Pel rapporto leggendario di Virgilio col Cristianesimo si connette con questa fantasticheria del trovero francese quella di un tedesco quasi contemporaneo, l'autore del Reinfrit von Braunschweig[180], col quale si accorda in ciò anche chi scrisse la Tenzone poetica di Wartburgo (Wartburgkrieg)[181]. Ecco la leggenda, quale si desume da queste due composizioni tedesche. Sulla Montagna della Calamita (Magnetberg, Agetstein, di cui è spesso menzione in queste poesie germaniche medievali)[182] stavasi un gran negromante, principe babilonese o greco, di nome Zabulon (Diavolo) il quale già avea letto nelle stelle la venuta del Salvatore 1200 anni prima che questa avesse luogo, e adoperava tutte le sue arti per impedirla o allontanarla. Egli fu l'inventore della negromanzia e dell'astrologia e scrisse su tal materia più libri, sempre con questi mirando allo scopo sopra detto. I milledugento anni erano già quasi passati, e fra i viventi trovavasi Virgilio, uomo pieno di virtù, il quale per beneficare altrui erasi ridotto in grande miseria. Virgilio seppe di questo Zabulon e delle sue arti e del suo malvolere; e tosto si mise in mare e navigò verso il Monte della Calamita. Grazie all'aiuto datogli da uno spirito che era stato racchiuso in forma di mosca in un rubino che ornava un anello, Virgilio arrivò ad impadronirsi dei libri e dei tesori del mago; e intanto i milledugento anni si compivano e la Vergine partoriva Gesù.
Così la primitiva idea del Virgilio profeta di Cristo, modificandosi e passando per fasi diverse, veniva a combinarsi con una delle leggende relative alla magia virgiliana, quella che narrava come Virgilio fosse divenuto mago, ossia come si fosse procurato il libro che gli comunicò la conoscenza di quelle arti[183]. Riconosciamo qui il libro di ars notoria che, secondo il racconto di Gervasio, era stato trovato da quel tale inglese nel sepolcro di Virgilio, e che qui diviene il libro di Zabulon, come presso altri diviene il libro negromantico scritto da Salomone, il quale com'è noto ha gran parte nella letteratura della magia. Nella tenzone poetica di Wartburgo parlasi di questo libro di Zabulon con grande fatica conquistato da Virgilio[184]. — Ma la leggenda trovasi in altre versioni spoglia di ogni rapporto colla venuta di Cristo.
Verso la stessa epoca Enenkel nel suo Weltbuch narra in qual modo Virgilio, questo «figlio dell'inferno»[185] com'ei dice, si procacciasse le straordinarie sue cognizioni magiche. Mentre un giorno lavorava in una vigna, approfondò tanto la zappa nella terra che giunse a scoprire una bottiglia nella quale trovavansi racchiusi 12 diavoli. La tolse su e si rallegrò del suo trovato. Allora parlò un di quei diavoli e disse che s'ei li mettesse in libertà gl'insegnerebbero ogni sorta di arti segrete. «Insegnatemele prima, rispose Virgilio, e prometto di liberarvi.» E coloro insegnarongli tutta la magia, ed ei ruppe la bottiglia e li lasciò andar liberi. Enrico da Müglin, che visse verso la metà del sec. XIV, pose in versi anch'egli questo fatto in una forma più prossima alla versione del Reinfrit, ma senza parlare neppure egli della venuta di Cristo[186]. Virgilio parte da Venezia per far fortuna in compagnia di altri, e si mette in mare alla volta della Montagna della Calamita[187]. Colà trova uno spirito chiuso in una bottiglia il quale, per prezzo della libertà, gl'insegna il luogo dov'è riposto, sotto il capo di un morto, un libro di magia. Virgilio trova infatti quel libro e appena apertolo gli si fa dinanzi una legione di ottantamila diavoli che si pongono ai suoi comandi e ch'egli incarica di lastricare una lunga strada. Più tardi, nel secolo XV, Felice Hemmerlin[188] narra anch'egli come uno spirito ponesse Virgilio in possesso del libro magico di Salomone, nella speranza di esser liberato. Virgilio però fattolo uscire dalla bottiglia e vedutolo prendere grandi proporzioni, pensò non esser bene lasciar libero pel mondo un galantuomo di quella fatta. Con maniera astuta si fece a dirgli: «di certo tu ora non potresti rientrare in quella bottiglia.» Il diavolo affermava che sì e Virgilio negava, finchè, messo sul punto, il diavolo si rimpiccolì e fecegli vedere che avea detto vero; ma, ridotto che fu nuovamente nella bottiglia, Virgilio ripose su di questa il suggello di Salomone e lo lasciò chiuso là dentro per sempre. Così dal secolo XIII al XV vediamo, in questo fatto dello spirito imprigionato che pone le sue facoltà soprannaturali ai servigi del suo liberatore, applicata a Virgilio una leggenda ben nota, di provenienza rabbinica e maomettana, che non può certamente riuscir nuova ai lettori i quali devono già in essa aver riconosciuto un racconto che figura nelle Mille e una notte e serve di base al notissimo Diavolo zoppo. Come a Virgilio, così anche a Paracelso trovasi applicato questo stesso fatto il quale forma pure soggetto di alcuni racconti tuttora viventi sulla bocca del popolo[189].
Per tal guisa il concetto della magia virgiliana facevasi pieno ed intero, diveniva ovvio e volgare in tutti i paesi latini e germanici; non v'era scrittore di qualsivoglia ordine che non ne sapesse; ricca di fatti vari e di grande notorietà era quella leggenda, e quindi tanto più disposta ad aumentare, poichè anche per queste rinomanze leggendarie vale il proverbio «on ne prète qu'aux riches.» Una espressione più astratta di quel concetto di Virgilio che risultava da tutte queste favole trovasi in un curioso libro latino il quale, quantunque non contenga alcuna leggenda virgiliana, si collega con queste pel nome che si attribuisce l'autore e la natura delle cose in esso contenute. È intitolato Virgilii cordubensis philosophia[190], e questo Virgilio cordubense sarebbe stato un filosofo arabo e l'opera sua, scritta in arabo, sarebbe stata tradotta in latino a Toledo nel 1290[191]. Di certo l'autore non era arabo, e neppure sapeva gran fatto di cose arabiche, poichè non avrebbe mai potuto pensare che un filosofo arabo si potesse chiamare Virgilio, e molto meno a dare per suoi contemporanei a Cordova Seneca, Avicenna, Averroe e Algazel. È un cerretano qualunque il quale ha voluto darsi autorità, assumendo il nome di Virgilio e la qualità speciosa di sapiente arabo. Con una sfacciataggine mirabile ei racconta, in principio del suo scritto, che tutti i grandi dotti e studiosi che accorrevano da varie parti a Toledo, nei gravi problemi che discutevano sentirono il bisogno di rivolgersi a lui, poichè sapevano quanto grande fosse la conoscenza di ogni segreta ed astrusa cosa da lui acquistata mediante quella scienza «che, dic'egli, altri chiama negromanzia, noi chiamiamo Refulgentia.» Mandarono a pregarlo che si recasse a Toledo; ma egli non volle muoversi da Cordova, e invitolli a recarsi da lui, e vennero. Nel libro adunque vengono riferite le gravi discussioni che ebbero luogo intorno alla causa prima, al mondo, all'anima umana, e le importanti comunicazioni che l'autore fece a tutti quei filosofi su tali materie, secondo le rivelazioni avute dagli spiriti da lui interrogati in proposito. Di questi spiriti parla pure, come anche della ars notoria, che è scienza santa, di cui solo chi è senza peccato può sapere; autori di questa furono i buoni angeli i quali la comunicarono al re Salomone[192]. Questi rinchiuse li spiriti in una bottiglia, salvo uno che era zoppo il quale riuscì a rimaner fuori e liberò poi tutti gli altri. Quando Alessandro venne a Gerusalemme, Aristotele suo maestro, che era allora uomo dappoco e rozzo, riuscì a sapere dov'erano riposti i libri che Salomone scrisse su quella scienza, trovò modo d'impadronirsene e così divenne quel grand'uomo che tutti sanno. — La latinità di quest'opera è tutta piena delle più goffe sgrammaticature; l'idea filosofica è una mescolanza strana in cui si riconoscono idee giudaiche e rabbiniche miste a principî cristiani, fra i quali quello del Dio trino ed uno. Di Virgilio non c'è propriamente che il nome attribuitosi dall'autore. Però, come vedesi dalla natura dell'opera, la causa per cui questi assume quel nome sta nell'ideale del Virgilio mago, appunto come nella prima parte di questo lavoro abbiamo veduto l'ideale di Virgilio risultante dal rapporto di questo poeta collo studio grammaticale, condurre il non meno strano Virgilio grammatico a prendere questo nome. Questa corrispondenza fra i risultati di due fasi diversissime del nome virgiliano è veramente uno dei fatti più considerevoli nella storia di questo nome, il quale nelle sue peripezie, non solo subisce la influenza di più vicissitudini del pensiero, ma molte di queste riassume in sè tanto profondamente che ne diviene il simbolo e il rappresentante.
Nulla di quanto l'idea popolare attribuiva al mago, la leggenda lasciò mancare a Virgilio. Stabilita una volta e completata saldamente questa sua qualità, e reso volgarmente noto il nucleo leggendario da cui si desumeva, il resto veniva facilmente da sè. Siccome non c'era buon mago che non avesse fatto i suoi studi a Toledo, anche Virgilio, come Gerberto e tanti altri, doveva avere studiato in quella città. «I chierici, dice Elinando, vanno a Parigi a studiare le arti liberali, a Bologna i codici, a Salerno i medicamenti, a Toledo i diavoli e in nessun posto i buoni costumi»[193]. La rinomanza però di Virgilio mago e la parte che in quella aveva Napoli fece considerare anche Napoli come sorella di Toledo nel dare origine alla negromanzia[194]. Inoltre era inevitabile che nel mondo romantico, in cui s'incontravano tanti altri nomi di maghi, Virgilio si trovasse in rapporto con qualcuno di questi. Nel Parzival di Wolframo da Eschembach il mago Klinsor è nativo di Terra di Lavoro, e Virgilio è un suo antenato[195]. Anche qualche contatto col mago Merlino non mancò[196]. Per tal guisa la leggenda non era più un semplice catalogo di opere maravigliose alle quali si univa il nome di Virgilio, ma veniva a contenere una quantità di fatti particolari che definivano la personalità di questo mago e offrivano anche gli elementi di una biografia. Già abbiamo veduto come nella Image du monde e nel Renart contrefait la narrazione si chiuda colla morte di Virgilio. La persona del poeta trovasi così descritta nel primo di questi due poemi:
«Il fu de petite estature
maigres et corbes par nature,
et aloit la teste baissant,
toz jors vers terre resgardant:
Car coustume est de soutil sage