CAPITOLO III. LA SATIRA CONTRO IL VILLANO NELLA NOVELLA.

«Le moyen-âge, osserva il Wright, paraît avoir été grand admirateur des animaux, en avoir observé de près les divers caractères, et s'être plu à les apprivoiser. Il ne tarda pas à se servir de leurs traits distinctifs pour satiriser et caricaturer la race humaine. Parmi les monuments littéraires que lui léguèrent les Romains, il n'accueillit aucun livre avec plus d'empressement que les Fables d'Ésope et les autres recueils d'apologues qui furent publiés sous l'Empire.»[77] Ma ancora prima del medio evo, anzi fino dai tempi della più remota antichità, gli animali ebbero una grandissima parte nelle letterature orientali, presi come rappresentanti di un dato carattere, ed è noto come la dottrina delle metempsicosi abbia contribuito potentemente alla loro introduzione negli apologhi e nei precetti[78]. Ma non entreremo qui a parlare della diffusione grandissima che ebbero nell'antichità le favole; solo ci preme di osservare come tra gli animali che più frequentemente vediamo introdotti nella favola, una parte principalissima spetti alla volpe, che rappresenta il debole che è costretto a ricorrere all'astuzia per supplire alla forza che gli manca e per difendersi dalla prepotenza e dalla forza brutale dei suoi avversari. Questi si cambiano spesso dinanzi alla volpe; così negli apologhi orientali, essa, che qualche volta è sostituita dallo sciacallo, si trova alle prese col leone, e nell'antico folklore animalesco del Nord dell'Europa è messa di fronte all'orso, a cui nel medio-evo sottentra il lupo, che diventa poi il nemico più acerrimo della volpe a cui è sempre contrapposto nell'epopea animalesca medioevale[79]. E tra Renardo ed Isengrino s'impegna infatti quella lotta formidabile, che ci fu conservata nel cielo epico del Renart, alla cui compilazione, come ben disse il Lenient, concorsero parecchie generazioni come nella costruzione delle più colossali chiese, e che egli ben definisce: «écho des rancunes qui animent les petits contre les grands..... cycle immense où se développe sous toutes les formes le génie d'opposition.»[80] Come Renardo rappresentava, come abbiamo detto, il debole che si difende coll'astuzia, così, Isengrino dal sentimento di rivolta che animava l'una delle classi medioevali contro l'altra, i «vilains» contro i «courtois», fu considerato come il tipo della violenza brutale «un symbole, créé par la réalité des choses, de ces hauts barons si avides et si puissants, qui n'obéissaient qu'à leurs appétits du moment et ne cherchaient pas même un prétext à leurs rapines.

Qui fist vilains, si fist les lous

«disait un poëte du XIIIe siècle, en indiquant clairement la signification tout aristocratique que l'imagination populaire y avait atachée»[81]. Noi ci fermiamo a determinare il significato simbolico che la fantasia popolare nel medio-evo aveva dato a questa lotta tra Renardo ed Isengrino, perchè ci pare, come verremo dimostrando, che molti tratti di somiglianza abbia colla volpe il tipo del villano[82], quale lo vedremo tratteggiato nella satira positiva dei fabliaux. Certamente noi dobbiamo fermarci al Roman de Renart per trovare con evidenza manifestato il carattere simbolico che la volpe rappresenta in opposizione al lupo, e per vedere una possibile analogia negli intenti che informano la satira positiva contro Renardo ed il villano; perchè, come è noto, negli altri rami di cui si compone l'immenso ciclo del Renart la volpe viene man mano perdendo molta parte dei suoi tratti caratteristici, tanto che la vedremo poi vittima alla sua volta dell'astuzia di altri animali, Tybert, Chantecler e persino di Tardif, e non conserva nei successivi rimaneggiamenti del poema la missione di vendicatrice degli oppressi. Nel «Roman de Renart» in cui si vennero raggruppando le tradizioni popolari per opera dei suoi compilatori, e in cui possiamo più spiccatamente che altrove vedere quel carattere di universalità proprio della poesia medioevale «charme du vilain aussi bien que du seigneur»[83], la volpe, appunto per questa pluralità d'intendimenti da cui era informato il poema, rappresenta la vittoria del debole sul forte, ed è perciò assai cara alla classe degli oppressi che si era fatto di lei il suo eroe prediletto[84]; ma per la classe dominante essa non è che la «bête puant» pericolosa per le sue cattive qualità, tra le quali predomina l'astuzia contro cui nessuno può lottare. Anche nel concetto adunque della classe feudale Renardo ottiene il sopravvento sul suo nemico acerrimo, Isengrino; ma questa vittoria non è che il risultato della esagerazione dei vizi di Renardo, il «Maufez» che viene persino confuso col diavolo, e a cui il disprezzo della classe aristocratica e colta attribuirà un'origine differente da quella degli altri animali, come pure si farà col villano. Questa evoluzione, o per dir meglio, inversione della satira contro l'eroe popolare, contro:

Renart qui tol le monde engane[85]

è la stessa che incontriamo nella più antica delle poesie satiriche medioevali contro il villano, nel Versus de Unibove dell'anonimo chierico franco del secolo Xº, dove leggiamo:

Natis natus ridiculis

Est rusticus de rusticis[86].

e poi, mentre ci aspetteremmo una delle solite invettive che i giullari scagliavano contro il servo per lusingare l'orgoglio del potente signore di cui rallegravano i conviti[87], sentiamo invece dall'oscuro cantore narrate le astuzie con cui il villano si sottrae alle minaccie dei suoi nemici. Ora questo primo accenno all'inversione della satira contro il villano ci prova come nella tradizione popolare, di cui il cantore è l'eco fedele, si fosse già iniziato lo spirito di ribellione del debole contro il potente, la tendenza a formare del più umile tra i componenti la società medioevale quel simbolico oppositore alla prepotenza dei feudatari che vediamo tratteggiato in Renardo e nelle figure molteplici, ma certamente affini, del villano astuto. Che questo significato simbolico non fosse avvertito dal signore a cui queste satire contro il villano erano dedicate, non ci deve meravigliare, perchè anche tanti secoli dopo nemmeno alla corte del re di Francia si notava il simbolismo da cui era informato il Mariage de Figaro del Beaumarchais, di quel Figaro che può coll'astuzia sua salvare l'onore della propria fidanzata minacciato dal potente signore, e che può considerarsi, come ha giustamente osservato il Lenient, quale un vero successore dello scaltro villano. E molto probabilmente sfuggiva anche ai rozzi rimatori il senso allegorico che nella concezione popolare la satira positiva contro il villano andava assumendo, perchè molti di essi, come ad esempio l'autore del Versus de Unibove, fanno dichiarazioni esplicite di disprezzo verso il protagonista delle loro narrazioni. Certo l'estensione di significato della parola «villano», alla quale abbiamo più addietro accennato[88], concorse validamente a rendere cara tanto alla plebe cittadina come a quella della campagna la figura del villano astuto, tanto che malgrado il dualismo che le divideva e di cui abbiamo incontrato accenni tanto numerosi, esse accomunavano nella derisione e nella sconfitta degli avversari del villano il loro odio verso gli oppressori. Così l'umile fabbro di Persiceto, Giulio Cesare Croce, chiamato come il giullare medioevale a rallegrare i banchetti dei signori, dopo di aver creato col Bertoldo una delle figure più caratteristiche e più popolari della satira positiva villanesca, non solo aggiunge più tardi non poche pagine alla satira negativa contro il villano col Bertoldino, ma da molte delle sue opere lascia trasparire l'eco dell'odio della plebe cittadina verso i coltivatori dei campi[89].

Ma, ritornando a quanto ci eravamo proposto di dimostrare, cioè all'analogia degl'intenti che informano la satira contro la volpe e quella contro il villano, osserveremo come esista un parallelismo non solo nella loro significazione simbolica, ma anche in molti particolari delle astuzie ad entrambi attribuite, dai quali vediamo confermata la nostra affermazione, cioè che essi, nella concezione popolare medioevale, venivano molto spesso confusi.