Il tatto delicatissimo con cui Dante ha tratteggiato questa bella figura del suo Virgilio è posto in chiaro anche da certe leggere ombreggiature, mediante le quali, senza toglier nulla di molto essenziale alla sua purezza, egli ha mostrato, conseguentemente alla finzione del suo poema, Virgilio inferiore ad altri quanto a perfezione. Egli non solo ammette che nell'antichità anteriore a Cristo ci fossero uomini più perfetti di Virgilio, ma anzi dalli stessi versi del Mantovano desume l'idea del collocamento di Catone, e il nome di quel Rifeo, il quale perchè da Virgilio indicato come «iustissimus unus qui fuit in Teucris» ei colloca in paradiso. Il tipo di Catone sovranamente delineato, e idealizzato anch'esso secondo idee tradizionali[544], santo, maestoso, venerando, ma severo, stoico, atrox animus, e spoglio di ogni sentimentalità terrena, trovasi ad un gradino notevolmente superiore a quel di Virgilio, così nel merito come nel carattere. Tanto in là Virgilio non arrivò, e Dante con maestria tutta sua, non solo lo mostra più prossimo e familiare a sè prima di giungere alla purificazione, ma anche, senza introdurre alcun elemento storico o realistico desunto dalla biografia, e solo tratteggiandone il carattere, lo mostra suscettibile di talune leggere debolezze che a Catone non potrebbero attribuirsi e molto meno a Beatrice. Caratteristico è il luogo ove Virgilio si lascia soverchiamente trattenere dal canto di Casella; ma molto più evidente, pel contrasto dei due tipi posti a fronte l'uno dell'altro, è il luogo ove Virgilio parlando a Catone crede di poterlo commuovere pregandolo per Marzia sua. Le parole placidamente severe colle quali Catone ricusa quella lusinga, solo avendo riguardo alla «donna del ciel che muove e regge» Virgilio in quella via, segnano nel modo il più manifesto la differenza nel grado di purificazione a cui giunsero quelle due anime.

La varia gradazione nell'ordine della purificazione e del perfezionamento, volendo esser fedeli al concetto del poeta, è la prima base da cui conviene partire per determinare ciò che simboleggiano coloro che guidano o rischiarano Dante nel suo viaggio. Virgilio, che non ebbe fede, lo guida con passo sicuro attraverso all'inferno, ma nel purgatorio in cui già comincia il regno più esclusivamente cristiano della grazia, egli è incerto e di molto ignaro e guida Dante dietro informazioni altrui. È quella la parte della via del perfezionamento ch'ei non percorse intiera nè con passo sicuro, mancandogli la scorta delle «tre sante virtù.» Ad un certo punto adunque a lui si unisce, nell'accompagnar Dante, Stazio che è presentato quasi una emanazione di Virgilio, come quegli che, non solo per lui fu poeta, ma per lui fu anche cristiano, quale sarebbe stato Virgilio se fosse nato dopo Cristo. In questo luogo del poema, con artificio profondo e delicatissimo e con grande opportunità, viene posta innanzi per prima volta l'idea medievale sulla profezia relativa a Cristo contenuta nella 4.ª ecloga. Virgilio che fu profeta di Cristo, ma senza saperlo, e di Cristo non parla mai in tutto il poema, trova, per così dire, un supplemento a questa sua deficienza nell'accompagnar Dante, in Stazio, il quale, nato dopo Cristo, potè intendere il significato di quella profezia e per quella si convertì al cristianesimo. Stazio, come Dante, ammiratore entusiasta del Mantovano arriva a dire:

«E per esser vissuto di là quando

Visse Virgilio assentirei un sole

Più ch'io non deggio, al mio uscir di bando.»

Di qui il bel movimento di affetti e il calore delle vive effusioni sue allorchè sa che Virgilio gli sta dinanzi, e il motivare della sua riconoscenza verso il poeta:

«........... tu prima m'inviasti

Verso Parnaso a ber nelle sue grotte,

E prima appresso Dio m'alluminasti.

Facesti come quei che va di notte