Inoltre, in quanto concerne l'antichità, la sua cultura ha questo di comune colla cultura chiesastica medievale, che l'antichità anch'egli la vede attraverso a un prisma il quale gliela presenta sotto un aspetto poco reale. Egli come dotto è scolastico anzi tutto, e la meta del suo spirito è il vero raggiunto per la speculazione filosofico-teologica; questa tendenza medievale e scolastica ei la porta nella contemplazione dell'antichità, e quindi gli è familiare l'interpretazione allegorica; al che il suo intelletto profondo è tanto prono, che allegorizza sè stesso, e nel lavoro poetico i concetti filosofici e teologici gli si rappresentano con imagini e simboli che hanno una grande parte nella compage complicata delle sue creazioni poetiche. Quindi egli trova facilmente allegorie negli autori antichi che venera tutti, e non soltanto in Virgilio, ma in Lucano, in Ovidio e in altri[506], non limitando tali interpretazioni alle finzioni poetiche, ma anche talvolta applicandole, come appunto è l'uso del medio evo, agli stessi fatti storici, i quali senza perdere nulla della loro realtà, sono considerati come opportuni simboli di una idea allegoricamente o anagogicamente ritrovabile in essi.
Questo ha Dante in comune con gli scrittori ecclesiastici, quanto allo studio dell'antichità. Differenze però ve ne sono e notevoli. Dante laico e secolare, pio ma non asceta, ha un'alta idea della ragione umana e, pur considerandola come limitata, venera coloro che la rappresentarono indipendentemente dalla rivelazione e anteriormente alla missione di Cristo; perciò gli antichi ei non li conosce soltanto per fatto della scuola grammaticale, nè si limita a tollerarne lo studio come una necessità inevitabile, ma li studia direttamente, non come filologo o grammatico e neppure come umanista, ma come pensatore e poeta. Con esso l'uso pedagogico e scolastico di quegli scrittori lo perdiamo quasi affatto di vista, e li troviamo invece chiamati a servire all'attività scientifica. Nella qual cosa Dante non era certamente il primo, poichè la scolastica avea posto in vista Aristotele, ma Dante tutti i grandi dell'antichità sa venerare egualmente, non soltanto i filosofi, ma tutti e prosatori e poeti[507]; e per questi ultimi ha una predilezione che la tempra e le tendenze dell'anima sua spiegano a sufficienza e che è di gran lunga superiore e più libera di quanto in tal genere siamo soliti trovare presso gli uomini di chiesa del medio evo. Qui non solo non c'è più traccia dell'odio per questi pagani che ispira tanti antichi chierici ed asceti, ma neppure di quei sospetti, timori, restrizioni e renitenze che accompagnano gli uomini di chiesa meno avversi ad essi. In questo egli era talmente diverso da coloro che dominarono la cultura medievale, che non solo egli tratta a fidanza coi poeti antichi quanto quei chierici non osarono mai di fare, ma, ciò che è notevole e quasi sorprendente in un uomo che pure è tanto cristiano, quei poeti cristiani che tanta voga aveano presso gli ecclesiastici[508], Prudenzio, Sedulio, Giuvenco e simili, ei li lascia del tutto in disparte e non li nomina neppure, quantunque sia tutt'altro che estraneo alla letteratura teologica, ed ai cantici della chiesa dia assai valore poetico, come si vede in più luoghi del divino poema. Dante poetizzò l'idea cristiana assai più felicemente di coloro, non già adattando a questa forme viete, e ripugnanti ad essa, ma creando una formula di suo conio, la quale però, convien notarlo, è propriamente adattata al sentimento cristiano teologizzante e filosofante, quale risultava dalla chiesa cattolica, ossia dal connubio del cristianesimo colla civiltà greco-latina e colla romanità. In tredici secoli di esistenza il cristianesimo erasi per modo combinato con mille elementi della tradizione antica che non pareva potessero più disunirsi. Dante rappresenta in modo altissimo il momento in cui si bilanciano quasi e si comportano reciprocamente, momento che dovea essere transitorio, ma che Dante non considerò come tale e non avrebbe mai voluto fosse tale. Poichè veramente egli non è ribelle in alcuna guisa all'idea religiosa, nè ciò che oggi dicesi libero pensatore[509], nè prevedeva nè poteva prevedere che l'ulteriore sviluppo di quella attività raziocinatrice che richiamava in onore l'antichità vilipesa e trasandata, dovesse finire come poi finì gradatamente, con un affievolimento del sentire religioso ed una reale e continua diminuzione della cristianità, se non nelle formole e negli usi, certo nelle coscienze. Questo conobbe la chiesa che si dichiarò nemica a quel moto, come lo fu a Dante che era uno dei principali rappresentanti di quello, e i fatti han provato che, non certamente nell'interesse nostro ma nel suo, essa aveva ragione.
Questa stima dell'antichità e questa propensione per essa sta in diretto rapporto col sentimento che Dante ha della poesia antica. La sua anima è anima di poeta anzitutto, ed il sentimento poetico lo accompagna sempre dovunque si conduca il suo spirito; la donna, la patria, la natura, la fede, la scienza, tutto vede poeticamente, di tutto sente profondamente la poesia. Perciò, quantunque, come dicemmo, anch'egli vegga l'antichità attraverso alla filosofia e alla teologia, in modo simile a quel dei monaci, allato a questo fatto della sua mente sta il fatto dell'animo suo che sente rivivere in sè il sentimento poetico antico quanto a niun monaco non accadde mai. La sua mente, speculatrice e sintetica in grado straordinario, tende a coordinare filosoficamente tutti i vari obbietti del suo sentire poetico, la fede cristiana e la tradizione antica, l'amor della donna e della patria, e l'amore del vero; ma il fatto più essenziale sta in questo, che propriamente l'anima sua trovasi a quell'altezza in cui il sentimento poetico cessa dall'essere unilaterale e diviene universale, non concentrandosi nella poesia di una cosa sola, ma rendendosi aperto all'efficacia poetica di cose diverse: egli è già quasi a livello dell'uomo moderno che sente la poesia di Eschilo e di Virgilio, come sente quella di David, di Shakespeare e di Goethe. Questo lo distacca profondamente dal medio evo monastico. È realmente tanto vivace quel sentimento della poesia antica nell'anima sua geniale ed essenzialmente poetica, ch'ei non ha punto d'uopo ad esprimerlo della lingua e della versificazione latina, anzi il volgare è per questo, come per ogni altro suo sentire, l'organo più simpatico per lui, il più opportuno, come infatti è il più naturale. Allorchè un poeta sa coniarvi di suo una imagine com'è quella:
«Quale ne' plenilunii sereni
Trivia ride fra le ninfe eterne
Che dipingono il ciel per tutti i seni»
e tante altre simili, vivamente poetiche, quali da più secoli niun versificatore latino ne sapeva creare, sarebbe vana cosa chiedere se quel poeta sente veramente la poesia antica; e chi intende sa ch'io ciò non dico soltanto per quei nomi di Trivia e di ninfe. Quest'uomo ha dinanzi alla mente l'antichità e i poeti antichi come cosa tanto familiare che nella poesia gli si presentano sempre irresistibilmente, e ciò senza mai essere ciò che dicesi imitatore. Le imagini e le similitudini spesso le prende dalla natura, e dalle reminiscenze dei luoghi visitati nelle sue peregrinazioni, ma in grandissima parte le prende, e con vivezza e verità poetica non minore, dall'antichità così storica come poetica o fantastica. Niun poeta del medio evo volle o seppe ciò fare quanto lui o come lui, niuno si era ancora mostrato tanto intimo con quell'antico materiale poetico[510].
In Dante primeggiano due grandi sentimenti, l'amor patrio, l'amore del vero intellettuale. Tutti gli affetti si riassumono per lui nella formola Amore, a cui dà un'ampia portata, combinando col resto anche l'amore della donna idealizzata, ch'egli arriva ad intendere in alto e mistico senso. Quei due amori principali si combinano nella sua idea politica e storica, come nella sua idea filosofico-teologica, per modo che è impossibile definire s'egli arrivi da quella a questa o viceversa. Riconosciamo ambedue nell'ardore con cui studia lo scibile intiero, trovando il pascolo più geniale nell'antichità che gli rivela la parte più propriamente umana di quello, nel posto che tiene l'ideale antico in quella organizzazione politica ch'ei vagheggiava, e nel fondamento storico su di cui basa le sue idee patriotiche. L'amor d'Italia è in lui di una intensità straordinaria, e con questo ha stretto rapporto anche l'amore dell'antichità; poichè la continuità fra i romani e gl'italiani ei la concepisce intera e non interrotta mai; la storia dei latini comincia con Enea e giunge fino al tempo suo; tutta la gloria latina ei la sente come gloria italiana, e l'anima sua di poeta e di patriota si entusiasma per quella. Egli non domina altra visuale storica che quella che abbiamo veduto esser propria generalmente degli uomini dotti del medio evo, e che si concentrava essenzialmente nella storia di Roma, conducendo all'idea dell'impero universale. Questo che uomini d'altra nazione concepivano solo astrattamente e come al di sopra della loro idea nazionale, guidati dalla storia della cultura e dell'idea religiosa, egli, oltre al resto, lo sentiva profondamente come italiano e lo vedeva come fondamento a legittime aspirazioni nazionali, alla nobiltà, ai diritti e alla meta degli italiani. Le belle effusioni di questo suo sentimento nella Divina Comedia e nelle prose sono cose troppo note perchè qui dobbiamo rammentarle.
Tanta potenza di sentimento nazionale italiano ci fa intendere una delle precipue ragioni della simpatia e della preferenza che ha Dante per Virgilio. Infatti è chiaro che Dante considera Virgilio come poeta eminentemente nazionale «la nostra maggior Musa» «il nostro maggior poeta». La sua anima d'italiano si è commossa fortemente a quella lettura, riconoscendo nei fatti narrati dal poeta l'antica storia d'Italia, e pensando che fu bene per questa Italia nostra che
«morio la vergine Camilla