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Se per tornare a casa di là non avessi preso a caso la linea di Borgo Nuovo, forse oggi ancora non saprei nulla d'uno dei personaggi più originali e più simpatici della mia compagnia. Fu una buona ispirazione che mi fece salire sul tranvai che parte dall'Orto botanico. Ed è quella pure, sotto l'aspetto storico, una delle linee più belle. Usciti dal grande viale del parco e percorso un tratto del corso Cairoli fino a pochi passi dalla statua di Garibaldi, che, ritto sullo scoglio, par che fissi lo sguardo sulla fiumana delle sue camicie rosse irrompente verso di lui per la via dei Mille, si svolta in via Giuseppe Mazzini. Quante memorie, non istoriche, mi s'affollano alla mente passando davanti agli sbocchi di quelle vie laterali per cui si vedevano un giorno i famosi giardini dei ripari, dove tanti amori sospirarono e si preparò il fallimento di tanti esami! Certo, ingombravano bruttamente la città quegli alti terrapieni a zig zag che tagliavano le vie come bastioni di fortezza; ma avevo vent'anni. Ah! fortuna che il tranvai va di volo! Ecco la porta della tomba del caffè Perla, dove, giovinetto, andavo a sorbir timidamente un moka apocrifo per contemplare di sott'occhio gli emigrati illustri e i giornalisti celebri della capitale. Ecco laggiù in fondo il conte Cavour, ritto in mezzo a piazza Carlina come un lungo fantasma bianco che si levi al cielo da un catafalco. Ecco qua il Lamarmora a cavallo che minaccia con la sciabola in pugno i socialisti accorrenti per piazza Bodoni al Comizio del vicino teatro Nazionale, convertito da palestra delle Muse in tempio malfamato dell'utopia vermiglia. Si svolta di corsa in via Lagrange, si passa dinanzi alle case dove il Gioberti mise il primo vagito e il conte Cavour l'ultimo sospiro, si sbocca in piazza Carignano dove tremano ancora nell'aria, fra il palazzo del parlamento e il teatro, le grida amorose di Adelaide Ristori e le apostrofi tonanti d'Angelo Brofferio, e poco più in là si vede riflesso il tranvai nelle vetrate del vecchio Cambio, la trattoria elegante dei ministri e dei deputati della Mecca antica. Ah, come sono antico io pure! E per liberarmi da questo pensiero mi volto a destra; ma torno a voltarmi subito dalla parte di prima per non vedere la libreria dell'editore di Pietro Cossa, di quel benedetto Casanova eternamente biondo, che può esser là dietro ai vetri a mettermi invidia e dispetto con la sua gioventù invulnerabile....
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Fu, come dissi, una buona ispirazione la mia di pigliar quella linea perchè arrivai in tempo per l'appunto a salire in piazza Castello sul tranvai del Martinetto, nel quale, stando sulla piattaforma di dietro, vidi seduta in mezzo ad altre signore la mia brava incognita dai capelli arruffati, la sfidatrice del fumatore, col suo inseparabile bambino sulle ginocchia; e mi riuscì poco dopo, per caso, di sapere chi fosse. Mentre, come al solito, lavoravo d'immaginazione sull'essere suo, vidi alla cantonata di via XX Settembre, dopo più d'un mese che non lo vedevo, quel simpaticone di pittore, che stava osservando gli stivaletti d'una signora che passava; lo chiamai e gli feci un cenno premuroso perchè salisse. Conosceva mezza Torino, mi poteva forse levar la curiosità. Salì d'un salto. Gli accennai la signora.
— Come? — mi domandò. — Lei non conosce donna Chisciotta della Mancia?
Accortasi che parlavamo di lei, la signora ci fissò in faccia un momento i suoi grandi occhi oscuri e sporgenti; ma con espressione di assoluta indifferenza; si capiva che era abituata a “veder„ parlare di sè.
Tutta Torino la conosce, — riprese il giovane. E la nominò. Donna Chisciotta o Chisciottina era un soprannome. Suo marito era un ingegnere putativo, ricco proprietario di case, e lei era la sua disperazione. — Una mezza matta — disse — cioè.... un'esaltata, diremo. Non l'intese nominare quattro anni fa quando ci fu il processo dei due bottegai di Borgo Nuovo, marito e moglie, che fecero morire il loro bambino? È lei quella signora che un giorno l'andò a strappare dalle loro mani, graffiando gli occhi a tutti e due, come una tigre, e buscandosi un pugno che la mise a letto. Durante il dibattimento, se si ricorda, non si parlò che di lei e della sua “deposizione„ di fuoco. — E seguitò. Era un'anima vulcanica, una specie di Santa Francesca d'Assisi, che si sarebbe ridotta sulla paglia a furia di beneficenza, e perciò in lite perpetua con suo marito, che, a darle retta, avrebbe finito con ridurre in ospizi pubblici tutte le sue case. Era conosciuta da tutta la poveraglia di Torino, ficcata in tutti i Comitati di soccorso, protettrice di tutti i ragazzi tormentati, di tutti i cavalli frustati, di tutti i gatti malmenati; sempre in giro per le soffitte dove si lasciava ingannare anche dalle più sfrontate simulazioni di malattia e di miseria; capace, in un accesso di mattana, di levarsi il mantello di dosso in mezzo alla strada per gettarlo sulle spalle d'una vecchia cerinaia intirizzita o di portare in braccio a casa sua un ragazzetto smarrito, raccattato sul marciapiede. Dopo che aveva avuto quel maschietto s'era quetata un po'; ma era raro il giorno che non ne facesse una delle sue. Il primo dell'anno egli l'aveva vista in un carrozzone levar di mano al suo figliuolo una bellissima “pecorella„ per darla a un ragazzetto povero che ci lasciava gli occhi addosso, e discendere subito, col bambino strillante in braccio, per andarne a comprare un'altra. Suo marito tremava ogni volta che la vedeva uscir di casa; ma n'era innamorato perso. — Chisciottina la chiamano. E non sarebbe mica brutta se non avesse sempre quel viso di spiritata, e si pettinasse meglio. Un bel tipetto, non è vero, per lei che scrive sui tranvai? Mezza socialista e mezza santa; una socialistoide, come ora dicono. Se fosse mia moglie, le farei fare le docce.
Mentre io guardavo donna Chisciotta egli saltò a parlare della signora delle coincidenze che aveva vista tre giorni prima, all'angolo di corso Oporto, saltar giù dal tranvai del Valentino facendo cenno di fermare al tranvai del Foro Boario. Ma di lei non gli era ancor riuscito di saper nulla, e d'altra parte non s'occupava più gran che di quelle cose. — Ora — disse — viaggio sui tranvai con un altro scopo.
Gli domandai quale. — Cerco moglie — rispose.
Credetti che celiasse; ma diceva sul serio. E continuò, in fatti, con la più grande serietà: — Mio padre vuole ch'io prenda moglie. Son tre mesi che due volte al giorno, a tavola, non fa che batter quel chiodo. Si capisce: è solo, son figliuol unico.... Del resto, c'inclino anch'io. Sono stufo di far questa vita imbecille.