Dall'assalto dei dervisci i due signori vennero a parlare del viaggio dei Sovrani di Germania sulle coste d'Italia, e il più attempato diceva che era “una buona cosa„ un'“attenzione„ che “rialzava il nostro prestigio„ dopo la battaglia d'Adua. L'altro prese a parlare allora della battaglia e cavò di tasca un foglio grande, che spiegò sotto gli occhi del suo vicino.
Era una fotografia colorata che rappresentava il campo di Abba-Garima: le montagne in fondo coronate di turbe abissine e di nuvoli di fumo, i cannoni fiammeggianti qua e là sulle alture minori, torrenti di armati precipitanti giù dalle rocce, e sul davanti una mischia feroce, un viluppo orribile di carri d'artiglieria, di cavalli, di feriti, di morti, di negri e d'italiani dalle facce stravolte, lottanti a corpo a corpo con le lance, le daghe e le rivoltelle, insanguinati e furiosi, io mezzo a pozze e a rigagnoli di sangue.
Sporgendo il viso verso il foglio vidi con maraviglia accanto al mio braccio il capo della vecchia che, uscendo dalla sua immobilità di statua, si faceva anch'essa innanzi per vedere. Il giovine signore, cortesemente, si scansò un poco da una parte e le mise il foglio aperto sotto gli occhi dicendole: — La battaglia d'Abba-Garima.
Essa osservò un momento con gli occhi dilatati; poi contrasse il viso in un modo strano, come se ridesse, richiudendo gli occhi e mostrando le gengive sdentate. Mentre domandavo a me stesso perchè quell'orrendo quadro la facesse ridere, essa si coperse il viso con le mani e diede in uno scoppio di pianto che mi fece fremere.
Tutti e tre ci voltammo verso di lei, uno pigliandola per un braccio, l'altro per la mano, domandandole che cos'avesse. Non potè rispondere subito. Poi disse fra due violenti singhiozzi: — Ci avevo un figliuolo.... — e appoggiato un braccio al parapetto della piattaforma, lasciò cascar sul braccio la testa, in atto disperato, singhiozzando più forte.
E fu inutile scoterla, cercar di confortarla; neppure il buon Giors riuscì con la sua mano vigorosa, sciolta dalle redini, a farle rialzare la fronte, che era come inchiodata al parapetto. I singhiozzi scotevano violentemente tutto il suo povero corpo incurvato, ed era un pianto infantile, lamentevole, che pareva non dovesse finir mai più; pareva che ella versasse tutte le lacrime rattenute da cinque mesi, che tutta la vita le dovesse fuggire dagli occhi; e ripeteva fra gemito e gemito una parola rotta, sommessa e dolce, con l'accento d'una madre che parla al bambino in culla, una parola che non comprendemmo se non dopo averla intesa molte volte: — Giacolin —; il nome del suo soldato.
Ah, povera madre! Colpiva lei pure l'accusa di viltà che qualche giornale lanciava in quei giorni contro le madri italiane!
Riuscì Giors finalmente a farle rialzare il capo e a ottener qualche risposta. Insomma, che fosse morto di certo non lo sapeva, nessuno glie l'aveva annunziato; ma il cuore le diceva che era morto, che non l'avrebbe rivisto mai più.
— Ma che cuore! — le disse Giors, commosso. — Oh benedette donne! Se non lo sapete di certo.... Sarà fra quelli che ritorneranno. Lo troverete fra i nomi stampati.
Ma no, il parroco le aveva letto il giornale, il suo nome non c'era....