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Per tre giorni le giardiniere furono infestate da un esercito di pierrots e di bébés, vestiti a centinaia d'un solo colore, come se li avesse arruolati e mascherati la Prefettura, e ripetenti tutti, dalla mattina alla sera, lo stesso eterno ciao e ti conosco, col medesimo grido in falsetto, acuto e molesto come i loro fiati vinosi e le esalazioni della loro biancheria sospetta e della loro pelle in sudore. Nel piccolo teatro del tranvai, con mio rammarico, si sostituiva alla commedia piacevole di tutti i giorni il veglione chiassoso, dove non potevo più osservare che la caricatura buffonesca della vita. Di mala voglia, il dopo pranzo del martedì grasso, feci una corsa da piazza Statuto alla Gran Madre di Dio. Erano giunte dall'Africa le brutte notizie dei combattimenti di Seeta e di Alequà coi ribelli. Intorno a me, fra i passeggieri, si commentavano i fatti, e alle parole tristi che si scambiavano intorno alla strage, alle sevizie usate ai feriti, alla morte dei tenenti Negretti e Caputo e dell'ufficiale arso vivo, e ai pronostici che si facevano di altri casi più funesti, si mescolavano le note festose delle trombette e dei corni, gli strilli e i canti delle maschere che passavano e i lazzi e le risa di quelle del tranvai; e in mezzo a quella baldoria mi parevano più miserande e più terribili le immagini di quelle povere vittime lontane della guerra maledetta. Ah, che cosa sono i lutti nazionali quando cadono nei giorni destinati dal Calendario alla gozzoviglia e al baccano!

Per un tratto di strada mi stette seduto accanto un uomo maturo, il quale non aveva altra maschera che un gran naso orizzontale, e con quel becco di cicogna sul viso, come se lo portasse per obbligo, leggeva con gran serietà la Gazzetta del Popolo; poi un operaio alticcio e mezzo assonnito, che, dimenticando d'essersi annerita la faccia con sughero bruciato per divertir sè ed il pubblico, discorreva con accento lamentevole di certi suoi dispiaceri di famiglia a un amico addormentato. A metà di via Po, una graziosa mascherina verde, scendendo dal carrozzone mi diede un lattone sul cappello e mi disse nell'orecchio: — Abbasso il socialismo! —; ma non me n'offesi perchè, agli occhi e ai modi, non mi parve, per quanto riguardava la sua persona, una troppo fiera nemica della proprietà collettiva. Al posto di lei salì poco dopo una vecchia signora, di capelli bianchissimi, d'aspetto dignitoso e buono, che serbava ancora i segni d'una bellezza gentile, e sulla panca davanti un giovanotto in maschera di pulcinella, con gli occhi accesi dalle libazioni, che stringeva un sacchetto di confetti con due mani rudi d'operaio. Ed ebbi allora un esempio di quanto valga la gentilezza più dello sdegno a imporre rispetto anche a un animo volgare. Colpito da quella bella canizie signorile, il giovane s'appoggiò alla spalliera della panca, proprio in faccia alla signora, sorridendole con familiarità impertinente, con l'intenzione manifesta di dirle qualche facezia grossolana. Cominciò con la formola solita: — Ah, ti conosco.... t'ho conosciuta quand'eri giovane.... cerca un po' di ricordarti.... — Una risposta secca avrebbe provocato un'insolenza. La signora rispose invece dolcemente, scrollando il capo: — Tu sbagli, povero figliuolo; quand'io ero giovane tu non eri ancora nato....

La pacatezza, la grazia sorridente, velata d'una certa mestizia, e l'accento di benevolenza quasi materna con cui ella disse queste parole, tanto diverse da quelle ch'egli s'aspettava, fecero rimanere il giovane come interdetto. Sorrise, scotendo il capo; volle ribattere, ma non osò, e per uscirne tuffò la mano nel sacchetto e porse alla signora due caramelle, che essa accettò; poi si mise a sedere, e non disse più nulla.

Il tranvai, come un barcone scendente da un fiume in un lago, entrò dentro alla folla enorme di piazza Vittorio Emanuele; e in mezzo a quella moltitudine bamboleggiante attorno alle grandi giostre scintillanti d'oro e di specchi, ai baracconi imbandierati, ai pagliacci urlanti, ai fantocci mostruosi, dinanzi allo spettacolo di tutta quella gente d'ogni condizione e d'ogni età che girava sui cavalli di legno, sulle barche, sui velocipedi, sulle altalene e accorreva agli squilli di tromba dei ciarlatani chiamanti a raccolta l'imbecillaggine umana, la persona più seria, l'unico che paresse un uomo, che mostrasse d'aver ancora un cervello nel cranio era il povero cocchiere, un gobbetto di pelo rosso, che, rattenendo i cavalli, s'affannava a fischiare, a gridare: — Attenti! — a rimovere dalle rotaie i rimbambiti, molti dei quali gli rivolgevano delle ingiurie, offesi dalla superiorità di giudizio ch'ei mostrava d'aver sopra di loro. Che respiro tirò il pover'uomo quando si trovò all'aperto sul ponte di Po, fuor del pericolo di storpiar senza colpa il suo prossimo e della necessità d'aver cervello per mille! Tirò fuori il fazzoletto turchino e s'asciugò la fronte grondante di sudore, e quando si arrivò in faccia alla Gran Madre di Dio, staccati appena e riattaccati i cavalli, afferrò il suo canestro, sedette sul predellino, e si mise a ingozzare in furia una povera minestra fredda di riso e fagioli. Io stetti osservandolo, aspettando che il tranvai ripartisse. Poteva aver trentacinque anni; doveva esser un contadino, perchè portava due cerchietti dorati alle orecchie, e all'udire il suo accento vercellese, pensai che fosse uno di quei lavoratori delle risaie, che i loro colleghi del tranvai chiamano burlescamente mangiarane, dicendo che la vita dura del cocchiere è una delizia per essi, appetto a quella d'inferno che menavano prima. Vedendo che l'osservavo, mi raccontò a parole rotte, masticando, la storia della sua colazione; la quale era in ritardo di quattr'ore, poichè quella mattina, essendo egli stato mandato all'improvviso dalla linea dei Viali a quella del Martinetto a supplire un assente, il canestro, che gli aveva portato sua moglie, s'era sviato. e passando di tranvai in tranvai, aveva girato per le linee dalle dieci alle due, prima di raggiungerlo. E il povero gobbetto, digiuno dall'alba, mentre mangiava a precipizio, si voltava a ogni boccone a guardar se l'altro tranvai arrivasse, già affannato dal pensiero della folla che avrebbe dovuto riattraversare, spolmonandosi a fischiare e a urlare, in piazza Vittorio Emanuele, in via Po, in via Garibaldi, fino al capo opposto di Torino.... — Ah il carnevale — esclamò — per noi altri!... Se conoscessi chi l'ha inventato! — E fece l'atto di scaraventare il canestro in faccia a qualcuno.

Ripartii con lui; si ruppe un'altra volta l'onda umana della gran piazza, in mezzo a un frastuono diabolico, e anche prima d'arrivare in via Po, il tranvai era stracarico. V'era una mescolanza di cappellini fioriti, di chepì, di tube, di capigliature arruffate, di berrettine rosse e di cappelli a pan di zucchero e di cappucci di maschere, un pigia pigia di gente con l'argento vivo addosso, che lanciavano risa e grida, come scoppi di razzi e di petardi, agli alti tranvai che passavano; dai quali rispondevano altre bocche spalancate e braccia fendenti l'aria, come da tanti gabbioni di matti. A ogni tratto la giardiniera si fermava, e molti scendevano, molti salivano, disputandosi il posto, cadendo seduti e rialzandosi, strofinandosi a vicenda per tutti i versi e scambiandosi urtoni, complimenti e pizzicotti, con un cicaleccio e un vocìo che assordava. In piazza Castello mi si venne a piantar davanti, sulla piattaforma posteriore, un mascherone colossale, insaccato in un dominaccio nero che gli dava l'aspetto d'un fratello della Misericordia, e costui e altri due mascherotti vinolenti, quando furono in via Garibaldi, cominciarono a tormentare una donna, che le loro schiene mi nascondevano, tempestandola di domande buffe, e chiamandola mare e nona, per canzonatura.

— O mare, come ve lo siete goduto il martedì grasso?

— Guarda che po' di sacco di confetti che ha vuotato!

— O una giratina sulla giostra a barche l'avete data?

— L'ho trovata io in un Gabinetto riservato agli adulti!