che ci fa ricordare la favola dell'Escarbot et sa Femme, di cui parla il Wright, Histoire de la Caricature, ecc. cap. V, pag. 71, e la risposta che il lupo dava ai monaci che volevano insegnargli a leggere. Vedi anche la novella XXI dei Cryptadia, vol. I, pag. 49.
[115]. Notiamo come nelle favole LXXXIX e XC sia rivolta contro i villani l'accusa di non saper conservare i segreti, la quale, nella saga salomonica, e ancora prima nella leggenda di Mahausadha, era diretta dal volgare indovino contro le donne.
[116]. Vedi le favole LIII, LXXXIII.
[117]. Vedi le favole LXXV, LXXVI; quest'ultima è ripetuta dal Sercambi (Novelle inedite tratte dal cod. Trivulziano CXCIII per cura di R. Renier, Torino, Loescher, 1889) nella nov. LXXX.
[118]. Montaiglon et Raynaud, Op. cit., t. IV, nº CIX; sarebbe troppo lungo e inopportuno il ricordare qui tutti i fabliaux che dipingono l'infelicità coniugale del villano. Ricorderemo quello, Du preste ki abevete, che ha qualche analogia col Vilain de Bailleul, così pure il Fabliau d'Aloul, il Meunier d'Arleux, la Sorisete des estopes, Le quatre souhais Saint Martin, ecc.
[119]. Questo fabliau che, come è noto, fornì l'argomento alla nov. VIII della giornata III del Decamerone, appartiene al ciclo leggendario delle narrazioni riferentisi allo sciocco che si crede morto o cambiato con un altro. Basterà che ricordiamo la novella II del Sercambi (ediz. cit.), De Semplicitate, la facezia LXVII del Poggio; in una novella del Fortini, il villano Santi del Grande recatosi in città a vendere due capretti, è persuaso da alcuni burloni che essi sono capponi e non capretti, come i ladri avevano fatto col prete Scarpacifico (Straparola, Notte 1, fav. II) e Eulenspiegel col villano (pag. 133, cap. LXVIII), e, convinto di esser morto, si lascia fare i funerali, e solo dalle provvidenziali bastonate con cui è accolto dal fratello è richiamato alla realtà della vita. Anche nella Trinuzia del Firenzuola i servi persuadono il dottor Rovina ch'egli non è più lui stesso, come è narrato del Grasso Legnaiuolo, e come è fatto credere a M. Niccolò nello Stufaiolo del Doni, a Calandro nella commedia del Dovizi, ed al marito dalla moglie infedele in alcune novelle (Vedi la II delle Antiche Novelle in versi di tradizione popolare riprodotte sulle stampe migliori con introduzione di G. Rua, nel vol. XII delle Curiosità popolari tradizionali pubblicate per cura di G. Pitrè, Palermo, Clausen, 1893, e la novella Mustafà del Batacchi). La storiella dello sciocco che si lascia fare i funerali e che è lasciato cadere in terra dai portatori perchè l'intendono parlare, è ripetuta dal Poggio, facezia CCLXVII; dal Morlini (Novellae, Fabulae, Comedia, Lutetiae Parisiorum, 1855, nov. II); dal Lasca (La prima e la seconda Cena di A. Grazzini, Milano, 1810, cena II, nov. II) e nella tradizione popolare questa scempiaggine è attribuita a Giufà in Sicilia (Pitrè, Fiabe, Novelle e Racconti popolari siciliani, Palermo, Pedone, 1875, vol. III, cap. CXC), a Iuvadi in Calabria (F. Mango, La leggenda dello sciocco nelle novelle calabre, in Archiv. per le trad. pop., vol. X, pag. 45). In questo ciclo si può comprendere la «Farce nouvelle de Malmet badin natif de Baignolet, qui va à Paris au marché pour vendre ses œufz et sa cresme, et ne les veult donner si non au pris du marché» (Violet Le Duc, Ancien Théâtre François, Paris, Jannet, 1854, t. II, pag. 80), e la novella LXVIII di Bonaventure des Periers.
[120]. Histoire litt. de la France, XXIII, p. 204. Oltre l'analisi minuta dei fabliaux che hanno per protagonista il villano, fatta dal Le Clerc, dal Lenient e dal Bédier, essi furono riassunti dal Ledieu nell'Op. cit., dove si trovano anche alcune notizie sulla condizione dei villani nel medio-evo.
[121]. È attribuita anche ai saggi di Gotham. (Vedi Wright, Histoire de la caricature, ecc., pag. 212). Secondo un'altra storiella, il villano, avendo perduto l'asino, si reca da un ciarlatano e si fa dare una medicina per ritrovare la sua cavalcatura (Poggio, facezia LXXXVI; Bonaventure des Perriers, novella XCIV).
[122]. Poggio, facezia XII. Il Delli Fabrizi, come vedremo, l'attribuisce ai Bergamaschi.
[123]. Poggio, facezia XI; Malespini, Duecentonovelle, parte II, nov. LXIV; G. Finamore, in Archivio per le tradizioni popolari, vol. IX, pag. 157.