Eurialo e Niso e Turno di ferute».

E qui rammentiamo al lettore quanto abbiamo detto in principio di questo studio sull'epopea virgiliana, considerata come la più alta manifestazione poetica del sentimento romano. Numerosi luoghi ben noti della Divina Comedia, fra gli altri il bel canto sul corso trionfale dell'aquila latina, e il libro sulla Monarchia, e quanto ivi è detto sulla legittimità dell'impero romano, singolarmente appoggiandosi su Virgilio, mostrano quanto quel sentimento rivivesse potentemente in Dante, e quanta armonia ci dovesse essere in tal rapporto fra il sentire suo e quello del Mantovano. Questo sentimento che conduceva Dante a quella utopia politica che tutti conoscono, avea, strano a dirsi, le sue radici appunto in ciò che rendeva impossibile l'attuazione di quella utopia, cioè nel concetto di una individualità nazionale. Ha un bel dirci Dante ch'egli è cittadino del mondo[511]; le sue effusioni patriotiche, le sue predilezioni manifestate in verso e in prosa per i latini antichi e moderni, il suo entusiasmo per questa Roma grandiosa che è gloria italiana, l'ardore intenso con cui afferma colla parola e coll'esempio la nobiltà del nostro volgare, le terribili parole ch'egli usa contro quegli uomini abominevoli che preferiscono il volgare straniero a quello della patria loro[512] e tante altre simili cose, fanno di lui il più grande e più antico rappresentante della nostra idea nazionale, mostrano ch'egli si sente italiano ben più assai e prima che cosmopolita. Qual posto competa all'Italia in quell'idea dell'impero, la storia lo dice. Essa, come già rammentammo, non fu propria soltanto di Dante, e sempre per quanti la vagheggiarono, sia qualsivoglia il rapporto che segnassero fra papato e impero, l'Italia apparve come il baricentro della tradizione imperiale. Dante nell'Eneide non trovava adunque soltanto la base per una fredda teoria politica, ma trovava anche un pascolo opportuno e gradito ad un amore vivissimo che gl'infiammava l'animo. Oggi la cosa può esser molto diversa, ma chi sa trasportarsi colla mente nei vari momenti della storia deve intendere che cosa dovesse parere Virgilio ad un pensatore e patriota italiano di quella tempra, nel secolo decimoterzo. Arrivare al concetto della loro nazionalità senza passare per quello dell'antichità latina era moralmente impossibile per gl'italiani. Il prestigio che esercita l'antichità su di essi al ridestarsi del loro pensiero e al principiare del loro rinnovamento, sieno qualsivoglia le idee e le utopie a cui conduce, ha la sua prima base nel sentimento nazionale. Però per quanto paia e sia pure una pazza cosa, la tragicomedia di Cola di Rienzo ha nelle cause da cui muove tanto di nobile e di grande che riesce simpatica e poetica oltremodo. L'idea dell'impero doveva essere un'idea italiana, come l'impero fu un fatto italiano.

Dante adunque non è ammiratore di Virgilio soltanto perchè è un gran nome imposto dalla tradizione. Egli riconosce che la tradizione ha ragione di considerarlo come il più grande poeta latino, e se quella non glielo dicesse, lo vedrebbe da sè; la dipendenza di tanti altri poeti da lui, l'essere egli loro onore e lume ei vede appieno; sa che tutti gli fanno onore, e sa pure che di ciò fanno bene. Conosce il posto che la storia assegna ad Omero, e sa che Omero è quegli «che le muse allattar più ch'altri mai»; ma in fatto egli Omero non lo conosce[513], e per lui l'altissimo poeta, al quale Omero stesso fa onore venendo innanzi agli altri come sire, è Virgilio. Le perfezioni dell'opera virgiliana, come vero poeta, le sente tutte; e di quel miracolo dell'arte egli è superbo come italiano, poichè latino e italiano sono egualmente lingua nazionale d'Italia, e Virgilio è la «Gloria dei latini» per cui

«Mostrò ciò che potea la lingua nostra.»

La vivacità e la profondità delle impressioni prodotte su di lui dalla lettura dell'Eneide, assai più che del bucolico canto, si scorge in luoghi numerosissimi delle sue opere che mostrano quanto ei dicesse vero parlando del «lungo studio e 'l grande amore» che gli fero cercare il volume del Mantovano. E quanta efficacia egli riconoscesse nella parola virgiliana ei lo fa esprimere da Beatrice a Virgilio, quando nell'affidare a lui il poeta smarrito gli dice (Infer. II, 112):

«Venni quaggiù dal mio beato scanno

Fidandomi nel tuo parlare onesto

Ch'onora te e quei ch'udito l'hanno.»

Egli stesso ci fa sapere che l'Eneide la sapeva tutta quanta[514]. Ma quanto era diversa questa sua conoscenza da quella dei centonari di un tempo che facevano strazio della poesia virgiliana a cui erano affatto sordi! Dante sentì vivamente scaldarsi dalle faville

«della divina fiamma,