La produttività artistica e intellettuale veniva ad avere per tal guisa due indirizzi, il dotto o scolastico, il popolare o romantico, e quindi l'ideale dell'antichità scindevasi anch'esso in due, lo scolastico e il romantico. Il primo aderiva ai concetti propri dei chierici del più antico medio evo, e purificandosi, correggendosi e completandosi gradatamente si separava dall'altro arrivando al risorgimento, quest'altro, nato dall'idea secolare propria dell'ultimo medio evo, rimase proprio delle lettere popolari e romantiche e fu rappresentato nella letteratura finchè in questa potè avere accesso l'elemento popolare. Non è quindi da maravigliare se i due concetti coabitano spesso in una stessa mente, essendo cosa comune allora che uno stesso uomo componesse opere di natura dotta e poesie volgari o latine d'indole romantica. Il concetto scolastico dell'antichità, qual'era allora, non imponeva gran cosa dal lato estetico o sentimentale, e lasciava posto al concetto romantico che in certo modo lo completava. Noi non istaremo qui a seguire Virgilio in quanto subì per l'indirizzo romantico; di ciò dovremo occuparci nella seconda parte di questo lavoro.
Non in tutti i paesi dell'occidente europeo l'antichità fu egualmente romantizzata, altri più altri meno si mostrarono inclinati a vederla così travestita, a quella maniera come varia ne' vari paesi è la cronologia delle lettere volgari, le quali incominciarono più presto in alcuni che in altri. Questi fatti rientrano l'uno nell'altro, procedendo da una sola precipua ed ovvia cagione, quella cioè dell'essere gli studi antichi più omogenei allo spirito, più propriamente indigeni e più vitali in alcuni paesi che in altri. S'intende perchè i popoli celtici o germanici non latinizzati se ne allontanassero primi, perchè in ciò li seguissero Francia e Provenza e ultime Italia, Spagna e Portogallo. L'Italia era naturalmente il paese in cui doveano essere cosa domestica più che in qualunque altro, il paese considerato anche allora da tutti gli altri come classico per eccellenza. Qui il volgare e il latino si contrapponevano molto meno ricisamente che altrove; non solo il volgare era figlio del latino, trasformazione naturale e fisiologica di esso, ma anche, quantunque avesse acquistato una esistenza e una individualità sua propria, portava tanto in sè della natura del suo genitore da potersi facilmente piegare più che tutti gli altri volgari alle forme classiche. Fu quindi fra le lingue viventi la lingua classica del risorgimento, il quale ebbe luogo, come doveva, prima in Italia e poscia, per influsso italiano, altrove.
Parecchie espressioni di scrittori non italiani del medio evo e la menzione che trovasi di scuole tenute allora da laici fra noi hanno fatto credere a più dotti odierni che già in quel periodo del medio evo che precedè la letteratura volgare, la cultura dei laici fosse presso di noi maggiore che altrove; e questo essi pongono in rapporto col fatto del risorgimento[492]. Che realmente il laicato italiano fosse gran fatto più colto del restante laicato europeo, io, lo confesso, non lo credo, nè credo si ricavi da quei tali vaghi indizi da cui altri ciò vuole desumere. In tal questione qui non potrei fermarmi, ma mi si può concedere di notare che il laicato italiano, prima delle lettere volgari, non si mostrò in alcuna guisa più produttivo di qualunque altro laicato. Gli è che, per quanto ciò possa parere paradossale, i veri precedenti del risorgimento non sono da cercarsi negli elementi tradizionali antichi, ma sì negli elementi del rinnovamento, non nelle lettere latine, ma nelle volgari. C'è presso i laici italiani un desiderio evidente d'iniziarsi alla cultura classica, ma questo si manifesta parallelamente allo svolgersi delle lettere volgari, nè se ne trova traccia notevole prima di queste[493]. Le idee che troviamo presso di essi allorchè questa tendenza si spiega, mostrano chiaramente che anche qui l'iniziativa in questi studi era stata propria del clero e che, se pure i laici ebbero qualche cultura maggiore qui che altrove, questa non fu in alcuna guisa diversa per limiti, indole, ufficio e tendenze da ciò ch'essa era presso il clero. L'ideale dell'antichità, l'apprezzamento di essa, il suo collocamento nell'enciclopedia umana fu dapprima pel nostro laico, quello stesso ch'era pel monaco, e molto ci volle perchè il laico, anche italiano, si sbarazzasse del concetto medievale e giungesse a quello studio amoroso e intelligente dell'antico che si osserva nel risorgimento. Trattavasi, per giungere a ciò, di riformare intieramente lo spirito che la influenza chiesastica avea chiuso alla intelligenza dell'antico, espanderlo, innalzarlo, esercitandolo in una palestra in cui tutte le sue forze già rese inerti e assopite fossero richiamate a vita. Questa palestra ei la trovò in tutta la sua attività nuova e indipendente dalla tradizione, colla quale secondo un processo tanto più vigoroso quanto più naturale e spontaneo, ei gradatamente raffinò e nobilitò sè stesso e giunse a innalzarsi fino alla regione propria dell'arte antica. Realmente fu il moto in cui la poesia volgare e l'arte novella pose lo spirito, quello che condusse a ritrovare e purificare il sentimento dell'antichità perduto o falsato. Il latino e il suo uso secondo i tipi classici di per sè stesso non conduceva che ad una stagnazione e non ad un moto fecondo. Ciò vediamo chiaramente nella differenza di originalità e genialità artistica che si manifesta in uno stesso uomo, come Dante e tanti altri, secondo che scriva latino o volgare.
Il punto di partenza degl'italiani adunque all'entrare nel movimento della vita moderna è, quanto al materiale ed al carattere della cultura, quello stesso da cui partono tutti gli altri popoli; ma, per le ragioni che abbiamo dette di sopra, quell'innalzamento dello spirito che nasceva dalla creazione e dal perfezionamento di un nuovo tipo di arte, fu più potente assai e più rapido presso di noi che presso altri popoli, per modo che, quantunque degli ultimi ad avere una letteratura volgare, questa avemmo più grande, più artistica e monumentale degli altri, e prima degli altri giungemmo all'arte colta e di riflessione, allontanandoci dalla plebea. Nella regione schiettamente popolare, poco si trattenne, rispetto ad altri paesi, la poesia italiana[494]. Epopea nazionale di carattere e di origine fantastica e popolare, non diede, a differenza di tutti i popoli d'Europa, nè poteva darne perchè nel pensiero e nella coscienza italiana, anche indipendentemente dalla cultura e presso la plebe, c'era la storia e l'antichità reale, elementi incompatibili colla produzione epica; e questa condizione psicologica era mantenuta, non soltanto da quanto pensavano gl'italiani, ma anche dal concetto che dell'Italia avevano tutti i popoli dell'Europa. Neppure di liriche latine popolari fu così ricca l'Italia medievale come lo furono altri paesi[495], ed anche la lirica volgare si allontanò dall'indole plebea e si alzò a perfezionamento artistico più rapidamente qui che altrove.
E realmente chi consideri nel loro complesso le varie letterature volgari del medio evo, così delle lingue latine come delle germaniche, troverà di leggeri che non tutte ebbero la forza di acquistare carattere classico e divenir quindi elemento di cultura anche per le età successive. In Germania, in Provenza, in Francia esse si tennero assai prossime al livello popolare, e assai mediocre fu la nobilitazione artistica a cui pervennero; rappresentarono una fase transitoria che si riflette evidente nella transitorietà e nella varietà popolesca e dialettale delle lingue che con esse si fecero innanzi nella letteratura e che non riuscirono per esse a nobilitarsi intieramente acquistando uno stabile tipo letterario. Perciò fu assai grande il distacco che il fatto del risorgimento produsse fra esse e il momento veramente moderno delle rispettive nazioni, le quali per lungo tempo le dimenticarono affatto, ed anche oggi non le conoscono che da lontano e per opera de' dotti, essendo la lingua di quelle letterature tanto diversa dalla presente da rendere necessaria la grammatica e il dizionario e la traduzione. La sola nazione che sapesse innalzare la lingua e la letteratura volgare alle proporzioni della classicità e creare con quella un linguaggio letterario nobile e duraturo, fu l'italiana che più di ogni altra ebbe occasione e motivo di non perdere di vista nelle opere del suo pensiero l'idea del classicismo, e che già pensava con opera di riflessione teoretica al volgare illustre ed alla nuova ragione poetica[496] quando altri a ciò non pensavano in alcuna guisa. Questa meta seguì essa dapprima indipendentemente da ciò che potrebbe dirsi imitazione o riproduzione dell'antico, sviluppando una forma di arte novella che, come l'antica arte romana, avea per condizione inevitabile e suprema «la gloria della lingua» e «il bel parlar gentile»[497]. Così avvenne che gli scrittori del trecento rimasero e sono realmente classici nostri, come quelli che hanno intimi rapporti di continuità colla successiva letteratura e cultura italiana, e fino al momento presente noi li sentiamo assai più prossimi a noi di quello ciò accada presso altri popoli per gli scrittori e poeti nazionali di quell'epoca. Ed invero è ben esageratamente largo il significato della parola classici che oggi vediamo da taluni applicata in Germania a Wolframo da Eschenbach, Goffredo da Strasburgo e simili distinti poeti del mittelhochdeutsch, i quali appena possono dirsi tali per quel periodo letterario che certamente rappresentano; ad onta dei molti sforzi dei dotti, mirabili pel sentimento nazionale che li guida, questi autori non riusciranno mai, per la grave interruzione che li separa affatto dal presente, ad avere quella parte nella cultura nazionale che presso di noi hanno i nostri antichi, che vediamo schierati intorno al nome eccelso e profondamente italiano di Dante Alighieri.
CAPITOLO XIV.
Dopo quanto abbiamo detto s'intenderà facilmente la ragione storica per cui la più alta sintesi e ad un tempo la maggior nobilitazione delle idee medievali su Virgilio che abbiamo fin qui esposte ed esaminate, si trovi alla fine del medio evo in Italia, e sia opera, non di un ecclesiastico, ma di un secolare. Chi ha seguito questo nostro studio, notando i rapporti fra le evoluzioni del pensiero e le vicende del nome Virgiliano, non potrà certo attribuire al caso quella tale invincibile attrazione che prova Dante per Virgilio, il più grande poeta italiano pel più grande poeta latino.
Dante, se noi lo consideriamo nelle sue conoscenze e nelle tendenze speciali della sua attività mentale, appartiene tutto al medio evo e si distingue profondamente dagli uomini del risorgimento. Egli non è grammatico, nè filologo, nè umanista di professione. È un'anima calda ed entusiasta, di fibra eminentemente poetica, aperta ad ogni grande e nobile sentimento, governata da una mente profonda che ha un bisogno irresistibile di dilatarsi e spaziare in alte e vaste speculazioni. Egli abbraccia l'enciclopedia medievale o scolastica, sempre però con tendenza speciale per la parte speculativa di questa, subordinando alla speculazione la disciplina letteraria anche nel campo delle lettere volgari, nelle quali egli introduce, così nel grande poema, come anche nelle liriche e nelle prose, una profondità che mai non avean raggiunta nè in italiano nè in alcun'altra delle lingue moderne. Quella tendenza speculativa era invero la tendenza delle menti studiose d'allora, alla categoria delle quali Dante apparteneva. Ma ciò in cui Dante si distingue da tutti gli altri dotti dell'epoca gli è che la speculazione in lui si marita colla poesia ed appunto con quella poesia volgare da cui tanto la tenevano divisa altri dotti, i quali non consideravano i volgari che come organi possibili del pensiero popolare. Perciò Dante che per istudi e per operosità di mente è nominalmente chierico, è di fatto laico non solo per istato, ma per sentimento, per opinione e per tendenza, e presso niun altro scrittore medievale prima di lui il sapere diviene tanto schiettamente laico quanto lo diviene con lui. Ormai si sente che i volgari e la produttività laica dall'umile sfera popolare sono innalzati a quella dell'arte di proprio nome e dell'attività scientifica. Questo solo fatto, di ardimento miracoloso per quel tempo, di chiamare il volgare a servir di organo ad un'opera così vasta e profonda pei momenti storici e scientifici che abbraccia e per le vedute di alta speculazione storico-filosofica che incarna, mostra di per sè quanto quella mente divina sapesse sollevarsi al di sopra delle più alte cime del pensiero contemporaneo, dominandone tutti gli elementi presenti e tradizionali, e, con originalità tutta propria, spingendolo ad armonizzare ed a concatenarsi col passato e coll'avvenire[498]. Volgarizzare la scienza, far che cessasse di essere privativa di una casta, era un bisogno in molte guise manifestato e che in mezzo a molti contrasti suscitati da vieti pregiudizi, era inteso e assecondato da uomini superiori. Ben lo intese anche un contemporaneo di Dante, il robusto intelletto e l'ardente animo di Raimondo Lullo; ma quel ch'ei fece per tale indirizzo, come scrittore di volgare e poeta, riuscì ben povera cosa; allato all'opera dantesca la sua non serve ad altro che a rendere più manifesta, pel confronto, la miracolosa potenza creatrice prodigata dalla natura a quel genio divino[499]. Questo è propriamente ciò che congiunge Dante col risorgimento, di cui veramente è un precursore, e questo va detto anche per quella parte che più caratterizza il risorgimento, cioè lo studio dell'antichità classica.
La grande opera dantesca è di natura sua enciclopedica; l'enciclopedia non è invero scopo di essa, ma è la larga base su di cui poggia. I due grandi moventi dialettici del lavoro intellettuale d'allora, ragione e religione, tendono nel concetto grandioso di quella vasta mente ad equilibrarsi e la poesia si fa derivare non dalla loro separazione e molto meno dai loro antagonismi, ma sì bene dalle loro armonie. Anche per Dante come per tutti gli scolastici la teologia sta alla vetta dello scibile e la filosofia è subordinata ad essa come ancella. Ma la ragione tiene per lui un posto d'onore ben più alto che nelle scuole filosofiche d'allora, poichè ei non la considera soltanto come organo che serve presentemente, ma la considera nella nobile sua storia e s'infiamma d'entusiasmo nella contemplazione delle belle sue conquiste. Questo ei vede nell'antichità, le cui opere studia con amore e direttamente, non conoscendole soltanto dai florilegi, massimari e repertori, come accade a taluni principali luminari della scolastica[500], i quali, concentrati nella speculazione militante, non pensano a corroborarsi colla conoscenza diretta della storia del sapere e dei grandi prodotti dell'intelletto umano. L'antichità adunque era così tratta da Dante in quell'alta regione a cui egli sollevava il volgare e la produttività laica; ivi già la vediamo più liberamente spiegare le sue attrazioni e ne presentiamo il risorgimento[501].
Invero, ognuno intende che Dante era ben lontano dall'avere quel concetto dell'antichità che poi n'ebbe Poliziano, e dallo studiarla così come questi la studiò. Dante ha nello studio dell'antichità parecchi elementi comuni col clero medievale, anzi si trova sullo stesso piede di questo in generale. I suoi studi classici sono circoscritti alla solita cerchia comune della tradizione scolastica medievale. Ignora il greco[502] e conosce un numero limitato di scrittori latini, non più di quello ne conosca Rabano Mauro o Giovanni di Salisbury, anzi forse meno[503]. I suoi studi di grammatica non superano quella linea di mediocrità molto umile che è il loro massimo nel medio evo[504]; i soliti difetti della scuola medievale si riconoscono in non pochi casi nei quali gli antichi autori sono da lui fraintesi, in certe etimologie, in certe definizioni ed anche in certe idee di teoria letteraria[505]. Come latinista è anche assai lontano dagli umanisti che verranno poi; scrive il solito latino usuale dell'epoca, ed in tal qualità non solo non si distingue gran fatto dagli altri contemporanei o anteriori, ma anzi convien dire che altri vi sono assai più distinti di lui.