— L'ho vista in maglia nel Padiglione orientale!
Non udii alcuna risposta. Un minuto dopo, i tre buffoni saltarono giù, e io riconobbi all'estremità dell'ultima panca la vecchietta di Pozzo di Strada, che doveva esser salita, come sempre, all'angolo dì via XX Settembre. Aveva il fazzoletto in capo, il suo sacco vuoto sulle ginocchia, il suo solito atteggiamento umile e raccolto. Non mostrava alcun risentimento delle beffe, come se non le avesse neppure intese: guardava con lo sguardo attonito d'un bimbo le ragazze mascherate che passavano in bicicletta, i drappelli di maschere che sfilavano accanto al tranvai pestando i tacchi e ripetendo tutte in coro lo stesso grido come branchi di capre, la doppia processione nera che andava e veniva sui marciapiedi; ma pareva che non vedesse nulla. Vide però la chiesa dei Santi Martiri, quando vi si passò davanti, e si fece il segno della croce. Quel pensiero fisso, che già le avevo visto nel viso, pareva che si fosse fatto più profondo e più inquieto; più sovente essa socchiudeva gli occhi e chinava il mento sul petto e poi si riscoteva come da un breve sogno angoscioso, e m'appariva più piccola, più risecchita, più meschina, come se dall'ultima volta che l'avevo veduta non avesse più dormito e fosse diventata più povera. Che cos'aveva? Non immaginavo alcuna causa determinata del suo dolore; ma sentivo così in confuso che la cognizione di quella causa era celata in qualche parte della mia mente, e che quando l'avessi saputa mi sarei maravigliato di non averla scoperta io medesimo. Si segnò di nuovo quando passammo davanti alla chiesa di San Dalmazzo, chiuse gli occhi ancora una volta quando si sboccò in piazza Statuto, e più su, vicino al monumento del Fréjus, quando io discesi a destra per andare a casa, essa discese a sinistra verso lo stradone di Rivoli. La vidi allontanarsi col suo sacco vuoto sotto il braccio, a passi lenti e uguali, curva sotto il suo dolore misterioso, come sotto un giogo invisibile, solitaria in mezzo alla vasta piazza già oscura, piccola, compassionevole come una formica smarrita. E con quel povero punto nero che si perdette nell'orrizzonte silenzioso della campagna svanirono per me tutti gli splendori e tutti gli strepiti del carnevale.
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La ritrovai pochi giorni dopo sulla stessa linea, alla prima corsa della mattina, e cercai subito un modo d'interrogarla, per scoprire il suo segreto; ma mi distrasse da lei un nuovo spettacolo, un corso d'osservazioni nuove sul singolare aspetto in cui si presenta all'occhio del passeggiere dei tranvai la battaglia elettorale. Ferveva già l'agitazione per quelle tanto aspettate elezioni amministrative, che dovevan decidere finalmente della prevalenza del partito cattolico o del partito liberale. I muri erano tappezzati di manifesti d'ogni forma e colore che s'alzavano superbamente fino ai terrazzini e scendevano umilmente fin sui marciapiedi, come per attaccarsi alle gambe dei signori e per leccare le scarpe ai poveri. Su tutte le linee si correva per lunghi tratti in mezzo a un coro visibile di esortazioni, di promesse, di accuse, di preghiere, di minacce, fra cui sonavano più alto, come note acute, centinaia di nomi noti ed ignoti, aristocratici, borghesi, plebei, quasi gridati dai muri, come da una folla, con mille diverse intonazioni allegre e solenni, imperiose e supplichevoli; alle quali pareva che il carrozzone sfuggisse, fischiando e scampanellando per dir di no, che non ci credeva, e che aveva altre cure per la testa. A ogni fermata, tutte quelle voci si facevan sentire più forti e più chiare, e poi si confondevano da capo in un mormorìo sordo e lontano, in cui non si raccapezzava più nè programmi nè nomi. Dentro al tranvai, peraltro, sorgevano dispute concitate, delle quali non m'arrivava all'orecchio che qualche parola, come baloss, ciarlatan, è tempo di finirla, la vedremo, e cose simili; e c'eran dei signori che, senza disputare, aprivano l'uno in faccia all'altro, in atto ostile, l'Italia reale e la Gazzetta del Popolo, altri che facevan pacatamente discussioni tutte aritmetiche, in cui ritornavano a ogni tratto i cinque mila, i sette mila, i dieci mila, come nei discorsi di guerra, e altri parecchi che, tendendo un orecchio a quei discorsi, guardavan la fuga dei manifesti sui muri con un sorriso canzonatorio continuo, come gente che si spassasse a un modo dei neri, dei rossi e dei tricolori. Sugli altri tranvai che passavano, intanto, vedevo dei giovani di mia conoscenza, che tenevan sotto il braccio dei pacchi di stampati, con l'aria di gente affaccendata, che corresse fin dalla prima mattina e dovesse correre fino alla sera, stimolata a un tempo da un obbligo e da una passione: servitori volontari e conscienti d'un'idea. E fu appunto uno di questi fattorini apostolici che mi fece fare la prima scoperta riguardo a uno dei miei compagni misteriosi di viaggio.
Ero sul tranvai del Martinetto, una mattina di nebbia, accanto al cavaliere Bicchierino, che leggeva la sua solita Gazzetta, in piedi. Salì sulla piattaforma un falegname mio conoscente, con un gran cappello alla calabrese e una giacchetta spelata di velluto color cacao, che gli vedevo addosso da cinque o sei anni, e un grosso pacco di stampe sotto il braccio. Era un originale curiosissimo d'indole come d'aspetto, che, a vederlo serio, con quel barbone rossastro e ispido, con quelle folte sopracciglia irsute e quel collo taurino, pareva un uomo terribile, e quando rideva, il più gran bonaccione di questo mondo, benchè avesse una voce di cannone Krupp. Era un filosofo, il quale esprimeva tutti i suoi pensieri in forma di sentenza, e ne notava una gran parte in un taccuino, che portava sempre con sè, spaziando di preferenza nel campo della morale, dei costumi, della rigenerazione della donna e dell'educazione dei fanciulli. Non un pensatore astratto, peraltro; ma “un propagandista individuale„ appassionato, un ragionatore infaticabile, capace di “lavorare„ un amico renitente per un anno di seguito, tutti i giorni, con la tenacia d'un missionario; e buon lavoratore con questo, sobrio per istinto e per proposito, tanto da privarsi del vino e del tabacco per dare il suo obolo alla causa e per comperare opuscoli, giornali e anche ritratti e calendari socialisti, di cui tappezzava le pareti della sua camera. Buono e semplice, in fondo, e arguto: canzonatore benevolo della borghesia; rallegrato da una sua idea fissa, che era di turbare i sonni al Prefetto, di esser vigilato continuamente dalle Autorità, delle quali soleva parlare con un tono comicissimo di compatimento, come se ogni giorno sventasse qualche loro trama e facesse loro qualche bel tiro; e prendeva in fatti per ogni suo atto più innocente ogni specie di precauzioni sopraffini e superflue, sorridendo maliziosamente nella sua grossa barba.
Appena salito, prese a discorrere con me, a bassa voce, ma con viva soddisfazione, del movimento elettorale, che s'avviava bene. Gli scappò una sola frase a voce alta: — Torino si scuote. — Il cavaliere Bicchierino la sentì, e, alzati gli occhi dalla Gazzetta, lo guardò un momento con un'espressione di grande stupore. Egli continuò a discorrere; altri salirono. A un certo punto, guardandomi intorno, vidi dall'altro lato della piattaforma gli occhiali e il pizzo grigio di quel tal mio nemico misterioso, che quando mi vedeva da una parte del tranvai saliva dall'altra. Egli guardava me e il mio conlocutore con due occhi così dilatati e sporgenti, tirando rapidamente fra l'uno e l'altro dei tratti di congiunzione così vigorosi, e con un'espressione di sdegno così viva, che la verità mi si scoperse come al chiarore d'un lampo. Era il socialista ch'egli odiava! E mi balenò nello stesso punto un vago sospetto che fosse lui l'autore d'una lettera anonima che avevo ricevuto il giorno dopo dell'assassinio del povero Carnot, intestata col vocativo: — degno amico di Caserio....
Ed io che avevo fatto il disegno di conquistarlo! Indovinata la causa dell'orrore che gli destavo, non c'era proprio da far altro che un atto di mesta rassegnazione. Ma, insomma, il mistero era svelato; avevo fatto nel mio piccolo mondo del tranvai la prima scoperta importante; e poi.... chi sa mai! Intanto gli affibbiai nelle mie note il nome di Guyot, il mangia-socialisti francese, per mio comodo.
CAPITOLO TERZO.
Marzo.
Per molta gente, che esce poco di casa e che per pigrizia o per età o per incomodi non si serve più delle gambe, il tranvai è diventato il solo mezzo di comunicazione col mondo, l'ultimo ponte mobile che li unisce ancora alla città in cui vivono solitari. Costoro fanno sul tranvai le loro passeggiate igieniche di “andata e ritorno„ o “il giro di circonvallazione„ come lo chiamano, per pigliare una boccata d'aria; sul tranvai cercano i piaceri della conversazione, fanno nuove conoscenze, raccolgono notizie, rivedono qualche volta gli amici, e quando rincasano, non parlano che della gente e dei piccoli casi veduti nelle loro corse, come se per essi non ci fosse più altra società fuori di quella che corre dalle sette e mezzo della mattina alle dieci della sera sulla gran rete di ferro della Società belga e della Società torinese. Posso dire d'aver fatto parte di questa famiglia per tutto il tempo che impiegai a mettere insieme il mio libro. Anche stando in casa, cercavo il più sovente col pensiero le persone che solevo trovare sui tranvai, a ogni passaggio di carrozzone sotto le mie finestre mi balzavano davanti le loro immagini, e ogni mia curiosità, quand'uscivo, si volgeva a chi avrei incontrato, a che sarebbe accaduto, a che avrei scoperto quel giorno nelle mie scarrozzate. Il tranvai era diventato per me quello che è per certi vecchi pensionati il caffè, dov'essi vanno a interrogare l'opinione pubblica intorno agli avvenimenti del giorno. E la mattina del due di marzo, riavutomi appena dallo sgomento delle prime notizie d'Abba Garima, corsi al mio caffè ambulante per osservarvi gli effetti dell'avvenimento terribile.