[324]. pennato = strumento per potar le viti.
[325]. indozza = malore.
[326]. attassare = tartassare.
[327]. Nella Frottola di due contadini, Beco e Nanni, questi dice al compagno che vuole fargli avere a mezzadria un certo podere:
L'oste è mio amico, ignorante e da bene,
Vo' dir male del suo lavoratore,
Ei mi crede e darattel per mio amore.
[328]. Abbiamo qui, come nella Cassaria dell'Ariosto, e nei Morti vivi, commedia di Sforza d'Oddi, Vinegia, 1597, atto I, scena III, una attestazione dell'esistenza in Italia nel secolo XVI della schiavitù; vedi su questo argomento nella Nuova Antologia, serie III, volume XXXIV, pag. 618, lo studio di Luzio-Renier: Buffoni, Nani e Schiavi dei Gonzaga ai tempi d'Isabella d'Este.
[329]. Il Passarini, Op. cit., pag. 265, nº 563, spiega questo modo di dire, così: «La pace non cementata dall'affetto e dal pentimento sincero è la pace di Marcone». Ma osserva che è usato anche in senso equivoco e allora si riferisce alla notissima facezia, ricordata anche dal Torraca (Studi di Storia letteraria nap., Livorno, Vigo, 1884, pag. 196) e tratta da una Raccolta di aneddoti di cui abbiamo già avuto occasione di parlare, nella quale si narra la strana risposta che un matto diede a Fra Roberto da Lecce. La novella di Marcone è pure ripetuta dal Bandello (parte III, nov. XLIX), il quale in un'altra novella (parte I, nov. LIII), ricorda il Giambo di Marcone. In questo secondo significato è usato generalmente, e lo troviamo nella commedia Scanniccio di G. Roncaglia, atto II, e nella prima scena della Commedia di Pidinzuolo; anche il Riccoboni, Dell'Arte rappresentativa, Londra, 1728, cap. IV, pag. 38, lo ricorda:
Restino con la pace di Marcone