[148]. Novelle ed. ed ined. di ser G. Forteguerri, nov. VIII.

[149]. Scelta di curiosità lett., nº CXXXVIII, Bologna, Romagnoli, 1874.

[150]. Il Verri (Storia di Milano, II, cap. XIII, pag. 212) riferisce, riportandola dalla Cronaca dell'Ozario, una scena consimile tra un Villano e Bernabò Visconti; il Villano però non sa di trovarsi innanzi al temuto signore, e si lamenta soltanto delle ingiustizie commesse dal governatore di Lodi, e dell'estrema miseria in cui era ridotto.

[151]. Nella Farce de Maistre Pierre Pathelin, avec son testament à quatre personnages, di Pierre Blanchet, come è noto, Thibault Aignelet risponde sempre «Bée» alle domande del giudice, come gli aveva insegnato Pathelin; ma quando questi vuol farsi pagare dal villano che era stato assolto con questo stratagemma si sente rispondere dall'astuto cliente «Bée»; e la medesima burla è ripetuta in una farsa di Hans Sachs, nell'Arzigogolo del Lasca, nella Scelta di facezie, tratti, buffonerie, motti e burle cauate da diversi autori, Firenze, 1594, pag. 161 e nei Diporti di M. Girolamo Parabosco, Torino, Pomba, 1853, Giorn. I, nov. VIII, pag. 63.

[152]. Passano, I novellieri italiani in prosa, indicati e descritti, Torino, Paravia, 1878, vol. II, pag. 423.

[153]. Il villano, in una novella che troviamo riportata dal La Fontaine (Op. cit., pag. 254: Le Diable de Papefiguière) e dai Kryptadia, t. I, pag. 59, inganna il Diavolo che gli aveva dato un campo da lavorare a metà prodotto, seminando delle patate e lasciando al Diavolo le foglie; essendosi poi stabilito che il raccolto sarebbe spettato a chi dei due avesse riconosciuto la cavalcatura del compagno, il villano viene al luogo fissato a cavallo della moglie e vince la scommessa, non avendo il diavolo conosciuto la strana cavalcatura dell'avversario. Vedi anche sullo stesso argomento della lotta tra il diavolo e il villano, Rua, in Giorn. Storico, XVI, pag. 250. Anche Belfagor, nella notissima novella del Machiavelli, deve rinunciare a castigare il villano Matteo del Bricco dell'abuso che costui faceva della facoltà concessagli di guarire le ossesse, perchè è messo in fuga dalla falsa notizia, datagli dall'astuto villano, che stava per essere raggiunto da Monna Onesta. Il D'Ancona (Poemetti pop. it., Bologna, Zanichelli, 1889, pag. 131) come Appendice al Trattato della Superbia, ecc. ha pubblicato tre Contrasti, il primo dei quali in un'edizione recente è intitolato: Curioso Contrasto tra la Morte ed un Villano astuto che guarisce ogni malattia colle Erbe. La Morte incontra un villano e cerca di intimorirlo minacciando di farlo morire con varie malattie che gli viene enumerando; ma il villano non si lascia sgomentare e ad ogni male minacciato ricorda i rimedi corrispondenti a cui saprebbe ricorrere, e non si dà per vinto che quando la Morte minaccia di coglierlo all'improvviso.

[154]. Il Carducci, Cantilene e Ballate, Strambotti e Madrigali nei sec. XIII e XIV, Pisa, Nistri, 1871, pag. 74, ha pubblicato uno dei più antichi esempi di poesia rusticale, anteriore alla Nencia; ripubblicato da Severino Ferrari, Bibl. della Lett. pop. it., Firenze, 1882, anno I, vol. I, pag. 65.

[155]. D'Ancona, La poesia popolare italiana, Livorno, Vigo, 1878.

[156]. E. Rubieri, Storia della poesia popolare italiana, Firenze, Barbera, 1877, parte II, cap. XIV.

[157]. Burckhardt, La civiltà nel secolo del Rinascimento, Firenze, Sansoni, 1876, t. II, pag. 104 e seg. Il Burckhardt, dopo di aver osservato che questa reazione naturalistica nella poesia contro la bucolica convenzionale degli imitatori di Virgilio e del Boccaccio non era possibile che in Italia per le condizioni diverse in cui vi si trovavano i contadini rispetto a quelli di Francia e di Germania, aggiunge: «Ora è bensì vero che la boria e l'orgoglio cittadinesco sono un continuo stimolo ai poeti e ai novellieri perchè mettano in canzonatura il villano, e che la commedia improvvisata si dà premura poi di fare il resto. Ma tuttavia dove trovare neanche un'ombra di quel crudele e beffardo odio di razza contro i vilains, di cui sono pieni gli aristocratici poeti provenzali e qua e colà anche i cronisti francesi? Egli è un fatto che negli scrittori italiani di qualsiasi specie (Corteg., II, 54; Pandolfini, Governo, pag. 86) s'incontrano frequenti e spontanee testimonianze d'onore e di rispetto per una classe di persone che rende alla società sì segnalati servigi e ha tanto diritto alla di lei gratitudine». Senza fermarci a constatare la maggiore o minor quantità di componimenti satirici contro i villani nei diversi paesi, osserviamo contrariamente a quanto afferma l'illustre storico del nostro Risorgimento, che se il Pandolfini, o per meglio dire, l'Alberti in alcuni luoghi dell'opera discorre della felicità di chi vive in villa lontano dai rumori della città, parlando dei contadini, dice: «È cosa da non poter credere quanto nei villani sia cresciuta la malvagità! Ogni loro pensamento mettono nell'ingannarci; mai errano a loro danno in niuna ragione s'abbia a fare con loro: sempre cercano che si rimanga loro del tuo... Se le ricolte sono abbondanti per sè ne ripongono le due migliori parti. Se per cattivo temporale o per altro caso le terre furono quest'anno sterili, il Contadino non te n'assegna se non danno, ecc.» (pag. 106-107). Anche nel Cortegiano del Castiglione non abbiamo saputo trovare le attestazioni di simpatia a cui il B. accenna; anzi i contadini vi sono in più luoghi dipinti come vittime di burle tradizionali per opera di buontemponi, e vi si stigmatizza il nobile che lotta per diporto col villano. Certo nella nostra letteratura non mancano le lodi ai villani, ma ai due scrittori citati non spetta questo merito. Tra i molti che scrissero in lode della popolazione rurale, ricorderemo Gio. Vincenzo Imperiale che scrisse nei primi anni del sec. XVII un poema, intitolato: Lo stato rustico, Genova, 1611, nel quale contrappone la felicità della vita rustica all'infelicità della cittadina.