Fra i Serbi e i Croati trovasi la credenza in un luogo misterioso detto vrzino kolo (cfr. Vuk Steph. Karadschitsch, Lex. Serbic. s. v.) che è la 13.ª scuola, quella ove si apprende a divenir negromante o grabanciaš; ed in un indice slavo di libri apocrifi o condannati, non meno antico del XIV secolo, dicesi dell'eretico prete bulgaro Ieremias (X sec.) ch'egli byw w nawieh na werzilowie kolou. Questa espressione oscura fu ingegnosamente interpretata da Iagič riconoscendo in quel vrzino e verzilowie il nome di Virgilio negromante. Il prete bogomilo Ieremias, tacciato anche di stregoneria, era ivi accusato di essersi procacciato quel sapere e le false scritture «andando fra i morti nel cerchio di Virgilio», e questo remoto «cerchio di Virgilio» (vrzino kolo) è pur la 13.ª scuola da cui esce il negromante o grabanciaš secondo la superstizione degli odierni Serbi e Croati; ved. Archiv für slavische Philologie II (1877) p. 465 sgg., Pypin i Spasowič Istorija Slavianskih Literatur, 2.º izd., Pietrob. 1879, I, p. 84 sgg.; Archivio per lo studio delle trad. pop. VI, 1887, p. 266 sgg.
Una traduzione slava dei Faits merveilleux non esiste, ch'io sappia; in un racconto popolare serbo talune parti ricordano la morte di Virgilio qual'è narrata in alcune versioni di quel libretto ed anche l'estinzione dei fuochi; ma il nome di Virgilio non vi figura (ved. Archiv f. slav. Philol. I, 1876, p. 286 sg.). Il solo libro popolare, a mia notizia, che può aver fatto conoscere il Virgilio mago a vari popoli slavi, anche ai Russi, è il Libro dei sette savi, che già nel XIV sec. era tradotto in boemo, poi lo fu anche in polacco e quindi in russo, diffondendosi con gran successo anche nell'alta Russia, in manoscritti da uno dei quali di sua proprietà, del XVII sec., Buslaieff pubblicò il principio del racconto su Virgilio nella sua Istoričeskaja Christomatija, Mosca, 1861, p. 1393-5; cfr. Murko Die Gesch. d. Sieben Weisen bei den Slaven, Wien, 1890 (Sitzungsber. d. k. k. Akad.).
[322]. Croniche di Montevergine, p. 66-95.
[323]. Cfr. v. d. Hagen, Briefe in die Heimath, III, p. 180; Dunlop-Liebrecht, p. 187; Roth, Op. cit., p. 280.
[324]. Ved. p. 143 del presente volume.
[325]. Italienische Miscellen (Tübingen, Cotta, 1803), vol. III, p. 150 sgg. Cfr. Dobeneck, Des deutschen Mittelalters Volksglauben und Heroensagen I, p. 195.
[326]. Raccolta e pubblicata da Pitrè, Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani, Palermo, 1875, vol. II, p. 13 sgg., n.º LIII.
[327]. Ved. sopra, p. 26.
[328]. Ved. sopra, p. 109.
[329]. È riferita questa leggenda dal Prof. L. Viola in una relazione sugli scavi fatti a Taranto, pubblicata nelle Notizie degli Scavi di antichità edite dalla R. Accademia dei Lincei, 1881, p. 411 sgg. nota. Il Viola osserva che questa leggenda ebbe origine dal fatto che il condotto di Saturo non giungeva sino alla città.