«Iudaea incredula
Cur manes adhuc, inverecunda?»
Simile ufficio ha Virgilio nel Mistero delle Vergini folli[166], ed in altri Misteri scritti anche in lingue volgari, in tedesco, in olandese ecc.[167] In una grande composizione drammatica di Arnoldo Immessen (XV sec), per una singolare inversione di parti, la Sibilla Cumea cita Virgilio come sua autorità[168].
Non sempre però nei Misteri ha luogo Virgilio; talvolta la Sibilla è sola a rappresentare i profeti gentili. In un Mistero latino del Natale la Sibilla conosce la venuta di Cristo dalla stella che guidò i re magi[169]. Questa stella secondo un antico poeta spagnuolo fu anche veduta da Virgilio[170].
In ordine a questa idea divenuta popolare e penetrata nel romantismo ha luogo una produzione leggendaria che, passando per varie forme, arriva a combinarsi colla leggenda del Virgilio mago. Già alle presunte disposizioni di Virgilio pel cristianesimo si riferiscono i versi latini che cantavansi a Mantova, da noi già citati[171], i quali parlano della visita di S. Paolo al sepolcro del poeta secondo una leggenda che non è esclusivamente mantovana, e trovasi più estesamente narrata nella Image du monde[172]. San Paolo (così dice questa leggenda), ch'era uomo di molta dottrina, allorchè venne a Roma, trovò che di fresco era morto Virgilio, e ne fu dolente; tanto più se ne addolorò quando nei libri del poeta trovò quei versi che sì bene applicavansi alla venuta del Salvatore. Vide ch'era un'anima disposta a diventar cristiana, e deplorò non essere arrivato a tempo per farla tale:
«Ah! se ge t'éusse trouvé
Que ge t'éusse à Dieu donné!»
come appunto dicono i versi latini. Prese tanto interesse pel morto poeta che arrivò a scoprire un luogo sotterraneo in cui trovavasi riposto. La via per arrivarvi era terribile; soffiava un vento impetuoso, e si udivano tuoni spaventevoli. L'apostolo potè vedere Virgilio assiso fra due ceri ardenti, tutto attorniato da libri gittati in terra alla rinfusa; alla volta era appesa una lampada, e dinanzi a Virgilio stava ritto in piedi un arciere che coll'arco teso la teneva di mira. Questo si vedeva dal di fuori, ma entrare era difficile, chè all'ingresso stavano due uomini di bronzo i quali con martelli d'acciaio facevano dinanzi alla porta un tal continuo martellare che guai a chi si attentasse a valicare la soglia. Tanto fece l'apostolo che riuscì a far cessare l'opera di quei martellatori; ma allora l'arciere scoccò la saetta contro la lampada e tutto cadde in polvere. San Paolo che avrebbe voluto prendere i libri del poeta, dovè tornare colle mani vuote.
Fra le leggende relative ai miracoli che precedettero immediatamente la venuta di Cristo e la fecero presentire ai pagani, celebre è quella che concerne la chiesa di S. Maria in Ara coeli di Roma. Augusto, secondo questa leggenda, fece venire a sè un giorno la Sibilla per interrogarla sugli onori divini che a lui aveva decretati il senato. La Sibilla risposegli che dal cielo verrebbe il re il quale regnerebbe in eterno; e tosto si aprirono i cieli ed Augusto vide una vergine di maravigliosa bellezza seduta su di un altare con un bambino in braccio, e udì una voce che disse, «questo è l'altare del figlio di Dio.» L'imperatore si prostrò pregando, e poscia rivelò la visione al senato. Là dove la visione ebbe luogo, sul Campidoglio, fu poi edificata quella chiesa che anche oggi porta il nome di S. Maria in Ara coeli. Questa leggenda trovasi già fino dall'VIII secolo in scrittori bizantini; poi fu introdotta nella Leggenda aurea, nel Gesta romanorum, nel Mirabilia e in altri libri molto letti che la resero notissima[173]. L'arte la rappresentò più volte, e frequentemente se ne trova menzione negli scrittori dal XII secolo in poi. Petrarca ne parla anch'egli in una sua lettera[174]. Il Mirabilia che riferisce questa leggenda, ne riferisce un'altra di simile significato e che trovasi pure in altri scritti dell'epoca[175]. Nel suo palazzo, ov'erano i tempi della Pietà e della Concordia, Romolo pose una statua d'oro, dicendo: «non cadrà finchè una vergine non partorisca»; e Cristo nacque e la statua cadde a terra[176]. Altri riferisce questo fatto al tempio di Pallade, altri a quello della Pace, che sarebbero caduti quando nacque Cristo; altri finalmente riferisce il fatto alla Salvatio Romae e la predizione di esso a Virgilio. Così Alessandro Neckam, dopo aver parlato della Salvatio Romae, soggiunge: «Allorchè veniva interrogato il glorioso poeta fino a quando gli Dei conserverebbero quel nobile edificio, soleva rispondere: rimarrà in piedi finchè una vergine non partorisca. Nell'udir ciò applaudivano e dicevano: dunque rimarrà in eterno. Quando però nacque il Salvatore dicesi che quel mirabile palagio rovinasse immantinente[177]. Così la leggenda, coll'introdurvisi del nome di Virgilio, perde il suo significato primitivo. La parola di Romolo è un vanto che poi il fatto fece riescir vano; la parola di Virgilio, dato il rapporto in cui era questo poeta con la Sibilla nella idea leggendaria, e il suo posto fra i profeti di Cristo, ha valore di profezia.
Uno sviluppo di questa leggenda, divenuta virgiliana, trovasi in un poema francese inedito, di cui esiste un esemplare MS. nella biblioteca di Torino[178]. È una strana rapsodia di più poemi, due dei quali già noti, che sono il poema di Vespasiano o della Vendetta di Gesù contro gli Ebrei, e la Gesta dei Lorenesi[179]. Per congiungere questi due poemi viene intercalato un terzo poema che serve d'introduzione all'ultimo e narra i fatti di S. Severino, congiunto genealogicamente con Vespasiano da un lato, con Hervis e Garin di Lorena dall'altro. Ma il rapsodo non si è contentato di questo. Nel romanzo di Vespasiano essendo narrata la vendetta della morte di Cristo, egli ha voluto premettere anche gli antecedenti di questo fatto, ed ha quindi aggiunto tutto un lungo poema, che comincia colla creazione del mondo, narra tutti i fatti dell'antico e del nuovo testamento e finisce colla morte di Cristo. Non ha creduto però dover esporre direttamente, come desunta dalla Bibbia, ed in proprio nome, la storia sacra. Ha inventato invece un racconto fondamentale fantastico, con cui, prendendo per base la leggenda di cui sopra abbiamo parlato, fa sì che Virgilio sia appunto il narratore di tutta quella lunga storia. L'unico manoscritto a me noto manca del principio; però quel che rimane di questa parte basta a farci capire di che cosa si tratta. Invece del buon Ottaviano o di Romolo, abbiamo qui un Noirons li arabis, un tristo imperatore, rispondente all'ideale di Nerone che troviamo nelle leggende medievali, adoratore del diavolo e di Maometto, personaggio intieramente fantastico, il quale edifica in onore de' suoi Dei un palagio votivo tutto ricco e splendente d'oro e di gemme; poi fa venire a sè Virgilio, e gli domanda: «tu che tutto sai, dimmi quanto durerà il mio palagio!» — Virgilio risponde: «durerà finchè una vergine non partorisca.» — «Dunque durerà in eterno, chè quel che tu dici non sarà mai.» — «Eppure un giorno sarà» soggiunge Virgilio. E infatti trent'anni dopo nasce Cristo e il palazzo di Nerone rovina. Grande ira di Nerone che fa chiamare Virgilio, e: «dunque, dice, tu sapevi che questa vergine partorirebbe; perchè non me l'hai detto?» E Virgilio entra a parlargli della nuova fede e ne nasce un alterco: chè Nerone di questa non vuol saperne. Infine l'imperatore stabilisce che abbia luogo una disfida fra di loro; quello dei due che vincerà taglierà la testa all'altro. Virgilio accetta, ma desidera, prima di scendere nell'arringo, dare una corsa a casa sua a vedere la sua gente e Ippocrate e i sapienti amici e parenti suoi. E va, e li riunisce tutti ed espone loro il suo caso. Ippocrate si dà a cercare ne' suoi libri e trova tutto quanto concerne la venuta di Gesù; comunica il tutto a Virgilio, il quale, fornito di questa invincibile armatura, parte sicuro del fatto suo. Nerone s'accorge che il suo avversario porta seco armi troppo poderose, prevede la propria fine, e dichiara a Virgilio l'essere proprio. Gli narra l'antica storia di Lucibello o di Lucifero e degli angeli ribelli cambiati in demoni: dice che egli è uno di questi; parla della loro missione sulla terra, della edificazione di Babilonia e di altre simili cose. Virgilio gli risponde ponendosi di piè fermo a narrare tutta la storia sacra, cominciando dalla creazione del mondo. Qui il rapsodo arrivato al suo scopo, sciorina giù un profluvio di versi a migliaia, perdendo affatto di vista Virgilio, e dimenticando anche alla fine di dirci come terminò la sfida fra Nerone e Virgilio; v'ha però in fondo una scena finale che ha luogo in inferno, nella quale parlano Nerone e Maometto, e da cui si desume che Nerone fu decapitato da Virgilio. — Questo poema, anche nella forma, è una delle più goffe cose che si possano immaginare.