Restava però a sapere perchè cercasse moglie nei carrozzoni della Belga e della Torinese. Glie lo domandai. — È una mia idea — rispose seriamente. — C'è stato un esempio in famiglia. — E mi raccontò che trent'anni avanti un suo zio, un po' stravagante, ma buon diavolo, e pien di quattrini, tormentato continuamente da sua madre perchè pigliasse moglie, un giorno, perduta la pazienza, le aveva risposto: — Ebbene, sì; ma io non son uomo da cercare; esco di casa e sposo la prima ragazza che trovo. — E detto fatto: aveva preso il cappello, era sceso in istrada e aveva seguitato la prima ragazza in cui s'era imbattuto. Era una maestrina d'asilo infantile, senza un soldo. L'aveva sposata ed era stato fortunatissimo: aveva trovato una moglie, una madre esemplare, che l'aveva fatto felice. — E poi — soggiunse — come fanno gli altri? Girano per i salotti, cercano nelle famiglie. Ebbene, e i tranvai sono salotti che corrono, e ci si trovano delle famiglie. Oh, son ben risoluto. Non so su che linea la troverò, se in un carrozzone chiuso o in una giardiniera.... ma questo non importa. Sono certo di trovarla sulla rete. Il mio destino dipenderà da uno scontrino di dieci centesimi, come da un biglietto di lotteria. Crede lei che sarò io il primo? Chi sa quanti matrimoni si son già decisi sul tranvai! — Qui troncò il discorso per dire: — Guardi quello là.... Quello è uno dei suoi erotici.
Era un bellimbusto già brizzolato e risecchito, un mezz'uomo tutto bazza, con due baffetti a punta di spilla e un fiore all'occhiello, che sedeva fra due giovani signore, quasi affogato in mezzo alle loro maniche enormi come fra due piumini da letto, e si raggomitolava per affogarvisi meglio, mostrando negli occhi socchiusi una dolce beatitudine. — Alle volte, sa, — continuò il pittore, osservandolo — quei sornioni lì, giocando con le mani, sotto la protezione dei grandi mantelli delle signore, fingono di sbagliar di ginocchio. Trovan qualche volta delle signore timide che, per non fare una scena, mostrano di non accorgersene; altre volte incappano male e ci fanno una figuraccia. È un gioco d'azzardo. — E soggiunse che, anni addietro, per un certo tempo, s'era diffuso questo bel vezzo, come una specie di prurigine epidemica; della quale avevano arrestato il corso parecchi ceffoni memorabili, femminili e maschili, con successivo intervento di guardie civiche.
Mentre mi diceva questo, all'entrar del tranvai in piazza Statuto, una signorina, salita poc'anzi e rimasta in piedi, s'era appoggiata con una spalla allo spigolo dell'uscio davanti, col viso rivolto verso l'interno, dove noi c'eravamo seduti. Era vestita di nero, con due grandi penne nere di struzzo sul cappellino, e la sua persona elegante si disegnava per metà sulle rocce del monumento del Fréjus e la sua testa impennacchiata spiccava fortemente sulla bianchezza delle Alpi che chiudevano il vano superiore dell'uscio. Quella figura nera e snella incorniciata a quel modo e campeggiante in quel fondo luminoso era bellissima. — Oh che bel quadro! — esclamò il giovane, rapito.
— Badi, — gli dissi, accennandogli lo scontrino che teneva in mano; — potrebbe essere lo scontrino decisivo.
Egli scrollò il bel capo erculeo, e rispose con la sua serietà ingenua di grande fanciullo: — No; ho in mente che non debba esser questa la linea.
E quando discese mi fece ancora cenno di no, con un sorriso, buttando in aria lo scontrino.
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Fu in quel torno che ebbi turbati i miei lieti studi da una contrarietà, di breve durata, ma forte. Cominciava allora e s'andava estendendo rapidamente l'uso degli annunzi esteriori sui carrozzoni. Dentro, questi n'erano già invasi da un pezzo: iscrizioni e figure dipinte sui vetri, cartellini appesi, avvisi d'ogni forma e colore appiccicati al cielo e alle pareti, che vi facevan l'effetto d'un vocìo discordante d'importuni, i quali v'affollassero di offerte e d'inviti, volendo lì per lì, a ogni costo, calzarvi e vestirvi, insaponarvi e profumarvi, farvi cambiar di casa, pigliar l'abbonamento a un giornale e intraprendere una cura idroterapica. S'aggiungevano a questi, in quei giorni, gli annunzi delle lunghe assi piantate dalle due parti del tetto, tinte di tutti i colori più chiassosi, con iscrizioni bianche e nere in caratteri cubitali, vere insegne di alberghi e di magazzini, leggibili a cento passi lontano, moleste agli occhi come grida sgangherate agli orecchi, stonanti nel colorito generale della strada come stecche acute in un coro di voci sommesse. Curioso che si fosse discusso nel Consiglio comunale se questa offesa al buon gusto si dovesse permettere nei tranvai, dopo che s'era permessa, e ben più grave e barbarica, sui teloni dei teatri! Per alcuni giorni ne fui veramente furioso. A salire in un carrozzone mi pareva d'entrare in un bazar dove dovessi contrattare anche il biglietto, e da cui non potessi uscire che con una bracciata di pacchi. O povera poesia! Ammirare il profilo poetico d'una bella signora spiccante sopra un vetro che annuncia delle pillole rilassative, veder due giovani innamorati che prendono degli atteggiamenti idillici sotto l'insegna della razzia per i topi, fantasticare sopra una signorina gentile che volge gli occhi in alto come se fissasse una larva amorosa dell'immaginazione e accorgersi che legge l'annunzio ciondolante d'un nuovo concime misto! O villano furor bottegaio che sfrutta, invade, ricopre, traveste, bolla, mercanteggia ogni cosa! Quando vedremo gli annunzi delle acque minerali e dei liquori ricostituenti sulla fronte delle statue e sui drappi delle bandiere? Ma l'uomo civile è così duttile che finisce con piegarsi a tutto. L'insolenza crescente dello sconcio, come spesso accade, attenuò il senso sgradevole prodotto dalla sua prima apparizione discreta. Prima mi ci rassegnai; poi ci divenni indifferente; poi, a poco a poco, quasi mi rallegrarono tutte quelle insegne scarlatte, gialle, celesti, volanti da ogni parte come stendardi spiegati al vento; e mi piacquero quelle pareti mobili che ricordan le camere in cui i pazzi attaccano ai muri tutto quanto di colorito e di stampato casca loro nelle mani; e quei volanti gabbioni umani che di dentro e di fuori, con parole, con colori e con disegni, vi offrono da bere, da mangiare e da leggere, vi danno dei consigli igienici e v'invitano a consulti medici gratuiti, e vi chiamano alle corse, alle regate, alle gare ciclistiche, al gioco del pallone e all'Esposizione dei quadri, mi allettarono come una viva e strana immagine dello spirito leggiero e irrequieto d'una grande città della fine del secolo, oppressa di faccende, affollata di capricci, smaniosa di strepito, affamata di piaceri, tormentata d'impazienze, portata via dalla furia di divorare il tempo e di tracannare la vita.
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Pneumatici Dunlop originali: ecco un annunzio che non dimenticherò più. Lo vedo ancora dipinto in caratteri bianchi su fondo rosso come lo vidi, pochi giorni dopo il mio incontro col pittore, sul primo carrozzone che passò la mattina per piazza Statuto; sul quale trovai il mio buon Giors, che tentava invano la solita arietta della Carmen, allegro come un uccello. E ci trovai pure, ritta dietro di lui, col suo sacco inseparabile, la povera vecchia di Pozzo di Strada, che non avevo più vista dall'ultimo giorno di carnevale, ancora più triste, ancora più chiusa in sè che quel giorno. Salì con me sulla piattaforma anteriore un giovane biondo che attaccò subito conversazione con un altro signore attempato, commentando l'ultimo assalto dato dai dervisci al monte Mocram. Mi ricordo sempre che c'eran dentro una vecchia signora, una guardia daziaria e due contadine. Era una bella mattinata limpida e fresca. L'aria viva agitava una ciocca di capelli grigi sulla fronte china della vecchia, che, secondo l'usato, guardava i talloni del cocchiere con gli occhi socchiusi, tenendo un braccio sull'altro, stretti alla vita. Mi pareva ancora rimpicciolita dall'ultima volta, tanto da capir nella bara d'un fanciullo. Non doveva pesare molto più del suo sacco, certamente. E non dava quasi segno di vita quella mattina; respirava appena. E pensava, pensava. Ma che covava dunque dietro quella fronte dolorosa, che pareva portasse confitto nel mezzo un ferro invisibile? Qual'era mai il pensiero implacabile che teneva sempre curvato quel capo come la mano d'un aguzzino che lo premesse alla nuca?