Ma non aspettò la risposta: si voltò verso la strada e, tirando un moccolo, mostrò il pugno all'orizzonte, come se il fantasma del suo nemico sorgesse dietro la collina di Superga. E poi un'altra volta, con un'ostinazione mulesca: — Ma ch'el me disa propri quel ch'el pensa del noster Zavattari?

E continuò così, implacabile, per tutto il tragitto. Salirono altri; speravo che s'attaccasse ad altri. Ma no, egli rimase incollato a me, seguitando a tempestarmi di domande, ora stizzendosi del mio laconismo, ora approvando calorosamente le mie mezze risposte, ora interrogando e rispondendo in vece mia, e lodandomi della risposta che s'era fatta egli stesso. Ma alla fine si dichiarò malcontento. — L'è inutil.... l'è inutil — concluse scrollando il capo, con un sogghigno amaro: — El se vœur propri minga desbottonà.... — E voltatosi ancora una volta a guardarmi prima di discendere, diede in una gran risata, e esclamò: — Ah! che politicon!... Ah che maggia!

Discese, respirai. Ma fatti appena quattro passi, mentre era ancora fermo il tranvai, si voltò indietro: tremai che risalisse; non risalì. Mi ripetè soltanto con un sorriso furbesco, tendendo la mano e tentennando sulle gambe: — E pur.... lu el dev vess de l'oposizion! — Detto questo, se n'andò. Ero libero; ma il divertimento era durato per la bellezza di duemila e quattrocento metri. E così si chiuse per me la nefasta giornata del 9, della quale, rientrato in casa, presi nota con dispetto, maledicendo alla poesia tranviaria, alle amicizie rotte e alla politica brilla, quasi infastidito del mio soggetto....

*

Mi rinfrescarono l'ispirazione tutt'a un tratto le “giardiniere„ che fecero la solita apparizione transitoria negli ultimi giorni di carnevale. Quelle grandi carrozze leggiere e aperte da ogni lato, in cui i passeggieri siedono gli uni dietro gli altri, tutti rivolti da una parte, in modo che, stando ritti sul davanti, un po' di sbieco, s'abbracciano con lo sguardo ventotto visi disposti in sette file, come nella platea d'un teatro minuscolo, presentano un molto più largo e più vario campo all'osservatore che i carrozzoni chiusi. Vi potei far subito delle osservazioni nuove sulla famiglia amenissima degli erotici, che, non potendo più giovarsi della confusione e del serra serra, vi si mostrano più scopertamente. I più arditi, i giovani per lo più, s'appoggiano con impostature eleganti al parapetto anteriore, voltando le spalle ai cavalli, e passano in rassegna il bel sesso della piccola platea volante, come usano di fare, tra un atto e l'altro, dalle sedie chiuse. I più timidi, che sono anche gli osservatori più profondi e i goditori più raffinati, stanno ritti in fondo, di dove non vedono i visi, ma godono di molti altri aspetti della forma femminile, che pare li compensino largamente di quella privazione. Di là, in fatti, possono accarezzare con lo sguardo i colli bianchi, i ciuffetti di capelli agitati dall'aria sulle nuche, i piccoli recessi candidi e rosati intorno alle orecchie, i saldi nodi delle capigliature morbide sporgenti sotto ai cappellini e le lunghe trecce cadenti sulle schiene giovinette; e possono anche osservare a bell'agio i diversi atti graziosi, risoluti o languidi, artificiosi o semplici, con cui le belle persone siedono e si assettano, e misurare con gli occhi le vite snelle e le braccia rotonde, e spingersi pure, senza farsi scorgere, ad osservazioni più delicate sulle passeggiere dell'ultima panca, chinando lo sguardo quasi a piombo sulle linee moventi che s'inarcano dai colli alle cinture e sulle curve ferme che scendono dalle cinture ai ginocchi. Si sale di rado in una giardiniera, in cui non si possa osservare qualcuno di questi osservatori cogitabondi, che col luccichìo delle pupille dicono chiaramente con che cosa si stia trastullando il loro pensiero.

Un bell'originale di questa famiglia conobbi sulla linea dei Viali il dopopranzo della domenica grassa. Stava ritto accanto a me, in fondo alla giardiniera. Era un signore attempatotto, rotondo e roseo, senza un pelo di barba, con una bella capigliatura grigia ondulata che gli scappava di sotto a un piccolo cappello a tuba: tutto vestito di nero e impiccato in un alto solino bianchissimo. L'avrei preso per un pastore evangelico se non avesse mandato intorno un profumo acuto d'essenza di rose. La giardiniera era piena di signore e di signorine. I suoi occhi celesti e vivi scorrevano senza posa su quella folla di cappellini che offriva l'aspetto d'un'aiuola fiorita, accompagnavano per un tratto ogni signora che scendeva, squadravano, avvolgevano, scrutavano ogni signora che saliva, non perdevano uno solo dei movimenti che faceva ciascuna per alzarsi, per voltarsi indietro, per aggiustarsi le vesti, per far posto ad un'altra: pareva che egli pigliasse degli appunti mentali. Ma non v'era ombra di sensualità nel suo sguardo: v'era un'espressione come di compiacenza artistica, un continuo leggerissimo sorriso di godimento puro e tranquillo dell'immaginazione. A un dato momento vidi i suoi occhi dilatarsi fissandosi sulla spalliera mobile dell'ultima panca, alla mia sinistra; guardai: egli aveva colto sul fatto una crestaina, salita poco prima con un giovanotto, la quale, tenendo le braccia ripiegate indietro sopra la cintura, e facendo l'indiana, agitava le dita fra le mani dell'amico, ritto dietro di lei, indianeggiante egli pure; e mi parve che quella scoperta lo rallegrasse, gli destasse un senso di gioia benevola, come quella d'un padre che vede scherzar la figliuola col fidanzato. Un tal colore, se altro non era, egli dava abilmente al suo sentimento. Lo giudicai uno di quei vecchi fortunati, sani di temperamento e di spirito, che dal bel sesso sono ancora attratti, ma non turbati, che ammirano una bella donna come una bella aurora, che davanti allo spettacolo della bellezza e della grazia femminile e degli amori e delle ebbrezze della gioventù, dignitosamente rassegnati alla parte di spettatori, non provano che un senso di dilettazione serena, scevra d'ogni invidia e d'ogni rimpianto. Seguitai un'altra volta il suo sguardo, che si fissò, con un'espressione di maraviglia, all'estremità d'una delle panche del mezzo.... e riconobbi là il profilo purissimo della “vergine morta„; la quale subito, nella mia fantasia, si distese sopra un panno nero, in mezzo a quattro ceri, con gli occhi chiusi e lo braccia in croce, ravvolta in un velo bianco e coronata di fiori.

Era anche questa volta sola, vestita con la semplicità di tutti i giorni, con una rosa bianca sul cappellino; bianca come il suo viso immutabilmente sereno di creatura sovrumana, che non potesse nè arrossire, nè ridere, nè piangere, intangibile ad ogni passione terrena. Il chiodo della curiosità mi si ficcò anche più addentro che la prima volta. Chi poteva essere? Qualcuna delle signore vicine, di tratto in tratto, si voltava a guardarla: pareva che non se n'avvedesse. Ma della sua impassibilità maravigliosa diede una prova anche maggiore. In un momento che s'era fermi, passò lentamente in bicicletta, venendo in direzione opposta alla nostra, dal lato dov'ella sedeva, un bel tenente dei bersaglieri, il quale la fissò, e tirò via. Ma appena si ripartì, quegli tornò indietro e prese ad accompagnare il tranvai, come un aiutante di campo una carrozza reale, col viso rivolto verso la ragazza. Molti s'accorsero della manovra e si misero a guardarli tutti e due. L'ufficiale sorrise, un po' confuso, ma non si scostò; essa non diede il minimo segno nè di compiacenza, nè di suggezione, nè di dispetto, come se sulla bicicletta ci fosse stato un bambino di sei anni: osservava le ruote e il movimento alternato dei pedali col suo sguardo tranquillo e limpido, come se studiasse il meccanismo. Quegli ci fiancheggiò ancora per un po', continuando a guardarla; poi fece forza, passò avanti e disparve; e lei girò sui passeggieri che la guardavano i suoi grandi occhi d'angelo senza sesso, nei quali non era indizio d'alcun pensiero, come se nulla avesse visto e nessuno l'avesse guardata. Ma era veramente un miracolo d'innocenza o d'austerità d'animo, oppure un prodigio di simulazione? Questo sospetto mi fece riflettere. E doveva aver fatto in tutti un'impressione assai viva poichè, quando discese all'angolo di via Gioberti, tutte le teste dei passeggieri, come se un colpo di vento le voltasse, si girarono a guardarla, e vidi che la sua smilza figura di bambina cresciuta in furia, la modestia monacale del suo vestire e la sua andatura stranamente fanciullesca accrebbero in tutti lo stupore, come in me la curiosità. Ma chi poteva mai essere? E avrei fatto la sciocchezza di scendere e d'andare a chiederne informazioni al portinaio della casa dov'entrava, se la mia curiosità non fosse stata attratta in quel punto dal viso d'un bimbo, che stava ritto sopra una delle prime panche, in mezzo a una signora e a una governante, e che mi pareva d'aver visto altre volte.

Mi pareva quello a cui sua madre aveva fatto abbracciare la bambina bionda, sul carrozzone di Giors, l'ultimo giorno di gennaio. Riconobbi infatti la madre ai capelli un po' scomposti e al profilo ardito, mentre si voltava a sinistra, a parlare con una persona che non vedevo. Essendoci un posto vuoto sulla panca dietro la sua, mi ci andai a sedere alla prima fermata, curioso di veder da vicino quella signora originale, a cui avevo ripensato molte volte, ricordando le vampate rosse che le salivano al viso quando s'accalorava e l'aria di suora di carità intrepida che spirava dai suoi grossi occhi neri. Parlava con una ragazzina povera di tredici o quattordici anni, col capo nudo, magrissima, che pareva convalescente, e tossiva. Mi stupì la sua voce robusta, calda, un po' velata, come di chi ha molto gridato; ma assai di più il modo com'essa parlava a quella poverina, alla quale rivolgeva delle domande e pareva facesse delle raccomandazioni, che il rumore del carrozzone non mi lasciava intendere. Era un'espressione del viso, un atteggiamento, un accento di sollecitudine e di cortesia, che rispondevano mirabilmente a un'idea ch'io avevo in capo della maniera da usarsi dai signori coi poveri; nella quale la benevolenza non abbia ombra di curiosità nè di sforzo, e sia delicatamente rattenuta la manifestazione della pietà, e questa non apparisca punto di natura diversa da quella che noi sentiamo per i dolori dei nostri eguali, e la familiarità non si mostri concessa per proposito, ma data per moto spontaneo dell'animo, senza coscienza di darla.

Eravamo a metà del corso Cairoli quando un pezzo d'uomo barbuto, una figura di fattor di campagna arricchito, che dava le spalle alla signora, non mostrando di sè altri connotati che due enormi orecchie vermiglie, accese un sigaro Cavour e si mise a far fumo come un camino.

L'aria mossa portò i nuvoli in viso alla ragazzina, che prese a tossir forte, torcendo il capo e schermendosi con le mani.