medio evo la cosa fosse differente. La legittimità di quell'avanzamento ed emancipazione dei volgari era tanto grande, che conquisero anche la rigidità e la immobilità claustrale, e per essi il monaco potè bene spesso ricondursi dalla violenta condizione dell'animo suo al sentimento naturale e ritornare uomo, almeno momentaneamente. Neppur qui gli scrupoli mancavano, poichè le antiche idee pagane dei vari popoli d'Europa aveano una larga parte nelle poesie volgari nazionali, e non di rado si ode levar la voce contro questi vanissimi e futili canti volgari. Ma se le coscienze trovavano una via per accomodarsi colle lettere antiche, imposte allo spirito affatto artificialmente, ben doveano trovarla per ciò che la natura invincibile imponeva, per questi cari ricordi della patria, della lingua materna, delle impressioni prime, cose tutte che non chiedevano sforzo per essere apprese, ma anzi per essere dimenticate. Ed era questo un fatto apparentemente di poca entità, ma pregno di gravi conseguenze. La poesia popolare, indifferente com'è alla cultura, è laica per l'essenza sua stessa, e riman sempre tale quand'anche, come accadde nel medio evo, il clero contribuisca alla sua produzione. Con essa il clero viene a confondersi col popolo e non solo si perde la divisione fra chierici e laici, ma anzi il laicato si pone sulla via di riassumere il primato intellettuale. Così il clero, senza volerlo e senza saperlo, secondava un moto che dovea finire col privarlo della sua influenza non disputata sulla mente e sul cuore degli uomini, e condurre poi la chiesa a lanciare molti anatemi. Ma accadeva quel che doveva accadere, e cento altri fatti morali e materiali dello stesso tempo provano che il dominio assoluto della fede dovea essere cosa transitoria e la ragione domandava imperiosamente i propri diritti.

Le cause che producevano la poesia volgare erano tanto potenti e talmente di ragione psicologica, che estesero la loro influenza fin sul latino, producendo quella poesia latina popolare e ritmica che fu essenzialmente medievale, ebbe i suoi classici[490], e visse parallela alle lettere volgari fino all'ultimo medio evo. Ciò mal si spiegherebbe se non si sapesse quale eccezionale genere di semiesistenza avesse il latino a quell'epoca, non come lingua vivente nel proprio senso della parola, ma come lingua d'uso e di tale uso che in essa dovè manifestarsi un moto non del tutto identico invero, ma certo simile a quello che si manifestò nel volgare. Col XII secolo si appalesa quel prodigioso movimento che tanto produce nelle sfere dell'arte e della scienza, e segna una grande epoca nella storia dello spirito umano. In questo moto il primato rimane ai secolari che ne sono la molla più potente; presso di essi propriamente ha luogo in modo efficace il connubio intimo, benchè alla prima quasi paradossale, fra la poesia romantica e cavalieresca di origine affatto popolare, e la cultura, la tradizione e il sapere; dal che la poesia popolare finisce coll'essere sollevata a poesia d'arte. Di qui il fatto apparentemente singolare che i Goliardi o Vaganti, componendo poesie latine ritmiche di conio tutt'altro che classico ed essenzialmente moderne e popolari, ossia laiche nella forma come nel sentimento, pure scrivendo latino, ed essendo uomini di studio e apparendo anche tali nei loro versi, si considerano come chierici e mostrano il più profondo disprezzo pei laici, ossia per gli uomini che per istato non appartenevano alla scuola[491]. Tale uso del latino e i rapporti suoi col volgare, come organo di pensiero e di sentimenti, rendeva prossimi alla letteratura popolare, più assai di quello avrebbero potuto esserlo in condizioni più normali, i nomi della tradizione antica, i quali venivano per tal maniera a trovarsi come sospesi in quel mezzo eterogeneo, sia che il sentimento nuovo, o la poesia popolare, si esprimesse in lingua volgare, sia che si esprimesse in lingua latina. Da tutto ciò nasceva che l'antichità trasportata in quella corrente di nuova natura subiva un'altra peripezia, nuova e diversa da quella che avea subìto attraverso alle idee ecclesiastiche e claustrali, talchè la troviamo curiosamente travestita secondo le idealità romantiche. Accade che uno stesso autore, in uno stesso tempo, come p. es. Ovidio, venga da taluno moralizzato o interpretato allegoricamente secondo un senso morale, da altri romantizzato, si trovino cioè i fatti patetici o sentimentali dei quali egli parla travestiti secondo il sentimento romantico e cavalleresco di quella età. Il nuovo moto poetico popolare era tanto gagliardo che influiva sugli elementi della cultura e li trascinava seco, la lingua, le forme e i fatti poetici antichi riducendo a modo suo, e rendendo inavvertita la stonatura che in ciò tanto offende noi.