Subordinare la poesia agli impulsi del sentimento reale, far ch'essa vada sempre «dietro al dittatore» è ciò ch'ei chiama suo stile e ciò di cui è superbo. Così lo stile viene a riferirsi, non tanto alle forme dell'arte, quanto alla ragione subbiettiva di questa, ragione che può essere identica anche in due poeti diversissimi per ordine di produzione poetica e per qualità di forme artistiche. Convien notare che nella parola Amore, secondo l'uso dantesco, principalmente sono poste in rilievo le tendenze intellettuali.

Lo stile poetico di Dante risulta dall'opera armonizzata del sentimento e della riflessione; è tutto prodotto di un lavoro interno che ricusa ogni imitazione ed ogni convenzionalismo. Non è nè improvvisazione scomposta e tumultuaria, nè fredda versificazione di dottrine e pensieri filosofici allegorizzati[518]: è poesia vera e propria, ma grande poesia di riflessione. Giustamente il poeta la contrappone a quella poesia priva di profondità e di rispondenza subbiettiva che era rappresentata da Buonaggiunta, da Iacopo notaio e simili, come pure da quei grossi dei quali parla nelle prose. Per la sapienza della elaborazione artistica, ed anche per la profondità del pensiero che si racchiude sotto le forme poetiche (secondo le idee medievali), la più alta misura di nobile ed illustre poesia, ei la riconosce in Virgilio. Insomma la poesia dantesca è grande poesia di riflessione individuale, che si slancia ricisamente e s'innalza al di sopra della poesia popolare o convenzionale; è poesia classica, non per imitazione dei classici, ma perchè raggiunge quel livello di nobiltà artistica che costituisce la classicità. Tale è «lo bello stile» di Dante, e s'intende che Virgilio, il più grande poeta classico allora conosciuto, fosse il più grande esempio a lui noto dell'arte poetica così concepita[519]. Chi entra bene in questo concetto deve intendere ch'esso non implica punto l'imitazione delle forme poetiche altrui, ma anzi l'esclude.

CAPITOLO XV.

Tutto ciò può introdurci a intendere la genesi e la natura vera del Virgilio della Divina Comedia. — Se si tien conto di quanto abbiamo osservato sull'idea che si aveva dell'antichità e di Virgilio nel medio evo, è chiaro che con questo si trova d'accordo ne' suoi lineamenti generali il Virgilio dantesco, il quale non è certamente il Virgilio reale augusteo, ma il Virgilio ideale che risultava dai concetti propri di quell'età. Nondimeno sarebbe un errore il credere che la ragione per cui Dante sceglieva Virgilio per sua guida fosse intieramente esterna, quasi ch'egli, cercando nelle sue cognizioni un nome che meglio si adattasse a quell'ufficio, fosse indotto dall'aureola con cui si presentava il nome di Virgilio a scegliere questo. Il grande poema dantesco è tale che in esso, tanto per la stessa finzione poetica, quanto pel modo come questa è trattata, la persona e la subbiettività dell'autore è tenuta in vista continuamente. Dante ha voluto mostrarci il suo cosmo ideale, non fuori di sè e senza di sè, ma in sè e con sè. La scelta dunque delle simboliche sue guide non poteva esser fatta a caso, nè determinata da ragioni esterne, ma doveva essergli prescritta inevitabilmente dalla storia del suo pensiero e della sua coscienza. Se egli avesse voluto fare un poema puramente didattico, in cui di sè e dell'anima sua punto o poco si trattasse ed in cui la sua persona figurasse soltanto artificialmente come avrebbe potuto figurarvi quella di un altro, di leggieri avrebbe potuto scegliere altri personaggi, od anche come altri fecero in casi simili e il simbolismo medievale invitava a fare, sceglier nomi di niente altro significativi che d'idee personificate, quali, a mo' d'esempio, Pistis e Sofia o altri di tal natura, in luogo di Beatrice e Virgilio. Ma l'indole del suo poema era tale, ed il rapporto che questo aveva colla storia del suo pensiero e dei suoi affetti era così profondo, che egli dovette chiedere non ad altri che alla sua coscienza due nomi che fossero stati realmente compagni del suo spirito nelle varie vicende sue e potessero giustamente chiamarsi sue guide nell'ideale e psicologico suo viaggio. Tali erano Beatrice e Virgilio.

Il nome di Beatrice è nome di persona reale, e rammenta al poeta un primo suo affetto, ma la elaborazione ideale di questo oggetto del suo amore, finì col far rappresentare a questo nome una idealità mistica, sempre scopo di profondi affetti, ma lontanissima dal significato primitivo; talchè pel lettore della Divina Comedia che altro non sapesse di Dante e ignorasse la Vita Nuova, Beatrice apparirebbe alla prima come un nome inventato. Virgilio, pur seguendo il processo del pensiero dantesco, rimaneva sempre cosa reale e concreta e non soltanto un puro nome segno d'idee e di affetti. Esso fu l'autore favorito di Dante, in esso Dante trovò pascolo a più di una idea fervorosamente coltivata e sostenuta, ed anch'esso, come Beatrice, fu tratto quindi nella maestosa corrente di quello spirito, seguendone gl'ideali e idealizzandosi esso pure. Gl'ideali a cui risponde Beatrice non sono intera creazione di Dante, ma sono alte sintesi del pensiero medievale; e questo stesso ha luogo per Virgilio, con tal differenza che mentre il nome di Beatrice è applicato agli uni soltanto per un processo della mente dantesca, per gli altri taluni caratteri si trovano nel medio evo già aderenti al nome virgiliano, per modo che, per quanto concerne Virgilio, Dante, innamorato di questo poeta, non ha fatto fino ad un certo punto che concretare in una sintesi personificatrice quanto sparpagliatamente risultava dalle idee medievali su di esso. S'intende però, ch'ei ciò non fece come raccoglitore, ma come interprete del pensiero medievale, che pur viveva in lui. Il tipo di Virgilio, come personaggio e come simbolo, quale ei lo ha ideato e rappresentato, è di gran lunga più nobile e più grande di quello risultasse dai comuni concetti delle menti d'allora.

Dante non si riferisce mai nei vari suoi scritti, nei quali tanto si serve di Virgilio, ad autorità alcuna relativa al poeta; Macrobio e Fulgenzio pare ch'ei non li conosca; certo non si trovano mai nominati da lui, e non v'ha nei suoi scritti segno alcuno da cui possa dedursi ch'ei li leggesse. Egli conosce una interpretazione allegorica dell'Eneide che certamente non è sua, ma di cui non nomina l'autore, rammentandola come cosa ammessa generalmente; e questa non è l'interpretazione di Fulgenzio, ma quella che, forse ispirata dapprima da Fulgenzio, ebbe corso presso gli scolastici, quali Bernardo di Chartres e Giovanni di Salisbury. Di questa egli può aver avuto contezza nei suoi studi filosofici a Parigi. Del resto Dante dalla lettura di Fulgenzio non avrebbe potuto essere che nauseato, tanto barbaramente concepito e opposto alla sua idea è il tipo di Virgilio in quell'opera, oltre che esso è unilaterale e non mostra che malamente e stupidamente una parte di ciò che Dante vedeva e sentiva in Virgilio. Intorno a Virgilio Dante non conobbe altro scritto che la biografia[520].

Noi non c'impegneremo in mezzo alle polemiche degli espositori, che con vari sistemi han voluto spiegare ciò che nel concetto dantesco rappresentino l'una e l'altra guida che il poeta ha scelto pel suo viaggio. La natura del nostro lavoro c'impone di cercare i rapporti del Virgilio dantesco con la tradizione letteraria, quanto lo ravvicina al Virgilio dei chierici medievali e quanto lo distingue da quello.

Il viaggio dantesco è figurato come una peregrinazione d'interesse e di scopo psicologico. È una visione graduata nella quale, per arrivare ad intuire la parte più eccelsa, l'anima deve prima purificarsi dalle impurità che la ottenebrano, passando dinanzi al «temporal fuoco e l'eterno», ritemprandosi nella meditazione di quanto la guasta e la minaccia, del male morale e delle sue sanzioni eterne. Così purificato e giunto a tuffarsi nelle acque rinnovatrici di Lete e di Eunoè, lo spirito si rende capace di accedere alla contemplazione della eterna idea. Due sono quindi le guide di Dante in questo psicologico viaggio, una più reale e concreta per la parte negativa, per quella parte in cui l'anima, rimanendo in regione umana, non fa che purificar sè stessa e rendersi degna e capace della visione beatifica; l'altra più mistica, ideale ed eterea per quella parte in cui l'anima estatica e trasumanata vien sollevata alla sfera sublime della perfezione e della beatitudine, ove più limpida e fulgida risplende «La gloria di colui che tutto move». Quest'ultima essendo la meta del viaggio, e la parte prima compiendosi soltanto come necessaria per giungere a questa, la principale guida è Beatrice, da cui dipende Virgilio, il quale da essa è mandato a Dante, tutto fa e tutto ottiene per Beatrice nei regni che percorre, ed a questa in ogni più grave dubbio rimanda. Così, nella meditazione purificatrice delle più tristi e dolorose realtà, guida, maestro e conforto di Dante è un onestissimo pagano di gran nome e di grandissima sapienza; nella contemplazione dell'idea suprema appetita dall'animo come perfezione e felicità, guida è una donna simbolica e ideale il cui nome corrisponde pel poeta ad un affetto intenso e purissimo; la qual donna incarna in sè l'alta speculazione dello spirito in quelle condizioni di lume e di grazia che solo trovansi nel cristianesimo. La prima guida è di tal natura che quantunque molto s'inoltrasse nella via della purificazione e del perfezionamento, non potè giungere a rinnovarsi nelle acque di Lete e di Eunoè, nè potè retrocedere tanto verso quel puro stato da cui l'uomo si allontanò, da togliere fra sè e Dio l'albero fatale ad Adamo; l'altra è guida perfetta che usufruì nell'intera pienezza il beneficio del sangue di Cristo. Beatrice sa quindi tutto quanto sa Virgilio, ma Virgilio non sa quanto sa Beatrice. Di mezzo alla storia curiosa e poco edificante dei tanti sistemi d'interpretazione che sono stati sostenuti e dei tanti vocaboli che sono stati messi innanzi per ispiegare ciò che simboleggiano Virgilio e Beatrice (sopratutto quest'ultima), riman sempre fuori di questione il fatto che Beatrice (sia la Teologia, la Filosofia rivelata, o altro che si voglia chiamare) ha la sua essenza e la sua ragione di essere unicamente nel cristianesimo, e ciò per cui si distingue profondamente da Virgilio è la rivelazione e la fede. Questa distinzione è del resto in più luoghi segnata a chiare note dal poeta, ed uno de' più espliciti è quello ove fa dire a Virgilio[521]

«.... quanto ragion qui vede

Dir ti poss'io, più in là t'aspetta