Capitai nel carrozzone di Carlin, sulla linea del Martinetto. C'eran seduti dentro sei o sette signori accigliati, tutti col giornale in mano, che non si guardavano, come se ciascuno avesse temuto di legger sul viso degli altri qualche notizia peggiore di quelle che aveva lette stampate; e mostravan tutti, oltre al dolore, un'amarezza sdegnosa, un'irritazione sorda, che mi pareva il rimorso e la vergogna della credulità stupida, degli entusiasmi bamboleschi con cui s'erano prestati per tanto tempo all'enorme inganno sanguinoso, dal quale uscivan bruscamente quella mattina, come da un sogno di briachi. Tutti tacevano: il carrozzone pareva un gabinetto di lettura d'ipocondriaci. Il solo Carlin era agitato. Quando venne da me sulla piattaforma, con la sua faccia zanardelliana più secca del solito, strappò lo scontrino dal libretto con un gesto nervoso, dicendo: — Inzipiensa! Inzipiensa! —; una parola imparata dai giornali, senza dubbio. — Cosa s'ha da dire d'un assortimento compagno? — Finalmente appariva chiara, pur troppo, la bestialità commessa, di non aver preso il nemico tra due fuochi, quando s'era ancora in tempo! Ma cercava di consolarsi, affermando (di scienza propria, poichè notizie al proposito non n'erano ancora arrivate) che le nostre artiglierie avevano fatto una strage inaudita; e poi aveva gran fiducia nel maggior Prestinari, e aspettava miracoli dal Baldissera, che avrebbe “spazzato tutto„. Invitto Carlin! Tutta la sua lunga persona spolpata fremeva guerra e vendetta. Egli voleva mandar laggiù cento mila uomini, duecento mila, quattrocento mila, e fino all'ultimo cannone dei nostri arsenali, pur di aver con quella canaglia di negri l'ultima parola. E dicendo questo continuava a staccar gli scontrini vigorosamente, come se ad ogni strappo avesse portato via un brandello della pelle del Negus.
Per alcuni giorni non ebbi altro oggetto d'osservazione che lui. Scopersi che non era soltanto un africanista ardente e un curioso della scienza; ma un osservatore dei suoi simili. Essendo in servizio da molti anni, conosceva su tutte le linee un gran numero di persone, di cui sapeva a che ora e dove salivano e a che punto scendevano, e sulla condizione e sugli affari loro, ignorando chi fossero, almanaccava con la fantasia, osservandoli con occhio scrutatore. E si capiva che quel continuo salire e scendere di gente conosciuta e sconosciuta e quei mille frammenti di discorsi che raccattava lungo il giorno lo divertivano. Un giorno me lo disse: — Se si guadagnasse un po' di più e si faticasse un po' meno, questa professione sarebbe di mio gusto. — Era uno di quegli uomini d'immaginazione viva e curiosa, pei quali lo spettacolo del mondo è un godimento. A ogni discorso che sentisse, su qualunque argomento, di persone che gli paressero colte, tendeva l'orecchio e l'arco dell'intelligenza; raccoglieva frasi, bocconi di notizie e mezze idee; le rimasticava in silenzio, e poi le smaltiva storpiate, impasticciate, trasformate nei modi più strani ai colleghi e ai passeggieri di condizione umile, mostrando di sapere assai più di quanto diceva, come un uomo che vivesse in una sfera intellettuale superiore al proprio stato. Sempre serio, con la fronte corrugata; soltanto quando entrava nel carrozzone qualche donna equivoca vistosamente elegante, socchiudeva un occhio e sporgeva le labbra in modo lepidissimo, dandosi l'aria d'un conoscitor fine e profondo del genere. Per attaccar discorso buttava là una parola, come un amo nell'acqua, non rivolgendosi direttamente ad alcuno, e se un passeggiere mordeva, egli scioglieva la lingua, se no, non aggiungeva altro, aspettando miglior occasione; oppure cercava un'entratura nominando a bassa voce le persone che salivano. — Quello lì è il segretario capo del municipio, quello che fa tutto: gran testa. — Quella è la signora Valdata, la prima donna del teatro piemontese, che sale ogni domenica a quest'ora, per andare al Rossini, alla recita diurna. — Questo è il cavalier Benotti, veterano del quarantotto, che va al caffè Londra.... col cane.
Era questi uno dei frequentatori della linea; l'avevo visto salir molte volte al numero 43 dì via Garibaldi; portava sempre all'occhiello il nastrino della medaglia commemorativa. Aveva settant'otto anni, e coglieva tutte le occasioni per far sapere la sua età, di cui era altero. Quando saliva, si scusava della lentezza, dicendo: — A settantott'anni non si può esser lesti.... — Quando i vicini sorridevano dell'atto con cui afferrava a due mani la colonnina a un sobbalzo del carrozzone, sorrideva egli pure e diceva: — Eh, non si scherza mica; son settantotto suonati.... — Era un vecchietto pulito e cortese, al quale un principio di rimbambimento dava un aspetto di grande bontà; sorridente a tutti, in specie ai bambini, a cui carezzava la guancia con la punta d'un dito, quando si trovavano col viso davanti al suo, stando in braccio alla mamma; espansivo, bisognoso tanto di discorrere, che qualche volta parlava da sè, scotendo il capo in atto d'approvazione continua. Era curvo; ma si drizzava di tratto in tratto, come se gli scattasse dentro una molla, alzando la fronte e guardando fieramente davanti a sè, riscosso forse all'improvviso da qualche ricordo delle antiche battaglie; per pochi momenti, però; poi ricascava nell'atteggiamento solito, come se la molla si spezzasse, e rifaceva il viso ilare e ossequioso. Aveva un piccolo cane che chiamava Ciuchetto, un volpino giallognolo con la coda arricciata, il quale accompagnava continuamente il tranvai, trottando accanto alla piattaforma e alzando ogni momento il muso a guardarlo; ed egli guardava lui, per lunghi tratti, sorridendogli amorevolmente, e lo cercava con occhio inquieto, voltandosi a destra e a sinistra, ogni volta che il passaggio d'una carrozza o d'un carro glielo nascondeva. E si capiva che quel cane era per lui un amico, una consolazione della vita, la sola compagnia ch'egli avesse durante le lunghe giornate in cui il cattivo tempo o gl'incomodi dell'età lo tenevano rinchiuso in casa. Era anche un po' sordo il vecchietto; ma tanto più cortese per questo, che acconsentiva spesso col capo, sorridendo, a persone che non parlavano con lui, e prolungava l'atto approvatorio anche quando non parlavano più, con un'aria d'attenzione profonda. E fu appunto uno di questi casi, di cui altri risero, che mi fece scrivere il suo nome, per impulso di simpatia, nell'elenco dei miei personaggi....
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Il marzo, peraltro, non s'annunziava bene; pareva che il disastro d'Abba Garima avesse disperso tutti i miei conoscenti; passavano i giorni, e su nessuna delle tre linee ch'ero solito di percorrere, anche percorrendole in ore insolite, non m'imbattevo più in alcuno di loro, nè mi si offrivano altre persone o casi che mettesse conto di registrare. Ahimè, mancava la materia! E mi prese un dubbio triste: d'aver fondato il mio edifizio sopra un'illusione; che la realtà non bastasse a sorreggerlo; che senza lavorar di mio, ossia, senza fabbricarlo diversamente affatto da come l'avevo immaginato, non lo avrei potuto compiere; e di giorno in giorno volgendosi il dubbio in certezza, stavo per rinunciare un'altra volta, tristemente scoraggiato, al mio proposito....
Furono quei due benedetti amanti di borgo San Donato che mi fecero riprendere la penna. Li trovai una mattina alla prima corsa sul tranvai del Martinetto, salendo in piazza Statuto. Era la prima volta che vedevo la ragazza venir dal sobborgo con lui, solito di salire all'angolo di via Siccardi. Stavan seduti l'uno accanto all'altro, vicino all'uscio anteriore. Al primo sguardo vidi un mutamento in tutti e due; in lei più notevole. Aveva un cappellino nuovo, un vestito che non le avevo mai visto, e non so che di più sereno nel viso, di più dolce negli occhi, un atteggiamento come di dignità nuova, un'espressione vaga quasi di appagamento della coscienza. Tutt'e due parlavan più liberamente, si sorridevano più spesso, con un'aria di sicurezza, che per l'addietro non mostravano. Avrei dovuto capir subito; ma non capii che dopo qualche minuto d'osservazione. S'erano sposati. Non c'era dubbio. Guardai la mano destra di lei: ci vidi l'anello. Ebbene.... n'ebbi un vivo piacere. Poveri ragazzi! Eran dunque contenti. Chi sa con quante privazioni avevano raccolto a soldo a soldo quel po' di fondo per metter su il loro quartierino in via San Donato! Poichè era certo che stavano lì e che dovevano avere una sola camera, con una nicchia di cucina, se pur non serviva di cucina il caminetto. Guardandoli, vedevo quella camera al terzo piano, mobiliata appena dello stretto necessario, con un vaso di fiori alla finestra, con un piccolo lume a petrolio sopra un piccolo tavolo, dove essa cuciva la sera, e lui, forse, faceva qualche lavoro straordinario di copiatura, dopo aver cenato con un po' d'insalata; e immaginavo la loro vita, nella quale eran contati i minuti e i centesimi, dette ogni giorno, in quei dati momenti, quelle medesime parole, letto per dei mesi uno stesso libro, una pagina per volta, vagheggiata per due settimane una serata in seconda galleria al teatro Alfieri; e in quella vita povera e oscura indovinavo un pensiero comune, l'aspettazione d'un essere desiderato, allietata dalla speranza d'una grazia della natura, d'un essere diverso da loro, florido e bello, che avrebbe portato fra quelle quattro povere pareti luce, allegrezza, alterezza, coraggio. Sì, certo, quel tenue chiarore che traspariva dal viso di quella donnina di nulla, consapevole della propria bruttezza e rassegnata al posto umilissimo che le aveva dato il destino nel mondo, era quella speranza, l'intimo albore della maternità, già biancheggiante nell'anima, prima che l'astro esistesse; il piccolo essere, forse non ancora concepito che nel pensiero, era già amato e accarezzato; essa vedeva già la forma indefinita, qualche cosa di bianco e di roseo, movere per la piccola camera, agitarsi accanto a lei nel tranvai, drizzarsi sulle ginocchia del giovane che le sedeva di fronte. Come al solito, essa s'alzò per discendere in piazza Castello: continuava dunque a andare al lavoro. Povera donnina! Nell'alzarsi fece un atto insolitamente vivace, e quanta grazia si poteva mostrare in quel piccolo corpo così poco femmineo vi si mostrò in quell'atto, che era tutto per il suo sposo, si capiva. Quando fu a terra, aspettando che il tranvai passasse, gli fece un saluto con la mano, sorridendo. Era la prima volta che faceva così: un saluto di moglie a marito. Fu per me come un annunzio indiretto di matrimonio.
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E subito, il giorno dopo, come se con quei due mi si fosse aperto un buon periodo, scopersi un'altra coppia, della quale era destinato che mi dovessi occupare curiosamente per tutto il corso dell'anno. Erano le quattro dopo mezzogiorno, quando salì sul tranvai della linea Vinzaglio, in via Garibaldi, una signora sui trent'anni, bruna e bellina, vestita con garbo, un po' timida, con due occhi chiarissimi e un bocchino di bimba; la quale, appena seduta dentro, in un angolo, girò sui presenti uno sguardo rapido, con una leggera espressione d'inquietudine, che immediatamente disparve. Era una di quelle figure di cui si suol dire al primo vederle: — Ecco una donna onesta. — Aveva un cappellino nero guernito di mazzetti di viole, che tornavano mirabilmente al suo visetto bianco e modesto di fanciulla. Dopo quella prima occhiata non guardò più nessuno, e parve che si raccogliesse nell'osservazione delle scarpette d'un bambino che teneva sulle ginocchia una donna seduta dall'altra parte. Quando il tranvai arrivò allo sbocco di via Roma in piazza Castello, dove s'aggruppano i giovani eleganti per veder sfilare le passeggiatrici dei portici, salì senza far fermare un bel capitano di fanteria, alto e snello, con un berretto nuovo fiammante e i guanti bianchi freschissimi, entrò e sedette dì fronte a lei. Si guardarono di sfuggita, e poi voltarono tutt'e due il capo dalle parti opposte, l'uno verso il marciapiede di destra, l'altra verso quello di sinistra. Che imprudenza! Se si fossero salutati e messi a discorrere, non avrebbero forse destato alcun sospetto. Ma quello scambio d'occhiate indifferenti e quello sguardo rivolto intorno da tutti e due insieme come per assicurarsi che nessuno avesse notato il loro incontro, li tradirono. E li tradì anche più un rossore leggerissimo che salì alle guance di lei, nonostante lo sforzo ch'ella fece per rattenerlo, accusato dal movimento del suo petto. Il rossore svanì in un attimo; ma rimase visibile il suo turbamento, un non saper che fare dei propri occhi, la coscienza d'essere osservata dai passeggeri, e come un sospetto pauroso della strada, alla quale lanciava ogni tanto, con simulata distrazione, degli sguardi furtivi, che percorrevano un tratto dei marciapiedi. Quel convegno sul tranvai doveva essere il primo, una concessione di compenso fatta da lei dopo aver rifiutato un convegno altrove. Fra quattro pareti, doveva aver detto, ma di legno e di cristallo, per ora. E chi sa per quante altre coppie il tranvai è un'anticamera! E chi sa perchè mi si piantò nel capo l'idea che quella signora fosse la moglie d'un impiegato delle Poste! Forse per una vaga rassomiglianza di visi, o per qualche ricordo nascosto nella mia mente. Il fatto è che il viso di suo marito mi si presentò inquadrato in uno sportello delle lettere raccomandate, e mi restò davanti in quella cornice così fermo e netto, come se ce l'avessi veduto davvero. E n'ebbi pietà al pensare che in quel momento, forse, a poca distanza di là, egli stava tastando con le dita una lettera, per assicurarsi che fossero saldi i suggelli. Ah, non c'è nulla di saldo a questo mondo, povero travet: tutto è fragile come la ceralacca e passeggiero come una lettera. Ma pensai a un punto che non sarebbe trascorso lungo tempo prima che la traditrice dello sportello fosse punita, perchè gli occhi scintillanti del capitano, mobilissimi e sorridenti come quelli d'un fanciullo, che si chinavano ogni momento sui galloni della manica o si fissavano sul vetro del finestrino in cui brillava il riflesso argenteo del berretto nuovo, non davano indizio d'una grande profondità di passione. E già incominciavano per lei i piccoli affanni dell'amor criminale. A ogni persona che saliva sulla piattaforma, il suo sguardo correva a cercar chi fosse; ad ogni passeggiere che entrava, il suo viso si rimbruniva, scemando in lei la speranza di rimaner sola un minuto con lui; e ogni volta che uno sguardo scrutatore la fissava, i suoi occhi eran costretti a rifugiarsi tra le scarpette del bimbo che le sedeva di faccia. Ah, signora: la camera di legno e di cristallo preserva la virtù dalla gran caduta, è vero; ma è pure una gran camera di tortura. Intanto, i loro sguardi s'incontravano di tratto in tratto, e dalla fiamma morente sotto le palpebre di lei, che si abbassavano subito, si capiva che il destino dell'uomo dello sportello era deciso. Ahimè, sì, la Società Belga avrebbe guadagnato ancora qualche soldo da tutti e due, e poi i suoi carrozzoni sarebbero riusciti insufficienti: si sa, per dieci centesimi non si può dar tutto. Quando discesi in piazza Carlo Felice non rimanevano più sul tranvai che cinque o sei persone. Mi parve che il capitano dicesse tra sè: — Un importuno di meno, — ed io gli risposi in cuor mio: — Due personaggi di più.
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A questo punto, poco mancò ch'io non mettessi da parte tutti i miei personaggi per dar corpo a una nuova idea che mi venne percorrendo per la prima volta tutta la linea da piazza Emanuele Filiberto al corso del Valentino: la descrizione di tante corse a traverso a Torino quante sono le linee di tranvai che l'abbracciano; una Guida, sì, una modestissima Guida, ma scritta con amor di figliuolo e di poeta, nella quale si succedessero di volo i quartieri, i monumenti, le memorie, le colline, le montagne, nella luce e nei colori diversi di ogni ora e di ogni stagione, come si succedono, fuggendo, allo sguardo di chi sta sul tranvai, portato via dai cavalli a trotto rapidissimo. Cedo l'idea a chi la vuole. Sarebbe stata la prima la linea del Valentino, la più serpeggiante e la più varia di tutte, che par stata tracciata, con diversità ed armonia d'intenti ad un tempo, da uno storico e da un artista. Si parte di mezzo ai banchi e alle baracche pittoresche del mercato di Porta Palazzo, e dopo un breve corso per quel grande viale Margherita, che dalla riva del Po par che giunga ai piedi delle Alpi, s'entra nella quiete ombrosa della via della Consolata, dove si succedono a breve distanza gli avanzi infossati delle mura romane, la statua aerea consacrata dal Consiglio civico del 1835 alla Vergine scongiuratrice del coléra, e l'obelisco mortuario del Foro ecclesiastico, sorgente in mezzo a quella malinconica piazza Savoia, che par che lo guardi in aria di pentimento e di rimprovero. Rotta l'onda rumorosa di via Garibaldi, si fiancheggia il vasto giardino della Cittadella, vedendo da lontano Angelo Brofferio che arringa le balie e i bambini ruzzanti in mezzo agli alberi e intorno alla fontana, si passa fra la statua del buon ministro Cassinis e la testa solitaria del giornalista Borella, ed ecco la bella via Cernaia, dove squillarono le trombe dei primi francesi nel '59 e la grande caserma merlata del Lamarmora, e il vecchio mastio coronato di guardiole, e il Micca di bronzo che brandisce la miccia, e di qua e di là portici e giardini e fughe d'ippocastani e colori ridenti di città giovanile. Svolta il carrozzone nell'ariosa e romita piazza Venezia, riesce per via Alfieri dietro al gran cavallo morente del duca di Genova in mezzo ai palazzi multicolori di piazza Solferino, passa accanto al Lafarina pensieroso, corre lungo l'Arsenale fumante e sonoro, e aperta la folla chiassosa delle scolaresche di via Oporto, e salutato in piazza San Quintino il vecchio Paleocapa sonnecchiante sulla sua poltrona di marmo, sbocca nell'allegra ampiezza di corso Vittorio Emanuele. Un po' più oltre, a sinistra, Massimo d'Azeglio disegna il suo bel capo d'artista sul gran pennacchio bianco della fontana, dietro al quale nereggia in lontananza il piccolo pennacchio nero di Emanuele Filiberto, e davanti, in fondo al corso, lontanissimo, biancheggia confusamente il monumento dei morti in Crimea sul fondo scuro delle colline di Val Salice. Si svolta ancora in via Nizza fra il moto affrettato di gente e di carri che rumoreggia intorno alla stazione di Porta Nuova, si svolta da capo nella piazza dove fu giurata nel '21 la libertà d'Italia, e per il largo viale che va diritto al fiume si arriva finalmente dinanzi al superbo castello di Maria Cristina, donde gli occhi e lo spirito affaticati dalla visione di tante cose e dal passaggio di tante memorie, si riposano nella solitudine silenziosa del parco del Valentino e sulla grande linea dei colli ondeggiante dalla cima della Maddalena alla vetta di Superga con una grazia lenta e leggera che par che sorrida.