e gli rinfaccia di aver avuto l'impudenza di rinnegare per ben tre volte il suo divin Maestro. San Pietro si ritira mortificato e manda, a scacciare il villano, San Tommaso che gli grida da lontano:
Vuide paradis, vilains faus.
Anche a questo santo il villano dice il fatto suo, e gli rimprovera la sua proverbiale incredulità; e così pure a San Paolo, che si presenta da ultimo a tentare la prova, ricorda la lapidazione di San Stefano. I tre santi, confusi ed indignati, si presentano al Signore e gli raccontano le offese ricevute dal villano, il quale, tradotto al cospetto di Dio, e invitato a giustificarsi, non perde la sua franchezza e sostiene i propri diritti al regno della beatitudine, enumerando i meriti che ne l'hanno reso assai più degno dei tre santi; e Dio accoglie le ragioni del villano e gli rende giustizia. In questi fabliaux campagnuoli spira un soffio democratico che riflette il sentimento di rivolta del popolo contro la classe dominante, quello stesso sentimento da cui è inspirato il Roman de Renart, nel quale non è raro di trovare anzi degli accenni significativi e persino degli eccitamenti alla ribellione[95]. Ecco come possiamo spiegarci il formarsi di questa corrente satirica positiva che tende a formare della figura del villano un rappresentante e un difensore delle aspirazioni degli oppressi; e infatti mentre negli altri fabliaux dettati dallo sprezzo dei nobili e degli ecclesiastici vedremo quanto sia deriso il villano, in questi fabliaux ed in alcuni altri che verremo ricordando, il villano, per influsso anche della saga salomonica, incomincia ad alzare a poco a poco la fronte ed a prendere la rivincita sui suoi derisori.
Certo ad innalzare a questo significato simbolico la figura del villano nel medio evo e a dare un grande impulso alla corrente satirica positiva contro di lui, concorse potentemente anche il fatto che nella concezione popolare egli si era identificato col tipo dell'indovino del volgo che confonde colla sua astuzia il re saggio per grazia divina. Questo tipo di saggio volgare che il medio-evo aveva contrapposto a Salomone, se ben si osserva, corrisponde tanto fedelmente al villano quale lo abbiamo visto concepito nella letteratura medioevale, che vediamo in lui sintetizzate le due correnti in cui si bipartisce la satira contro il villano; e con questo infatti l'indovino ha comune l'astuzia volpina con cui vince i suoi oppositori, e la deformità ributtante che il popolo vedeva ripetuta nei buffoni e nei nani delle corti, ai quali pure era concessa una grande libertà di parola. Questa deformità con cui vediamo tratteggiato il tipo orientale del saggio del volgo corrisponde anche a quella tendenza verso il meraviglioso e il sopranaturale che fu propria del medio-evo; Salomone, Virgilio, Gerberto, Silvestro IIº, Cecco d'Ascoli, ed altri saggi furono creduti maghi, Attila, il «malleus orbis», fu fatto nascere dal connubio mostruoso di una donna con un cane. Così la nascita del mago Merlino è accompagnata da avvenimenti terribili[96] che fanno presagire quali portenti compierà il bambino, a cui Dio per stornare i propositi del diavolo che voleva farne un anticristo, donerà poi l'onniscienza; e il ritratto del bambino[97] corrisponde in deformità a quello che la tradizione ci ha conservato di Esopo[98], di Marcolfo[99] e di Bertoldo[100]. Abbiamo compreso anche Esopo tra le figure del villano astuto, perchè infatti egli presenta una grandissima analogia con lui; ed anzi nei primi tempi, come ha osservato giustamente il Degubernatis, personifica umanamente, come il villano, l'eroe della favola animalesca, per lo più un furbo che vince un violento, e si confonde colla volpe, sua vera eroina. «In antico raffigurava soltanto la sapienza greca, ed era poco più che un personaggio allegorico; successivamente prese nella finzione una persona sempre più distinta crescendo ad un tempo in deformità ed astuzia; Esopo diviene il tipo del villano accorto, che si rinnova nel grottesco italiano Bertoldo, il quale risolve ogni quistione che gli vien proposta»[101]. Il Pullé[102] ha dimostrato come si riscontri tra le leggende delle vite anteriori di Buddha una che ce lo presenta sotto le spoglie di Mahausadha in cui si può ravvisare un progenitore indiano dell'indovino del volgo; egli infatti scioglie tutti gli enigmi propostigli dal re Bahvannapâna del Vidcha e che sono quasi gli stessi che Salomone dà a Marcolfo, e, ancora bambino, dà prova di una straordinaria intelligenza. «Naturalmente, osserva il Pullé, si sono fatte delle differenze profonde fra le nobili figure del racconto indiano..... e il materiale, astuto e maligno contadino, modellato dal brutale e sarcastico talento dei barbarici volghi medioevali, cui non poteva gran fatto temperare la vena del rustico poeta. Fra il prototipo indiano e il Bertoldo, corrono appunto le differenze che corsero fra i tempi, la società e gli intenti ideali che li hanno rispettivamente prodotti.» Certamente questa leggenda deve aver contribuito assai a far sostituire al contradditore soprannaturale del re saggio nella saga salomonica il Marcolfo, caratteristica concezione del tipo del villano astuto nel medio-evo, in cui vediamo fondersi le due correnti di satira a cui abbiamo più volte accennato. Nel Marcolfo infatti la classe feudale non vedeva che il buffone dalle risposte insolenti e dalle azioni triviali a cui è concessa la più ampia libertà di fatti e di parole, e nella cui deformità ributtante sentiva l'espressione del suo disprezzo per i villani; mentre la plebe si era formato del contradditore di Salomone[103] il suo eroe prediletto, il rappresentante di quello spirito di ribellione da cui sono informati quei Proverbes au vilain nei quali, come osserva giustamente il Guerrini, «il proletario prende la sua rivincita sul feudatario e lo beffeggia, lo insudicia per esaltare gli umili»[104]. Ecco come si spiega l'immenso favore che la figura di Marcolfo ebbe nella letteratura popolare medioevale, ed ecco pure il perchè della straordinaria integrità del suo carattere attraverso tante generazioni nella tradizione popolare. Intorno alla figura del villano astuto, dell'indovino del volgo, cambiano gli avversari che gli sono opposti dalla tradizione e vengono mano mano perdendo di importanza per adattarsi all'ambiente popolare; così a Salomone, che conservava nel concetto del medio-evo una vitalità di carattere e una grandiosità di contorni che non permettevano di rappresentarlo soccombente nella disputa col villano[105], si vengono sostituendo altre figure più confacenti alla infantilità delle concezioni del volgo. Perchè il tipo del villano astuto si mantenesse vivo nella tradizione, era necessario che egli estrinsecasse questa sua malizia in qualche fatto che colpisse l'immaginazione popolare assai più dello spirito di opposizione che informa il dialogo nella leggenda, ed ecco come molto probabilmente originarono gli altri racconti nei quali lo vediamo tratteggiato. E qui ci troviamo dinanzi alla questione già tante volte dibattuta, se esistano, cioè, dei legami di affinità tra le varie figure di Marcolfo e Bertoldo, e Unibove e Campriano. Se ben si osserva, quello spirito di ribellione da cui abbiamo veduto informata la saga marcolfiana nel medio-evo, e quella tendenza a formare dell'astuto villano un simbolico vendicatore degli oppressi, contribuiscono validamente ad aumentare sempre più l'importanza della figura di Marcolfo, che diventa nella concezione popolare l'attore principale della saga salomonica; e quanto più grandeggia l'idolo del popolo, altrettanto impallidisce il personaggio che gli è opposto dalla tradizione popolare, la quale, come abbiamo già osservato, tende ognora a sostituire alle figure storiche leggendarie, delle creazioni meglio corrispondenti all'indole sua. Certamente tra Marcolfo e Bertoldo che vincono in saggezza Salomone ed Alboino, e Unibove e Campriano che durano ben poca fatica ad ingannare avversari tanto sciocchi quali la tradizione loro attribuisce, pare che esista a tutta prima un abisso insuperabile; ma se si considera più attentamente l'evoluzione di queste fiabe da un punto di vista non limitato, e se si ricordano le leggi che governano questa evoluzione, non è impossibile riscontrare tra queste varie figure del villano astuto una certa affinità. È noto come gli studi recentissimi di novellistica comparata abbiano assodato che a ben pochi si possono ridurre i temi primitivi da cui è originata l'immensa fioritura di fiabe e di novelle nella tradizione di tutti i popoli e di tutti i tempi; questi temi fondamentali, passando dalla tradizione orale nella letteratura e viceversa, si son venuti man mano trasformando e modificando. Molto probabilmente adunque la narrazione delle astuzie di Unibove e di Campriano non rappresenterebbe che uno dei sottocicli nei quali la saga salomonica è venuta spezzandosi nel medio-evo, ciascuno dei quali ha sviluppato una parte speciale della leggenda, assimilandosi elementi affini di altre narrazioni; elementi che spesso giganteggiano fino a far perdere al «motivo» fondamentale la sua originaria fisonomia. Tanto Unibove che il suo discendente Campriano non sarebbero che innesti della letteratura popolare sopra il ceppo della leggenda salomonica; mutandosi gli intenti che informavano la narrazione della sconfitta del re saggio per grazia divina per opera dell'astuto villano, si è cangiato anche l'ambiente in cui si muovono gli attori di questa fiaba. Il Lamma[106] nega recisamente che si possa supporre una anche lontana derivazione dalla saga salomonica delle figure di Unibove e di Campriano; ma, assai più giustamente, il Novati dice: «In fondo tenuto il debito conto delle trasformazioni sofferte, Marcolfo, Unibove, Campriano e Bertoldo non sono che altrettante riproduzioni del medesimo tipo, dell'uomo di vile condizione (schiavo da prima, contadino poi) semplice e goffo, ma scaltro e sagace, che talora vince in saviezza i più nobili, i più prudenti, i più savi»[107].
Il racconto delle astuzie del villano contro i suoi avversari si modifica profondamente passando dalla tradizione orale nella letteratura, perchè non conserva la memoria degli intenti che l'hanno originato[108], e dell'aneddoto marcolfiano non sopravvive che il ricordo delle astuzie che saranno poi attribuite nelle raccolte di facezie ai più celebri buffoni del tempo. Il Folengo, che tanto frequentemente attinse nell'opera sua alla tradizione orale, e che, come abbiamo visto, coglieva tanto volentieri l'occasione di colpire colla satira i villani, inverte le parti nel racconto della burla, e mentre nel Campriano abbiamo il villano che inganna i mercanti, nell'ottava maccheronica del Baldo il villano Zambello è ingannato da Cingar che gli vende a caro prezzo il coltello miracoloso di San Bartolomeo; così Til Eulenspiegel, che pure è il discendente tedesco in linea retta del Marcolfo, fa di preferenza i villani vittime delle sue burle poco decenti. È inutile che ripetiamo qui i numerosi riscontri che presenta la storia di Campriano nella tradizione popolare[109]; solo ricorderemo come si possa far rientrare in questo ciclo il fabliau De Barat et de Haimet ou de trois larrons[110] nel quale sono narrate le astuzie usate da un villano per salvarsi dalle rapine di due ladri famigerati che non sono sciocchi e creduli come gli avversari di Unibove e di Campriano. Eccone il sunto: Un villano, già compagno di due ladri famosi per la loro audacia, li ha abbandonati per la paura del capestro ed è ritornato a casa propria; avendo un giorno ucciso un porco e dovendosi per poco assentare da casa, raccomanda alla moglie di vegliare affinchè non vengano a rubarlo i due ladri che si aggiravano nei dintorni. I ladri infatti essendo entrati nella casa del villano ed avendo visto il porco appeso in cucina, decidono di rubarlo nella prossima notte: ma il villano, ritornato a casa, appena sa dalla moglie della visita dei ladri, sospettando le loro intenzioni, stacca il porco e lo nasconde. Giunta la notte i ladri, penetrati nella casa, s'accorgono dell'inganno, ed uno di essi, approfittando del momento in cui il villano si era alzato dal letto per assicurarsi se la vacca non gli era stata rubata, s'avvicina al letto e domanda alla moglie del villano, fingendo di essere il marito e di non ricordarsi dove avevano nascosto il porco, il luogo del nascondiglio; saputolo, i due ladri rubano il porco e fuggono. Il villano li insegue e raggiunto quello che portava il corpo del delitto e che era rimasto più addietro del compagno, si fa cedere da lui il maiale col pretesto di sollevarlo del peso; il ladro, credendo di aver a che fare col proprio compagno, continua la sua strada mentre il villano ritorna verso casa. Segue poi la narrazione delle altre astuzie con cui i ladri si impadroniscono nuovamente del porco e con cui il villano per la seconda volta riesce a riconquistarlo; finchè il villano, stanco di lottare e disperando di poter vincere in astuzia i due ladri, si decide a dividere con loro il porco.
Anche in alcuni altri fabliaux vediamo tratteggiata la figura del villano astuto che ottiene il sopravvento sui suoi avversari: basterà che ricordiamo il Vilain au Buffet[111] nel quale è narrato con quanto spirito un villano rintuzzasse l'alterigia di un maggiordomo impertinente, e l'altro De deux bourgeois et d'un vilain[112] dove si racconta come un villano, messosi in cammino con due borghesi, mangiasse tutta la provvista di viveri che avevano messo in comune, e spiegasse questo suo atto arbitrario con un sogno fatto durante la notte[113]. In questi due ultimi fabliaux appare evidente quella tendenza alla ribellione che ha ispirato il Roman de Renart, e il villano ritorna ad essere rappresentato come vincitore dei suoi avversari appunto perchè questo spirito di ribellione non poteva avere un'espressione più fedele del dipingere la classe dominante vinta dal più umile degli esseri della società medioevale, dal villano tanto disprezzato e bersaglio convenzionale della satira dei trouvères.
Prima ancora che nei fabliaux il villano era già oggetto di scherno e di satira in quelle raccolte di favole che ebbero tanto favore nel medio-evo; ricorderemo qui alcune delle più caratteristiche da cui originarono molti dei fabliaux satirici contro i villani. Abbiamo detto, parlando del fabliaux Du Vilain qui conquist Paradis par plait, come i villani fossero stati scacciati dall'inferno; ecco per qual motivo il diavolo non voleva più accogliere le anime dei villani:
De Rustico et Plutone[114].
Dum timet agricola se debita solvere morti,
Exhalans ventus podice purgat eum.