Le streghe l'avevano siccome beveraggio potente: guarisce tutti i mali e prolunga la vita finchè piace, e quando un tisico abbia appena un po' di polmone, basta per conservarglielo sempre. Ma questo è poco; cambia il rame, il piombo, il ferro, e tutti i metalli in oro più puro di quello delle miniere. Peccato che non lo possedano quei poveri diavoli che si consacrano alle lettere! non sarebbero costretti a fare degli almanacchi.
La strana ricetta dell'elisir di lunga vita si ebbe a gran ventura perchè la palesò un vecchio contadino calabrese a un ammiraglio di Carlo V, il quale il dimandò come fosse in sì grande età e robusto. Si fece popolare, si usò da molti, e si narrarono meraviglie come del Leroi e dell'omeopatismo. Guarì un conte alemanno, il marchese di Brandeburgo e la duchessa di Friburgo dopo lunghi anni di malattia. Però ora si crede di poco utile, se ne è inventato invece uno migliore almeno per l'apparenza, e si vende dai profumieri: esso consiste in acque per tingere i capelli, in essenza per ammorbidire le carni, in parrucche: se non allungano la vita, allungano alquanto l'illusione di averla migliore.
Anche il balsamo universale era un elisir che valeva a tutti i mali. Un alchimista di Besançon vendeva questo balsamo, ma siccome si osò dubitare delle sue virtù, costui si tagliava le mani, la testa più volte, e se le rappiccava col balsamo: diceva esser pronto a farne l'esperimento con altre persone; si presentarono alla prova tre Savojardi, tagliò loro la testa e le mani, trasse loro gli intestini, e rimise tutto a posto. Però la seconda volta volle per maggior prodigio aspettare alla dimane ad aggiustarli: portò i laceri corpi a casa, ma per sciagura un gatto rubò ad uno la mano, e un cane mangiò gli intestini dell'altro; ma lo stregone da bravo, sostituì le busecchie di un porcello, e la mano di un impiccato, e ritornò in vita i Savojardi.
II.
Edifizj fabbricati per incanto.
Mefistofele e i suoi colleghi, amici agli stregoni, faceano loro non solo ogni servigio, ma spesso da muratore. Vi è un racconto popolare, assai curioso nella Campania, d'un granajo che un demone fabbricò a Giovanni Mullin fatto mago: siccome non è per noi di molto interesse, ne narrerò invece uno lombardo.
III.
Il ponte di Pavia.
Ognuno sa che il ponte sul Ticino a Pavia è magnifico ed a lungo fu il primo d'Italia; dicono i cronacisti a che ne furono architetti Giovanni da Ferrara e Jacopo da Gozzo; ma corre a Pavia fra il volgo una tradizione strana sul modo onde fu edificato: la raccolsi da un cenciajo che tiene sua bottega sulle sponde del ponte, e vende fibbie scompagnate, volumi guasti e simili bazzecole, ed ha una faccia che somiglia un pochetto ad un trovatore. Udendomi, mentre io guardava a certi libriccini che aveva nella sua piccola bottega, parlare con un amico del tempo che fu costrutto il ponte, esso mi guardò e disse:
— Oh! si volevano altro che gli uomini a fare questo ponte: ella non ne sa niente; quando i cittadini di Pavia stabilirono di fabbricarlo, ne diedero la cura ad un maestro muratore di cui non si sa il nome, ma sono note le vicende. Costui era in grande affanno, non sapea da che parte incominciare, e andava farneticando per la città gittando bestemmie a suo potere; allora gli capitò innanzi un uomo tutto avvolto nel tabarro, e gli chiese che cosa avesse; il poveraccio glielo disse, e l'ignoto offrì di fargli il ponte in una notte se voleva dargli l'anima. Sulle prime l'artefice sbalordì, poi pensato al gran guadagno che ne avrebbe, rispose di acconsentire, stese la destra, e quell'altro, scosso alquanto il tabarro, mise fuori una mano che aveva certe griffe da far paura: si videro anche gambe di capra, barba.... insomma quel signore era Berlicche. Il muratore titubò un pochetto, ma udendo l'amico dirgli: — Sarai un signore a questo mondo, — per avidità di guadagno, strinse la mano; l'ignoto gli diede la posta per la mezza notte sulla ripa del Ticino, nel luogo ove doveasi edificare il ponte, e gli ordinò di portare seco un foglio di cartone, un cane ed un pane.
Il maestro non mancò e il signore dal tabarro venne poco dopo a cavallo di un gran caprone: attraversava il fiume come se camminasse sul solido: quando fu a mezza via, essendo bujo, disse al capro di far lume, e questo scosse le corna e diventarono due fiamme. Approdò, e voltosi al muratore:
— Or da bravo, fratello, il ponte sarà fra poco costrutto, e tu dimani chiuderai nell'arca tutto il valore che hai pattuito col signor sindaco del paese: so che egli usa mettere un po' di tassa a questi contratti; bada a non dargli nulla; s'affoghi nei debiti chè sarà mia preda a suo tempo; tutto in tasca; dammi il cartone. —