Di grande autorità ne' lor sembianti»
trovansi anche i pargoletti neonati che morirono prima che il battesimo li purificasse della sola colpa loro. Tale è la compagnia in cui vive Virgilio:
«Quivi sto io co' parvoli innocenti
Dai denti morsi della morte, avante
Che fosser dell'umana colpa esenti.
Quivi sto io con quei che le tre sante
Virtù non si vestiro e senza vizio
Conobber l'altre e seguir tutte quante.»
La comune condizione in cui trovansi tutti questi abitanti del limbo stabilisce e suppone fra di essi certa comunanza di sentimenti, non toglie però che ciascuno debba avere un carattere suo particolare, determinato dal suo nome e da ciò ch'ei fu in vita. Il genio del poeta, così abile nella pittura dei caratteri e nel coglierne le varietà, non avrebbe mai confuso i tipi diversi, e se avesse scelto a sua guida Aristotele, Ovidio o Lucano, senza dubbio li avrebbe presentati con lineamenti diversi da quei di Virgilio. Anche in questo troviamo raffinato e nobilitato il barbaro e grossolano ideale del medio evo; anzi qui la cosa ha luogo al punto che l'ideale dantesco, piuttosto che essere basato sui concetti del medio evo, apparisce d'accordo colla realtà storica. Quando si riflette a quanto vien pure determinato dalla finzione del poema, dall'essere cioè Virgilio abitante del limbo e messo di Beatrice e simbolo, sorprende la straordinaria armonia di concetti per cui uno risultando dall'altro e tutto combinandosi in una idea sola che pur trae Virgilio tanto al di là dell'esser suo reale, pur nondimeno senza stonatura di sorta, ma in pieno accordo col resto, troviamo in Virgilio un tipo assai più prossimo al vero di quello mai mente medievale lo concepisse. Infatti il carattere del Virgilio dantesco è in fondo, non solo quale viene indicato nella biografia, ma quale realmente trasparisce nell'indole di tutta la poesia virgiliana. È un'anima dolce e mite che ha un nobile sentimento di sè, affatto lontano da alterigia, dotata di una sensibilità delicatissima, che anche quando si adira rimane piena di candore, assennata e giusta, e dove sia pur leggermente malcontenta di sè arrossisce e si confonde come una verginella[542]. Dinanzi ad un tipo siffatto è impossibile non rammentarsi il soave carattere d'uomo che trasparisce nella poesia virgiliana, l'«anima candida» che Orazio riconosce in Virgilio, il titolo di Virgo che si volle trovare in questo nome e di Parthenias che applicarono al poeta i suoi contemporanei napoletani. Non credo possa dubitarsi che lo studio intenso ed intelligente del Mantovano deve avere ispirato e guidato il poeta nel fissare i lineamenti ideali di questa elevata e nobilissima figura.
Questo carattere sta poi in pieno accordo con quanto è Virgilio come simbolo. Dante considera il genio e la sapienza umana con entusiasmo e con venerazione, ma anche con giusta intelligenza; ei non la vede lontana e misteriosa come una fantasmagoria, nè crede doversi rimpicciolire dinanzi ad essa. Egli ha la coscienza della propria superiorità ed ha anche, nè lo nasconde, tutto quel legittimo sentimento di sè che deve accompagnarla. Dinanzi al suo Virgilio ei non si trova punto a disagio, anzi c'è simpatia evidente, affetto e stima reciproca fra i due poeti. Dante tratta Virgilio con rispetto e venerazione, ma senza bassezza, come un maggiore della bella famiglia a cui anch'egli sa di appartenere; e Virgilio verso di lui non tiene atteggiamento di uomo superbo, ma si mostra amorevole, premuroso, e paterno, quantunque superiore per la posizione di maestro e duce che Dante stesso gli assegna[543]. Una mente eletta che intendeva giustamente la poesia e il sapere e conosceva in che veramente stesse la nobiltà loro, non poteva fare di Virgilio, come fece Fulgenzio, un superbo, tenebroso e antipatico barbassoro, nè di sè stesso un povero homunculus qualsivoglia. Il Virgilio di Fulgenzio è figlio della barbarie stolida e ignorante che abbassa ciò che vorrebbe innalzare, quel di Dante è figlio di un rinnovamento genialmente manifestato e rappresentato, che riscatta e rialza quanto la barbarie abbassava e deturpava.