Il Virgilio della Divina Comedia rivela anch'esso, come ogni prodotto dantesco, fino a qual punto Dante aderisse al medio evo, ed insieme fino a qual punto si separasse da questa età, superandola grandemente. Il concetto medievale di Virgilio lo ritroviamo qui, ma la mente geniale e creatrice del poeta gli ha impresso il suo stampo originale, e di mezzo a quei rozzi elementi che più di una volta ci han fatto sorridere, ha saputo trarre un tipo nobilissimo, che è creazione sua. Delle idee medievali su Virgilio talune sono da lui sapientemente eliminate, altre purificate e finamente elaborate[529]. Al tempo di Dante, oltre a quanto già abbiamo riferito della tradizione letteraria su Virgilio, erasi già anche diffusa la leggenda popolare relativa a questo nome ed erasi già anche introdotta nella letteratura, sì nella romanzesca che nella dotta. Dante, che non era estraneo nè all'una nè all'altra, di certo ne avea contezza, come mostra di conoscerla il suo dolcissimo Cino, che l'avea appresa dal popolo a Napoli. È un errore ben grande però il pensare, come ha fatto qualche commentatore antico e quasi tutti i moderni, a quelle leggende a proposito del Virgilio dantesco. Dante non ne ha tenuto il menomo conto, e non c'è luogo nel suo poema in cui pur da lontano Virgilio apparisca come mago o taumaturgo o si accenni in qualche maniera a quanto si pensò su di lui in tal qualità[530]. Basta fermarsi un poco a riflettere sulla grande idea che ha Dante del poeta, e sul culto, non punto triviale e cieco, che professa per lui, per intendere come quelle fole che si spacciavano dalla plebe napoletana sul suo Virgilio e che altri accoglievano troppo leggermente, dovessero ripugnargli. E del resto il modo com'ei tratta i maghi e gli astrologhi nel suo poema mostra chiaro che, nel suo concetto, non solo quelle arti non avrebbero per lui costituito il profondo sapiente che costituivano pel popolo, ma anzi l'esser così sapiente com'ei presenta Virgilio escludeva affatto l'occuparsi di quelle. Secondo il concetto suo, sarebbe stato obbligato a collocare Virgilio all'inferno con Guido Bonatti, con Asdente, e con gli altri, dei quali invece Virgilio si mostra in quel canto tutt'altro che amico ed ammiratore[531]. Ma Dante non ha cercato pel suo Virgilio idea alcuna che fosse estranea agli ideali suoi, coi quali egli congiungeva il nome del poeta, e la magia in questi ideali non c'era davvero.

La parte puramente popolare che aderiva ad un nome letterario non poteva essere accettata da un uomo che conduceva l'arte così in alto e che tanto altamente pensava dei poeti antichi. In fatto di arte e di opera intellettuale Dante è fieramente aristocratico. Neppure ciò che in mezzo alla tradizione letteraria accompagnava allora il nome del Mantovano, si addiceva intieramente all'alto concetto dantesco ed all'uso che Dante fa di Virgilio come simbolo di nobilissima cosa. Egli ha purificato quindi quel nome da più d'una macchia che lo deturpava agli occhi dei cristiani. Certo, Virgilio non è un poeta osceno, e fra gli altri si distingue per certa sua pudica riserbatezza[532]; pur nondimeno gli amori che canta nelle Bucoliche e anche nell'Eneide destavano scrupoli in più di un asceta medievale, che condannava quella poesia come cosa sensuale e lasciva; inoltre tali fatti leggevansi nella biografia del poeta ed anche avean riscontro nelle Bucoliche, secondo i quali Virgilio avrebbe dovuto esser collocato nel cerchio dei violenti contro natura[533] là dove il poeta non esitò a collocare, come prototipo dei maestri di scuola, Prisciano, e il proprio maestro istesso Brunetto. Finalmente quanto alla purezza della dottrina virgiliana, c'era bensì nel medio evo l'idea che il grande poeta latino si fosse grandemente accostato ai principî cristiani, ma c'era anche quella ch'egli come pagano fosse poi anche caduto in più d'un errore, singolarmente epicureo. Questo già vedemmo essergli apposto da Fulgenzio stesso, e si accordava colla sua biografia che lo presenta come discepolo di un epicureo, ed anche col fatto, poichè realmente principî d'indole epicurea, com'è naturale in un poeta di quella età in cui l'epicureismo era tanto in favore presso i romani, non mancano nelle sue opere. Tutto ciò Dante ha lasciato intieramente da parte, sia perchè queste a lui si presentassero come macchie di poco rilievo dinanzi a tanta grandezza di meriti, sia perchè le interpretazioni allegoriche gli permettessero di non vedere nel poeta quel male che altri in esso trovava. Nella cerchia dei violenti contro natura, Virgilio non dice parola, e il modo amorevole ed affettuoso con cui ivi Dante parla a Brunetto suo maestro, mostra quanto in casi simili i meriti gli facessero dimenticare certe colpe. Dell'epicureismo poi Dante non ha una idea diretta intiera e adeguata. Sa da Cicerone De finibus che Epicuro considera fine dell'uomo la voluttà; ma lo sa vagamente[534]. La principal colpa per cui egli colloca gli epicurei in inferno è questa ch'essi «l'anima col corpo morta fanno», principio ch'ei non poteva attribuire al suo poeta, che avea descritto egli stesso il regno dei morti. Perciò Virgilio in quel canto gli parla degli epicurei senza mostrare di averne condiviso alcun errore. E questo processo di purificazione è proprio di Dante, nè soltanto nel suo Virgilio si ravvisa. Tutto traendo in regione astratta e ideale, egli di ciascuna cosa non considera che i caratteri più profondamente tipici, trascurando le imperfezioni di fatto, o le deviazioni che una piccola critica troppo realistica avrebbe avvertito. Così il suicida Catone non ha luogo nella cerchia dei violenti contro sè stessi, fra i quali pur troviamo figure tanto patetiche, ma occupa quell'alta dignità, ed è quella veneranda e santa figura che tutti sanno. Similmente nell'idea di Roma e dell'impero, tanto assiduamente seguìta e profondamente rappresentata nel suo poema, Dante rammenta i grandi tipi ideali di Enea, Cesare, Augusto, Traiano, Giustiniano; ma i brutti tipi di antichi imperatori che la tradizione storica e la leggenda medievale gli avrebbe inevitabilmente impedito di collocare altrove che fra i dannati, come p. es. Nerone, ei non nomina mai.

Virgilio apparisce nella Divina Comedia molto più ricisamente cristiano di quello apparisca nella tradizione del medio evo; ma riman sempre chiara la distinzione che fa il poeta fra ciò che Virgilio fu mentre visse e ciò ch'egli è dopo morto. Virgilio parla sempre come anima di morto, che da lunghi secoli vive nel luogo assegnatole secondo i suoi meriti; colla morte il velo le cadde dagli occhi, e la vita di oltre tomba le rivelò quei veri che prima non avea conosciuti e le fece intendere il suo errore, benchè involontario, e le giuste conseguenze di questo. In questo Virgilio non trovasi in una condizione privilegiata; ei non sa più di ciò debba aver appreso qualunque morto, senza escludere i dannati. Questa è idea cristiana, non propria di Dante soltanto, e da questo lato il Virgilio di Dante si accorda col Virgilio di Fulgenzio. Anche presso Fulgenzio Virgilio parla come ombra suscitata dal regno dei morti: lo scopo a cui serve essendo diverso da quello del Virgilio dantesco, non dice quale fra i morti sia la sua condizione, ma si vede chiaro che certe verità e certi suoi errori ha riconosciuti nella vita di oltre tomba, e che tal soggetto è per lui penoso ed umiliante, nè su di esso ama trattenersi. Ben più espansivo, diverso affatto per iscopo, significato e carattere, il Virgilio di Dante sa e dice quanto la morte gli apprese; sa che erano «falsi e bugiardi» gli Dei che si adoravano al suo tempo, sa che cosa è il Dio dei cristiani ch'ei prima non conobbe, e quindi Dante lo prega:

«Per quel Dio che tu non conoscesti,»

sa che questo Dio è «una sustanzia in tre persone», conosce il beneficio del «partorir Maria.» Queste ed altre simili cose sa Virgilio per la stessa ragione per cui conosce molti fatti posteriori alla sua vita terrena, anche dei contemporanei di Dante, di recente venuti in inferno; ed anche dei fatti anteriori sa quanto prima non avrebbe potuto sapere, conosce Nembrotto[535] e cita il Genesi insieme ad Aristotele[536]. Tutto quanto egli ora sa lo fa riflettere tristamente sulla sua condizione e su quella di Platone e di Aristotele e di tanti altri grandi antichi, che perderono la beatitudine eterna perchè non seppero quanto col solo lume della ragione era impossibile sapere[537]. Però, se le verità cristiane che Virgilio rammenta o anche spiega, le sa come morto, ciò non vuol dire ch'ei le sappia come un morto qualunque; il poeta dando valore e significato di simbolo ad un nome reale avente caratteristiche già ben note e determinate, non poteva presentare questo sapere oltramondano di Virgilio come indipendente al tutto, o diverso e intieramente diviso dal suo sapere mondano. C'è quindi fra le due vite del poeta continuità e non mai opposizione. Quello ch'egli ha appreso dopo morto non lo spinge a disdire nulla di quanto la sua ragione gli dettò vivendo; anzi v'ha tal caso in cui Dante muove un dubbio e Virgilio gli prova che il suo:

«Desine fata deûm flecti sperare precando»

quando giustamente s'intenda, non si oppone affatto alla dottrina cristiana sull'efficacia della preghiera per le anime purganti[538]. Questo accordo si cerca di mantenerlo sempre nella regione ideale alla quale appartiene Virgilio come simbolo; di certe deviazioni neppur qui si tien conto e deliberatamente son passate sotto silenzio. Così, benchè Dante prendendo da Virgilio l'idea fondamentale del viaggio fra i morti, l'abbia poi notevolmente alterata nei particolari, secondo certi concetti suoi e certe esigenze della idea e della tradizione cristiana, pur nondimeno queste differenze fra i luoghi che percorrono e quelli descritti da Virgilio non sono mai accennate o toccate in alcuna guisa nel suo poema. Dante nei poeti antichi distingue nettamente l'idea significata in modo aperto o figurato, e l'espressione e finzione poetica che ne è l'involucro; perciò fa anch'egli uso dei nomi e delle imagini mitologiche, non soltanto come simboli, ma anche come elementi puramente poetici[539]. Del viaggio di Enea all'inferno egli prende sul serio l'idea di cui lo considera come figura o simbolo; della parte formale e fantastica egli prende talune cose, altre lascia fuori, altre cambia, senza che ciò possa esser soggetto di discorso nel rapporto, tutto ideale, che è fra lui e Virgilio[540].

Il concetto della purificazione dello spirito e della intuizione di grandi veri, avvenute per semplice sforzo di mente eletta e privilegiata, e senza alcun aiuto esterno, là dove si trovasse applicato ad un nome avente già un carattere letterario o dotto, portava necessariamente con sè l'altro concetto di una sapienza straordinaria e di una dottrina vasta ed enciclopedica. Perciò il Virgilio di Dante è così sapiente come lo vede Macrobio, Fulgenzio e tutto il medio evo. Virgilio nella composizione dantesca ha occasione di presentare soltanto taluni lati del suo sapere enciclopedico; nondimeno si vede chiaro che questo virtualmente esiste in lui, solo limitato là dove comincia il campo di Beatrice; ed anche qui ei sa come ombra, ma la sua veggenza di ombra armonizza colla già sua sapienza di uomo, poichè, non conviene dimenticarlo, per quanto Virgilio sia qui idea e simbolo, la realtà sua di uomo vissuto e di poeta non è mai perduta di vista, anzi è frequentemente richiamata. Perciò la grande sapienza e onniscienza virgiliana che abbiamo trovata nelle idee del medio evo, la ritroviamo in Dante, a cui quella idea, non solo serviva pel suo intento nel poema, ma si presentava da sè anche indipendentemente da questo, come cosa evidente e non punto assurda; giacchè in realtà, le proporzioni e la natura del sapere del medio evo rendevano possibile, anzi necessario, il concetto dell'enciclopedia come concetto di dottrina completa, ed enciclopedica è la tendenza dei dotti di quel tempo, come di Dante stesso. Il medio evo propriamente considerava gli antichi poeti principalmente come savi e come filosofi; Dante si accordava con esso e se ne discostava, in quanto anch'egli li considerava come savi[541], ma non dimenticava punto ch'essi erano poeti, e veramente poeti. La profondità del pensiero nella poesia, è appunto ciò per cui egli si ravvicina, come poeta, agli antichi, a capo dei quali è Virgilio. Virgilio adunque, come il più alto poeta antico, è anche il più sapiente e più dotto fra gli antichi poeti, e riconosciamo le idee del medio evo intorno ad esso quando Dante lo chiama «virtù somma» e «quel savio gentil che tutto seppe» e «tu che onori ogni scienza ed arte» e «mar di tutto senno» ecc. Questa distinzione la ottiene Virgilio principalmente fra i poeti; in altre categorie di grandi antichi altri vi sono che non appariscono, secondo Dante, meno dotti o sapienti di lui; poichè Dante, come già abbiamo notato, è pieno di entusiasmo per ogni illustre antico, ed è ben lieto di trovarsi nel limbo dinanzi a quelli «spiriti magni» de' quali ei dice: «che di vederli in me stesso m'esalto.» Con Dante si giunge a fare distinzioni che i monaci medievali non facevano, e il nome di Virgilio, benchè non torni intieramente al suo vero posto, è già sulla via di tornarvi. Se adunque la scelta di Virgilio come rappresentante della ragione e del sapere umano corrisponde al posto che occupa nella tradizione medievale questo antico, dato quel concetto dell'antichità più elevato che è proprio di Dante, per ispiegare la scelta dobbiamo sempre ricorrere alle ragioni interne che abbiamo già esposte.

Le varie anime colle quali trovasi Virgilio nel limbo, e la ragione per cui ivi con quelle si trova, costituiscono già dal principio del poema una caratteristica generale di quel tipo che dev'essere proprio al poeta, di cui l'indole individuale è in tutto il poema tratteggiata con una maravigliosa delicatezza. Virgilio è una delle anime pure che senza lor colpa rimasero prive del bene eterno. Dio lo ha posto «fra color che son sospesi» perchè fu «ribellante alla sua legge» e «non per fare, ma per non fare» e «per non aver fè» e perchè «se fu dinanzi al cristianesmo, Non adorò debitamente Iddio.» Ivi con lui sono grandi d'ogni specie, poeti, scienziati, filosofi, eroi, eroine, personaggi storici, fra i quali anche il Saladino, come c'erano pure, prima che Cristo scendesse a liberarli, Mosè, Rachele ed altri grandi dell'antica legge. Insieme con tutte queste anime venerande, che ivi stanno

«con occhi tardi e gravi