Ma appena conchiuso il matrimonio giunge il cavaliere, il «douz amis» a cui la figlia del castellano aveva giurato eterna fede, e rapisce la sposa, inseguito inutilmente dal povero villano a cui i fuggitivi scagliano per di più un mondo d'ingiurie; e lo sposo tradito e beffato, ritorna dolente a casa dove l'attendono lo scherno e le condoglianze motteggiatrici del vicinato[129]. Come abbiamo potuto vedere dal rapido esame che siamo venuti facendo dei fabliaux nei quali è tratteggiata la figura del villano, se, come osserva giustamente il Lenient nelle belle pagine che ha dedicato a questo studio, il villano per influsso della saga salomonica grandeggia nei fabliaux campagnuoli perchè il popolo s'era fatto di lui il simbolico rappresentante dell'odio verso gli oppressori, in molti altri, per le ragioni che abbiamo esposto, è di nuovo colpito da quella satira e da quello scherno che abbiamo veduto tanto fedelmente espressi nelle sarcastiche Vingt-trois manières de vilains. Il Bédier, nel suo magistrale lavoro sui fabliaux, esaminando la parte rappresentata dalle diverse classi sociali, nega assolutamente che i fabliaux, in cui è protagonista il villano, si possano dire ispirati dalla satira contro la classe dei lavoratori del suolo; la satira suppone dell'odio, e nei fabliaux, egli dice, piuttostochè una satira delle classi sociali, noi abbiamo di esse una semplice caricatura. Il Le Clerc invece ha creduto di veder i deboli colpiti costantemente dallo scherno degli autori dei fabliaux. Come si può spiegare l'esistenza di queste due correnti opposte e disparate che informano i fabliaux in cui entrano a far parte i villani? Da un lato abbiamo un numero considerevole di questi componimenti in cui incontriamo dell'odio brutale contro queste povere vittime del feudalesimo, di quello scherno che, secondo il Wright, il Le Clerc, l'Aubertin ed altri, era offerto dall'adulazione bassa dei trouvères quale olocausto al signore possente; dall'altro invece ne incontriamo un gruppo non meno numeroso in cui, prima timidamente, poi senza alcun timore, i villani sono fatti vincitori nella lotta impari che devono sempre sostenere coi loro avversari. Che nei primi non si trovi espresso dell'odio, più che quel motteggio con cui nel medio-evo si solevano colpire altri tipi caratteristici, come più tardi da noi l'alchimista ed il pedante, crediamo molto difficile ed arduo l'affermarlo; come non si può non riconoscere che nei secondi, che furono con espressione felicissima detti «campagnuoli» dal Bartoli per affermare l'ambiente in cui si sono prodotti, il rozzo cantore si fa l'eco, l'espressione fedele dei sentimenti di rivolta che serpeggiavano tra la popolazione rurale e che scoppiavano di quando in quando nelle sanguinose e terribili Jacqueries. Si potrebbe credere che i jongleurs questi nomadi cantori, della cui vita zingaresca il Gautier ha fatto una vivace pittura, avessero nel loro ricco repertorio gruppi diversi di narrazioni per ogni classe di persone, e destinassero ai villani, da cui sappiamo che erano accolti ospitalmente, quelle in cui la vittoria arride al coltivatore del suolo, all'umile servo. Ma forse è più verosimile il supporre che i fabliaux satirici contro i villani siano dovuti alla classe dei trouvères che erano mantenuti da qualche signore, o frequentavano unicamente i castelli, e che, come Rutebeuf e Matazone da Calignano[130], facevano aperta professione di odio verso i villani; mentre i fabliaux campagnuoli sono da ritenersi come appartenenti a quell'umile schiera di cantastorie, qualche cosa d'intermedio tra il poeta, il saltimbanco e l'ammaestratore d'orsi, che frequentavano unicamente le fiere dei villaggi ed avevano un uditorio composto in gran parte da contadini. Come giustamente ammette lo stesso Bédier, nei fabliaux in cui è narrata la vittoria del servo sul padrone si sente che il poeta prende con entusiasmo la difesa del debole contro il forte: «.... l'on entende l'accent de je ne sais quelle haine de jacques..... on sent que le poete se sait vilain lui-même, et qu'il parle à ses pairs»[131]. Se questo accento appassionato non si incontra che rare volte in questi fabliaux campagnuoli, ciò si spiega col fatto che questi jongleurs avevano poco da sperare dai villani

Malëureux de toute part,

Hideus comme leu ou lupart

Qui ne savent entre gens estre,[132]

e perchè, come osservava il Guerrini per il Croce, «la satira, che sarebbe stata un'arma terribile in mano di questi poeti di piazza ai quali il popolo prestava così volontieri orecchio, non era per queste povere anime di rassegnati»[133]. Comunque sia, è certo che il villano è una delle figure più caratteristiche dei fabliaux, e non si può parlare della satira contro di lui senza accennare alla parte importante ch'egli rappresenta in queste narrazioni. Accanto al fabliau satirico che riflette per opera dei trouvères il profondo disprezzo del signore verso il servo, vediamo spuntare a poco a poco il fabliau campagnuolo per influenza della saga salomonica, o per meglio dire, marcolfiana, che vediamo in Francia riprodotta nel Dit de Marcolphe. Il villano alza a poco a poco la fronte e prende la rivincita sui suoi derisori, e prima incomincia a canzonare il borghese che fino ad ieri aveva condiviso con lui lo scherno dei signori e degli ecclesiastici, poi non esiterà a guardare in faccia il suo signore e a sostenere francamente i suoi diritti anche innanzi a Dio. Prima di studiare la parte rappresentata dal villano nella novellistica italiana, era per noi di somma importanza di seguirne le vicende nei fabliaux, per potere stabilire un confronto tra le due correnti satiriche in Francia ed in Italia, e più particolarmente per poter dimostrare come da noi, più che il disprezzo del servo verso il padrone, fu causa principalissima di quell'odio verso le popolazioni rurali che troveremo espresso nelle novelle, il dissidio economico che abbiamo visto manifestarsi tra gli abitanti della città e la popolazione della campagna.

***

Il Bartoli[134], parlando delle fonti del Decamerone, dice a proposito dei fabliaux e della loro influenza sulla novella in italia: «Gli autori dei fabliaux sono evidentemente i precursori di quello spirito che informa più largamente e completamente il Decamerone; di quello spirito satirico e sarcastico che guarda gli uomini dal papa e dall'imperatore fino al villano, per trovare in essi quello che c'è di ridicolo, di falso, di sbagliato, di finto, e scopertolo lo grida a voce alta, con urli anzi, che qualche volta hanno un po' del selvaggio..... il Boccaccio può dirsi il grande erede dello spirito che informò la novella francese dei due secoli precedenti al suo. Dir questo, continua il Bartoli, è cosa giusta, ma non che il Boccaccio sia un'eco dei troveri.» Non è qui il caso d'ingolfarci nella questione tanto dibattuta delle fonti del Decamerone, nel quale alcuni scrittori, come il Le Grande d'Aussy, il Le Clerc, il Fauchet, il conte di Caylus, il Barbazan, non vorrebbero vedere che una riproduzione in prosa dei racconti rimati dei trouvères per quell'esagerato sentimento di nazionalità che faceva chiamare al Settembrini «critica da femminette» i risultati novissimi degli studi di novellistica comparata. Già il Villemain, il Ginguenè, il Du Méril, il Dunlop, il Bartoli, il Landau, il Masi ed altri hanno dimostrato che se i troveri hanno offerto al Boccaccio dei temi tradizionali, soltanto dal genio del novelliere toscano uscì l'opera veramente artistica. Se noi confrontiamo il Boccaccio col jongleur medioevale troviamo tanta differenza d'intenti quanta ne corre, per esempio, tra i fabliaux e le novelle di Margherita d'Angoulême. Nel Decamerone si risentono molto potentemente le influenze aristocratiche dell'ambiente in cui il Boccaccio ha pensato e finge raccontate le sue novelle; per accertarci di questo basterà che noi confrontiamo la parte che nel Decamerone è fatta al Villano, con quella tanto importante ch'egli rappresenta, come abbiamo visto, nelle scene famigliari ritratte nei fabliaux. Il tipo del villano quale l'abbiamo visto tratteggiato nella satira dei trouvères e dei jongleurs, viene a perdere qui tutta la sua individualità caratteristica e tende a confondersi a poco a poco in quella grande classe di ignoranti e di poveri di spirito, che, da Calandrino a Mastro Manente, forma l'oggetto delle risa, e il bersaglio delle natte da parte della classe aristocratica e colta. Nella novella ottava del Decamerone, giornata terza, è detto chiaramente che il volgo serviva di spasso agli ecclesiastici, i quali, come osserva il De Sanctis, ridevano del volgo e dei meccanici perchè il saperne ridere era segno di coltura; Ferondo è così dipinto: «Ora avvenne che essendosi molto colto abate dimesticato un ricchissimo villano, il quale aveva nome Ferondo, uomo materiale e grosso senza modo (nè per altro la sua dimestichezza piaceva allo abate, se non per alcune recreazioni le quali talvolta pigliava della sua simplicità) ecc...» Qui non c'è più quell'odio feroce contro i villani che dettava ai poeti popolari medioevali le violente invettive che abbiamo passato in rassegna; l'odio s'è cambiato in quella satira senza amarezza che scaturisce dal contatto di una fine intelligenza coll'ignoranza del volgo, e tutto l'intento satirico è volto a colpire la corruzione del mondo ecclesiastico. Così nella novella decima della quinta giornata, una certo delle più splendide del Decamerone, nella quale con ironia finissima e con una ricchezza smagliante di colori, il Boccaccio narra la predica e la mistificazione che frate Cipolla fa ai contadini certaldesi, l'ignoranza di quei poveri superstiziosi messa a confronto colla impudenza del frate, finisce quasi per assumere un certo aspetto compassionevole che rende meno acuta la satira contro la loro credulità, e fa dell'ignoranza loro uno sfondo su cui risalta ancora più vivamente l'empietà e la sfrontatezza di frate Cipolla. Nella giornata settima poi, in cui sono narrate «le beffe, le quali, o per amore o per salvamento di loro, le donne hanno già fatte a' suoi mariti, senza essersene avveduti, o sì,» possiamo, senza molta difficoltà, riconoscere in quasi tutte le vittime della infedeltà coniugale i discendenti diretti del villano credenzone quale l'abbiamo visto riprodotto in molti fabliaux. Soltanto Masetto da Lamporecchio costituisce un'eccezione a questa abitudine del Boccaccio di collocare i villani tra i beffati, e rappresenta anzi il tipo del villano astuto che ricorre a mille espedienti per riuscire nel suo intento[135]. Anche nel Trecento novelle del Sacchetti troviamo pochi accenni di satira contro i villani, quantunque egli ritragga l'ambiente popolare fiorentino; potremmo ricordare soltanto alcune risposte argute e pronte ch'egli attribuisce in alcune sue novelle ai villani[136]. Per il Sacchetti, ed anche per il Sercambi[137], dobbiamo ripetere quanto abbiamo già osservato a proposito del Boccaccio, come cioè, nella forma locale che assume la novella in Italia nel trecento, il tipo del villano, quale lo vedemmo tratteggiato nei fabliaux francesi, venga qui a suddividersi, se ci è permessa l'espressione, in altrettante figure non meno caratteristiche di artigiani che riproducono, più o meno fedelmente, i soliti vizi attribuiti dalla tradizione ai villani.

Nei novellieri del secolo decimoquarto ben poco troviamo di interessante per il nostro studio, e probabilmente possiamo spiegare questa assenza di acredine nel dipingere i campagnuoli, e l'abitudine anzi di mutarli, nei motivi tradizionali delle novelle, negli artigiani della città, col fatto che non per anco si era inasprito quell'antagonismo tra la città e la campagna che vedremo chiaramente riflesso nei componimenti del secolo decimoquinto, e decimosesto; o forse perchè l'estensione di significato che abbiamo visto attribuito nei fabliaux alla parola vilain permetteva anche ai nostri novellieri di comprendere in questo tipo non solo i contadini, ma anche gli artigiani ed i meccanici della città[138]. E di fatti se noi osserviamo nel quattrocento la raccolta di novelle del senese Gentile Sermini, vediamo come egli colga tutte le occasioni per scagliarsi contro i villani nel suo libro che egli paragona ad un «paneretto d'insalatella.» La terza novella[139] è una vera carica a fondo contro l'ingratitudine[140] dei villani: «Bartolomeo Buonsignori fece un rustico scopone tornare in un salcio arrendevole.» Questo Bartolomeo, narra il Sermini, s'era recato a stare in villa, dove beneficava generosamente i suoi dipendenti; tra questi c'era un certo Neri «chiamato Scopone, il quale era un maragozzo villano, sconoscente e baccalare, ingrato e tutto suo, avaro delle cose sue, e dell'altrui cortesissimo, o volontieri quando poteva ne pigliava: corpente a casa altrui, ove l'acqua gli era malsana e 'l poco vino: non dico della carne, che quando vi s'abbatteva, ne faceva scorpacciate di lupo; era una gran dura mole per sè, ed aveva un maraviglioso vizio rustichesco, e nell'aspetto pur suo grossolano pareva; ed era grande, compassato e mal vestito, con un naso aquilino di tanta presa ch'aria tenuto un paio di ceste per occhiali: non era mai sì gran vernata che lui portasse calze o giubbarello: sempre involto nella terra: ed avendo in odio il lavar delle mani e viso, sempre era soglioso, co' calzari ricusciti co' gionchi.» Scopone, stando al servizio di Bartolomeo, s'era fatto molti risparmi coi quali aveva potuto comperare una vigna ed una casetta; da allora era divenuto ingrato e sconoscente verso il suo benefattore «siccome generalmente i suoi pari rustichi quando si trovano il valore di tre soldi subito si mettono l'orecchie dell'asino, ed insuperbiti fanno del grosso senza apprezzare più persona niente: non altrimente faceva Scopone.» Il Sermini continua narrando come Bartolomeo facesse pentire Scopone della sua ingratitudine, e conclude con questa riflessione: «..... perchè nel villano, in cui non è legge nè pratica discrezione, con lui non è da pigliar troppa famigliarità: ma volendone aver bene, non è da largar la mano, nè la borsa, nè nissun suo secreto. Diesi da longe e stretto tenere; e se richiede, ben non potendo perdere con lui, servalo di rado, e fagli bramare. Dimostragli tenerlo da poco: non gli ridere in faccia, e miralo di rado; non gli perdonare il fallo, ch'egli ne piglia baldanza. Salda con lui spesso ragione in presenzia di testimoni. Nol tenere a tavola teco, non ischerzare nè motteggiare con lui: fa che non sopprappigli del tuo, e non lassar invecchiare la posta, che te la negherà. Venendoti a casa, spaccialo presto, col bere un tratto: tienlo in timore, sicchè di te faccia stima e conto. Tienlo in freno e senza baldanza e sottile più che puoi, che se lui si sente il valore di tre soldi, pigliando di te securtà, mai bene non avrai, perchè l'aceto l'acquarello rinforza; è il peggior aceto che sia; e non che tu ne abbi bene, a lui parrà meritare che tu il cappuccio te gli cavi, quando con l'orecchie asinesche passerà per la via..... e benchè più altre cose assai dire si potessero, per non troppo lungo dire, ho deliberato di tacere.» Qui siamo dinanzi a uno dei più caratteristici documenti dell'antagonismo tra la popolazione della città e quella delle campagne; in questa invettiva vediamo riprodotte e sintetizzate tutte le accuse che troveremo rivolte contro i villani negli Alfabeti e nei componimenti satirici che abbiamo raccolto in appendice, specialmente in quelle Malitie dei Villani o Sferza dei Villani che chiamar si vogliano, che possono dirsi con ragione il monumento maggiore che ci è rimasto ad attestare questo antagonismo tra i cittadini ed i villani, questo attrito che abbiamo visto riflesso nelle misure restrittive dei governi popolari cittadini contro i villani che si inurbavano. Noi abbiamo riferito questo lungo brano del Sermini, perchè ci pare, se non andiamo errati, che da nessun altro scrittore del secolo decimoquinto troviamo riprodotto con maggior evidenza e fedeltà l'eco di questa lotta economica; basterà che ricordiamo del medesimo autore un'altra novella[141] per dimostrare quanto fosse vivo questo antagonismo: «Mattano, dandoglisi ad intendere d'essere eletto de' magnifici signori di Siena, sendo di fuore, alla città ritornò per risiedere; della qual cosa fu in più modi beffato, che fu fatto Papa de' Bartali, e priore de' Mugghioni»[142].

È notissima la burla che alcuni giovani cittadini fanno a questo villano che voleva unirsi allo loro compagnia; essi conducono Mattano a Siena dove gli fanno consumare tutto il suo avere, cosicchè rimane schernito da tutti e ritorna a casa povero e mortificato. «Come il villano, dice il Sermini, lassa il contado ed alla città per abitare si riduce, non prima s'ha messo il mantello del colore, colle calze solate, che e' comincia a gonfiare, parendogli essere dei maggiori della pezza; e quanto più è ignorante, tanto più è irreverente, scostumato, asinaccio e villano; che essendo nato in contado, volendo usare i costumi civili, non può e non sa».

In generale si può dire che l'influsso della saga marcolfiana nella novellistica dei primi secoli in Italia è quasi insensibile, e che il villano diventa anzi un luogo comune, nella tradizione popolare a cui tanto spesso attingono i novellieri, per indicare il tipo dello sciocco, come più tardi si fece per gli abitanti di una determinata regione. Innumerevoli poi sono le burle di cui sono dipinti vittime. Nella biblioteca Trivulziana esiste una novella in versi di anonimo, che non compare nel catalogo dei novellieri in verso e di cui, a nostro ricordo, non fu mai fatta menzione, nella quale si narra appunto una burla fatta da uno speziale ad un villano[143]. Questi si presenta una mattina «con faccia macilenta» nella bottega dello speziale e gli domanda un rimedio contro gli spiriti da cui si crede invaso; lo speziale lo invita a ritornare il giorno dopo, assicurandolo che preparerà lo scongiuro necessario. Il giorno dopo: