Onde furo allumati più di mille;

Dell'Eneide dico»[515].

L'uso che Dante fa di Virgilio nelle opere minori mostra che questi era veramente, com'ei dice, il suo autore prediletto, di cui niun altro fu più omogeneo e simpatico al suo spirito, e che era già da molto tempo compagno inseparabile del suo pensiero, prima ch'ei lo facesse compagno del suo mistico viaggio. Non v'ha cosa più bella e più stupenda nella storia del pensiero italiano di questa simpatia che congiunge con prodigiosa, segreta, irresistibile attrazione due grandi rappresentanti delle due epoche più luminose di esso, e segna così in modo imponente la continuità mirabile che esiste fra quelle[516].

Come poeta Dante è del tutto creatore e nulla v'ha che sia a lui tanto estraneo quanto l'imitazione. Ciò si rende manifesto appunto da questo fatto, che ad onta del suo culto per gli antichi poeti e per Virgilio sopratutto, la mente sua robusta non ha subito l'influenza di questi nella produzione di natura artistica. Gli uomini di questa tempra non possono imitare, e anche quando vogliono imitare, creano. Nella poesia dantesca si conosce quanto il poeta abbia familiari gli antichi, e reminiscenze dello studio di questi s'incontrano numerosissime in fatti, in nomi, in talune formole; ma in generale il tipo dell'arte dantesca è intieramente nuovo ed originale, ed intimamente diverso dall'arte antica. Per convincersi di ciò basta esaminare quei luoghi nei quali il poeta ha avuto dinanzi incontestabilmente un esemplare antico, come fra gli altri è la celebre descrizione del supplizio di Pier delle Vigne, del quale, com'ei dice esplicitamente, Virgilio gli ha dato l'idea nel fatto di Polidoro. Ognun vede chiaro che fra i due poeti non v'ha di comune che il tema, mentre lo stile e l'arte sono al tutto diversi. L'ornato retorico, il cumulo di epifonemi, la facondia grandiloquente, proporzionata al tono epico secondo l'idea antica e romana singolarmente, che troviamo in Virgilio, stanno agli antipodi della semplice naturalezza ed evidenza, lontana da ogni ornato retorico, e da ogni tendenza declamatoria, che distinguono Dante. Di certo quand'ei chiudeva dicendo «e stetti come l'uom che teme» sapeva bene di non imitare il risonante e magnifico «obstupui steteruntque comae et calor ossa reliquit» di Virgilio. Di queste profonde differenze non è possibile ch'egli non avesse coscienza, e quand'ei dice a Virgilio:

«Tu se' solo colui da cu'io tolsi

Lo bello stile che m'ha fatto onore»

non bisogna intendere grossamente ch'egli abbia voluto poetare secondo lo stampo virgiliano, cosa che sarebbe falsa, ma bisogna cercare quel significato di quelle parole che la realtà giustifica, in quella guisa come ciò conviene fare per Eschilo allorchè ei dice che le sue tragedie altro non sono che bricioli raccolti dalla mensa omerica. Alle forme caratteristiche della poesia dantesca quelle parole non si possono riferire; chè infatti se la Divina Comedia non offre opera d'imitazione artistica dell'antico, molto meno ne offrono le poesie anteriori, alle quali pur soltanto debbono riferirsi quelle parole, essendo appunto quelle poesie per le quali Dante avea già acquistato celebrità prima di comporre l'opera sua maggiore. Le liriche di Dante non hanno assolutamente che fare coll'arte antica, e molto meno coll'arte virgiliana; esse, così nel sentimento come nella forma, sono tutte di ragione moderna. Dante però dichiara altrove che cosa egli intenda per quello stile che gli ha fatto onore[517]. Il carattere fondamentale del «dolce stil nuovo», del quale egli tanto si compiace di essere introduttore, ei lo stabilisce in questo che (Purg. XXIV, 52):

«quando

Amore ispira, noto, ed a quel modo

Ch'ei detta dentro, vo significando».