L'altro glielo sporse, e il demone lo gittò nell'acqua, e tosto lo si vide crescere, allungarsi, rialzarsi, parte sprofondarsi nel fiume, parte sollevarsi in archi, e formarsi colonne e tetto; insomma costruirsi un ponte bello e grande come è al presente. Però lo Spirito s'accorse che colui rideva, e siccome gli aveva stretta la mano e non giurato, s'avvide volesse gabbarsi di lui, e costrutto il ponte far penitenza e rubargli l'anima. Ma colui era furbo più di noi rivenditori, e guardandolo:

— Ora che il ponte è fatto, prova quanto valga, gittavi sopra quel pane, e mandavi il tuo cane a pigliarlo. —

Il maestro ubbidì, lasciò il cane che corse sul ponte, ma questo si aprì e la povera bestia precipitò, nè più si vide. L'avaro impallidì, e l'altro ghignando:

— Giura di darmi l'anima, e il ponte diverrà di pietra; se no, fa a tuo modo e sarai povero. —

L'avarizia strinse il tristo; giurò, si sentì un cupo fragore, il capro si tramutò in un cavallo, il diavolo gli saltò sopra, galoppò sul ponte e si udì il battere sulla pietra della zampa ferrata.

Alla mattina si trovò il ponte bello e magnifico, solo in un pilone era un buco, dove stava sepolto il cane; il buco vi è ancora, e dicono alcuni che alla notte la povera bestia ne metta fuori il capo e latri; io non l'ho mai udito, perchè a molti curiosi colse entro l'anno qualche disgrazia. L'avaro artefice ebbe la pattuita mercede, ma potè goderne per poco tempo, giacché un giorno gli apparve quel signore dal tabarro mentre era sulla ripa del Ticino, e gli disse: — Amico, son venuto a pigliarti — nè consentì che rispondesse, perchè nel tempo stesso si aprì il suolo sotto a' loro piedi e buona notte, sparvero; uscì un puzzo di zolfo, si fece una voragine sopra la quale corse subito l'acqua del fiume, e formò quel piccolo seno che si chiama Ticinello. —

Così narrava il cienciajo; mi veniva voglia di ridere, ma colui mi guardava con un far sì cagnesco, che tenni per lo meglio andarmene.

IV.
Nuovi prodigj.

Nessuna azione maravigliosa era difficile ai maghi, ognuno lo sente. Non dirò di Merlino e di Atlante, de' quali parlano i poeti romanzeschi; ricorderò alcuni del secolo XIII, e più recenti.

Guido Bonato, troppo famoso per le opere sue e per le arti con cui seppe volgere a proprio talento l'animo d'Ezzelino da Romano, scuotendo la magica bacchetta, operava quanto gli talentava; ergeva edifizj, distruggeva monumenti, infondea vita nelle cose inanimate e reggea la fortuna de' lontani avvenimenti. Sovente Bonato aveva soccorso alla pericolante fortuna di Ezzelino, ed allorché il conte di Montefeltro usciva da Forlì a campo cogli altri popoli di Romagna, il mago salito sulla torre di san Mercuriale, col tocco della campana dirigeva il principe nella battaglia, quantunque fosse delle miglia ben molte lontano, e quindi riescì più volte troppo fatale ai Bolognesi.