Voleva pagare anche due soldi di più, ma a condizione di andar accelerato, e ad ogni nuova persona che saliva, ribatteva il chiodo: — E on alter!... Ah sanguanon! Ma l'è ona robba de rid! — Poi, tutt'a un tratto, rivolgendosi a me col viso grave, disse in italiano: — Ed è così che si fa il servizio? — Ma, dicendo questo, mi fissò da capo, come se gli passasse per la mente un barlume di reminiscenza, e puntatomi l'indice al viso, soggiunse: — Lu.... me par de conossel.
Per quanto si sforzasse, però, non riuscì a ricordarsi della conversazione del desbottonass, e volle che gli rammentassi io dove c'eravamo incontrati. Mi guardai bene dal contentarlo. E per fortuna, fu distratto un'altra volta da una signora che saliva.
— E on'altra anmò! — ricominciò a esclamare. — E seguitemm inscì.... Ah questa sì che è una bella farsa! —
— Ma la finisca una volta, — gli disse il fattorino.
— Io la finisca? Ah faccia de bogher! — e, levandosi in piedi, tese il pugno verso di lui.
Ebbi una buona ispirazione: gli misi una mano sulla spalla e gli dissi all'orecchio: — Andiamo, un vecchio soldato di Garibaldi non deve far di queste scene.
Fu un effetto magico: si voltò a guardarmi, stupefatto. O come mai io potevo sapere ch'egli era stato con Garibaldi? Ma non me lo domandò. Mi guardò un pezzo, sorridendo; poi mi porse la mano e disse: — E ben.... lu el gh'ha reson.
Detto questo, scrollò il capo in atto di disapprovazione per sè stesso, e ricadde pesantemente sulla panca. E quando io discesi, non se ne accorse: dormiva.
*
Sono in un periodo fortunato d'incontri e d'avventure. All'uscita dello Sferisterio, mi decisi a prendere il tranvai della linea di Vanchiglia vedendo sulla piattaforma quel porcospino di cocchiere Tempesta, che conobbi due mesi fa sulla linea di Nizza. La primavera non l'ha punto raddolcito. Salendo, gli ruppi in bocca un'invettiva feroce che faceva contro una cavalla chiamata Balia; dalla quale egli volse lo sguardo sopra di me senza mutarne l'espressione, come s'io fossi un complice della bestia. Tacque per un po', coi denti stretti; ma quando fummo in piazza Vittorio Emanuele, essendo salita una donna che depose ai suoi piedi un grosso cesto, egli cominciò contro il cesto una ruminazione sorda di sacrati, che protrasse fin che si sboccò in via Principe Amedeo; dove andò addirittura fuor dei gangheri contro una vecchietta sorda alle sue fischiate, urlandole nella schiena: O trombon! O terremot! O tamburnassa! — con quanta vociaccia aveva in canna. Poi ricominciò a grugnire vedendo di lontano la strada ingombra dalla folla, che usciva dalla rappresentazione diurna del teatro Gianduia. E forse la ragione di tutte quelle furie era nel canestrino ritto ch'era ai suoi piedi, nel quale si raffreddava il suo magro desinare, ch'egli aveva mangiato a mezzo alla barriera di Casale, e che gli premeva di finire in piazza Carlo Felice. Povero Tempesta! Si capisce come la fame, in un temperamento come il suo, dovesse fare un tristo lavoro. Fermò davanti al teatro, infatti, dando al freno una girata furibonda, come se lo volesse spezzare. E qui la sua violenta natura fu messa a una prova durissima. Doveva salire con un nuvolo dì figliuoli grandi e piccini una di quelle povere mamme piene di timori e di affanni, per le quali una salita nel tranvai è come un imbarco per l'America. Essendo sparsi qua e là i posti liberi, i figliuoli più grandi salirono da varie parti, e fu una faccenda interminabile il mettere al posto i più piccoli; e la mamma a gridare: — Dov'è Carlino? — Giulia, siediti là. — No, Augusto, in piedi non voglio. — Carlino, vieni qua che c'è posto. — Marietta, tienti bene alla colonnina —; e Tempesta, voltato indietro in atteggiamento minaccioso, fremeva come un mastino alla catena. Quando stava per sferzare i cavalli, la signora lo rattenne con un gesto perchè uno dei figliuoli s'aveva ancora da sedere. Finalmente, sbuffando come un bufalo, Tempesta ruttò l'avanti. Ma la mamma gridò: — Un momento! È proprio questo il tranvai che va a Porta Nuova? — Egli rispose un questo con sette esse, partì, e tirando giù tutti i santi, cominciò a flagellar la cavalla, che non andava a tempo e faceva delle scartate, e a soffiar nel suo strumento, fra un moccolo e l'altro, con tanta rabbia da parer che fischiasse Torino. Fischiò il monumento di Carlo Alberto, fischiò la Posta centrale, fischiò il palazzo dell'Accademia delle Scienze, e infilò via Lagrange con la furia d'un guidatore di carro falcato irrompente contro il nemico. Ma era destino che la finisse male. All'angolo di via Cavour si staccò dal gancio l'anello del bilancino, i cavalli s'impigliarono nelle tirelle, e s'arrestarono. Saltò giù Tempesta schizzando fiamme e, mentre il fattorino riattaccava, prese a martellar di pugni i poveri animali, saettando con gli occhi me e altri due che dalla piattaforma gli gridavano di smettere, e inferocendo in special modo contro la povera balia; la quale alzava ed agitava la testa, scalpitando, tutta convulsa e tremante, ma senza mandare lamento, come una povera donna che tace, per non chiamar gente, sotto la percossa del marito bestiale, di cui non comprende e perdona l'insania. Indignati, stavamo per scendere, quando accorse dalla cantonata un vecchietto in tuba, un ometto di nulla, ma ardito e risoluto come un cavaliere antiquo, e affrontò l'aguzzino, afferrandogli il braccio a due mani. Tempesta si svincolò con violenza e lo trattò di avvocato delle bestie. Cascava male. Era per l'appunto un avvocato delle bestie, membro della Società protettrice degli animali, e se ne vantò, e tirò fuori un taccuino per segnarci il numero della giardiniera, dicendo che sarebbe andato in persona alla direzione. Tempesta risalì sulla piattaforma con la faccia verde, masticando ira di Dio; ma, ripartito appena, udendo dire dietro di sè: — A l'a fait bin (Ha fatto bene) —, si voltò a guardare il temerario con due occhi di fuoco. Chi aveva parlato era un uomo sui quaranta, di viso serio a benevolo, che aveva l'aspetto d'un operaio istruito. Questi sostenne serenamente la sua guardataccia, e gli disse con pacatezza, in accento amichevole, e un po' a rilento, come chi vuol ripetere esatta una frase letta in un libro-; — Sicuramente.... le bestie sono i compagni di lavoro, non gli schiavi dell'uomo.