— Comincia male, — pensai; — su questa linea m'ha da capitare qualche disgrazia.

E non tardò. Salì all'angolo del Corso Vittorio un ex professore di ginnasio, mio antico conoscente, tutto zazzera e barba, un po' strambo, una di quelle facce rettoriche di vecchi letterati, che par che sian nati con gli occhiali; e mi si piantò davanti sulla piattaforma. Io mi vidi perduto. Era un recitatore spietato dei propri versi, che ammazzava gli amici a colpi di cetra. Questa razza crudele è particolarmente terribile sui tranvai, dove non potete sfuggire al supplizio e siete costretti a ricevere i colpi a bruciapelo, in piena faccia, col naso del carnefice a contatto col vostro. Per mia disgrazia appunto, essendo la piattaforma affollata, m'era impossibile movermi, ero in sua balìa con le braccia e con le gambe legate. Fatta una prefazione brevissima al suo ultimo “parto„, egli m'appuntò contro il petto un indice lungo e nodoso, e incominciò a dire i versi, prima a voce bassa, poi, infervorandosi, forte: — All'uomo! — Non era che un sonetto; ma steso tutto quanto in una forma interrogativa, che pareva stata scelta apposta per metter l'uditore alla berlina. Cominciava: Uom, chi sei tu? e a ogni coppia di versi ritornava questa domanda, alla quale il poeta, pessimista nerissimo, dava una serie di risposte vigorose, l'una più offensiva dell'altra per il re del creato — Uom, chi sei tu? — I passeggieri discosti, che non potevano capire ch'egli mi recitava una poesia, vedendo l'atto e non afferrando che qualche parola, credettero che m'apostrofasse insolentemente, e si voltarono tutti a guardare. E quegli da capo, appuntandomi il dito contro il mento: — Chi sei tu? Con te stesso empio e mendace. — L'attenzione dei passeggieri si fece più viva. — Chi sei tu? — I più vicini sorridevano; ma gli altri sporgevano il viso stupito e inquieto, aspettandosi ch'io alzassi le mani. — Chi sei tu? — E tirò via a darmi dell'insetto, della vana bolla, della larvata iena, un sacco d'ingiurie sanguinose, senza che il rossore che mi saliva alle guance e le smorfie di tormentato ch'io gli facevo sul viso gli destassero il più leggiero sospetto del mio stato d'animo. Il primo verso dell'ultima terzina terminando in stile, presentii con un fremito la botta finale, una patente di viltà solennissima; e tentai di pararla coprendo la sua voce con un colpo di tosse; ma l'aguzzino ripetè il verso. Eravamo in quel punto davanti alla stazione; io avrei dovuto proseguire; ma, vergognandomi di restar là dopo essermi asciugati in silenzio tanti improperi, e anche per disingannar la gente mostrando che s'era buoni amici, discesi con lui nella piazza, dove mi presi nel fianco destro un altro sonetto....

Mezz'ora dopo ritornai dov'ero sceso per prender la linea dei Viali, salii sulla piattaforma d'un carrozzone pien di gente, e mi trovai davanti.... Maledetta giornata! Ecco un altro caso fastidiosissimo, non possibile che sui tranvai: trovarsi faccia a faccia, a contatto, costretti a guardarsi e quasi a confonder gli aliti, con un antico amico, col quale s'è rotta l'amicizia da quindici anni, e che da quindici anni non v'ha più guardato in viso. Se è un nemico che v'odia e che odiate, se n'esce subito: gli voltate bruscamente le spalle, o ve le volta lui. Ma se la rottura non avvenne che per una discussione giovanile stonata, nella quale aveste tutt'e due una parte di torto, e di cui vi pentiste, e supponete ch'egli si sia pentito, se non solo siete certi che l'orgoglio soltanto lo trattenne per tanto tempo dal ritornare a voi, ma sentite che è il sentimento stesso che impedì a voi pure di fare quel passo, quanto è penoso allora l'incontro! Per fortuna, due passeggieri discesero dopo un momento, ed essendosi fatto un po' di spazio, quegli potè adagio adagio, scostandosi un poco, voltarsi dalla parte opposta, senz'aver l'aria di farmi uno sgarbo. Ma fu quasi peggio perchè, non avendo più il suo viso davanti, ebbi libero il pensiero, che prese la via dei ricordi. Egli era là, con la nuca a un palmo dal mio mento; da una contrazione appena visibile della sua guancia capii che doveva essere un po' commosso; gli vedevo per la prima volta molti capelli grigi; mi ricordai delle allegre serate che avevamo passate insieme, dei discorsi pieni di confidenze reciproche, delle lunghe passeggiate fuor di porta che avevo fatto con lui; mi ricordai del riso di buon figliuolo con cui accettava il soprannome di Siapure, che gli avevamo posto, perchè nelle discussioni diceva sia pure a ogni tratto, come un intercalare; mi ricordai che in fondo era un caro amico, un po' troppo pronto, un poco affettato, ma d'indole affettuosa, incapace d'un'azione ignobile; mi rivenne anche in mente che, sette o otto anni addietro, aveva perduto sua madre, morta miseramente, d'una caduta di carrozza, e che per vari mesi dopo l'avevo visto pallido e accasciato; pensai che sarebbe spettato a me di coglier quell'occasione, di toccargli la spalla con la punta delle dita, chiamandolo per nome, e di fargli, al suo voltarsi, un sorriso che fosse un invito, una preghiera.... E mi mancò il coraggio di farlo. E allora, vilmente, riandai col pensiero quella tal discussione, rimasticai le sue parole offensive, attenuai cavillando le mie, m'irrigidii nell'orgoglio, e stetti così, duro e muto, finchè egli discese senza guardarmi, e infilò via San Massimo, sotto alla pioggia. Ma allora rimasi male, pentito, con la coscienza d'essermi portato da anima piccola, e d'aver meritato la chiusa dell'Uom, chi sei tu. — Ah povero mondo! — pensai — Me ne riserba altre, quest'oggi, la carrozza di tutti?

Me ne riserbava ancor una, di fatti, e proprio sulla stessa linea, che presi in Corso San Maurizio per tornare a casa, dopo aver visitato gli apparecchi del carnevale in piazza Vittorio Emanuele. E anche questo fu un caso d'appiccicamento forzato; ma d'indole comica: uno di quei mezzi briachi espansivi che vi s'attaccano come mignatte. Era un operaio sui cinquanta, bassotto, col cappello arrovesciato indietro e un ciuffo di capelli grigi sulla fronte; che pareva si fosse preso tutta la pioggia della giornata, tant'era fradicio da capo a piedi. Stava solo sulla piattaforma, masticando un mozzicone di Virginia, con una faccia che mostrava un gran prurito di chiacchierare. — Appena salii, mi guardò fisso con due occhi lustri, e si rivelò meneghino alle prime sillabe: — Pisson d'on temp! — Con questo fiore di lingua attaccò la conversazione. Aveva fatto una passeggiata fuor di porta (si vedeva) cont on amis, nel quale s'era imbattuto la notte, a la vœuna e mezza, dopo tanti anni che non si vedevano, un compagno d'armi del 1866, che s'era trovato con lui a Rocca d'Anfo, sotto Garibaldi. — Hoo minga bevu tropp — disse, — .... duu gott.... — Era un po' allegro, ne conveniva; ma questo non gli avrebbe impedito d'andar la mattina dopo al lavoro: era lavorante in ferro. Poi disse ex abrupto: Vedaremm, vedaremm, queste prossime elezioni. Cossa el ne pensa lu? — Ma, senz'aspettar la risposta, mi guardò in viso, col capo un po' inclinato da una parte, sorridendo maliziosamente, e, appuntandomi l'indice al petto: — Lu el dev vess de l'oposizion!

Parendomi pericoloso il fargli delle confessioni politiche, mi contentai di sorridere. Egli picchiò il pugno nella mano in atto di trionfo e gridò: — Ah! el disevi mi! Mi conossi la gent da la fisonomia. — Egli aveva dato il suo voto allo Zavattari. — Cossa ne pensa lu del noster Zavattari?

La mia risposta lo soddisfece.

El credi mi! — esclamò. — E del noster Cavallotti, sentimm on poo...? E del noster Imbriani?

Ma le mie risposte, troppo laconiche, non finivano di contentarlo. Me ne fece dell'altre, a cui non risposi più che con cenni del capo. Allora scrollò una spalla, dicendo: — Hoo capii: el vœur minga desbottonass. — E sorrise in atto di compatimento. Poi, tutt'a un tratto, come se gli fosse venuta su un'ondata di vino, mi fissò negli occhi uno sguardo torvo, e voltandosi verso di me con un movimento brusco che gli fece fare un traballone: — Ovèi, disi.... el me credariss forsi on confident de questura?

Caspita! Bisognava rispondere. — Che cosa le passa per la testa? — dissi con gravità. — So bene che uno che s'è battuto con Garibaldi non può far di questi mestieri.

— Ah! — esclamò rasserenandosi. — Ecco una parola giusta! — E provò a ripetersi la mia risposta per gustarla meglio. — Ben ditt!... Ah lu l'è fin! Lu el m'ha daa una risposta che ghe fa onor! — E poi da capo: — Ch'el me disa donca — domandò con un sorriso sarcastico —, cossa el ne pensa lu de Francesco Crispi?