Tempesta non rispose.
*
Siamo in piena primavera. I tranvai dei viali corrono per lunghi tratti sotto le grandi chiome degli ippocastani, dei tigli e delle acacie, ed escono al sole e si rituffano nell'ombra, come carrozze erranti in un parco; i vetri dei finestrini e i visi dei passeggieri si velano di riflessi verdi; i predellini delle giardiniere strisciano i cespugli che fiancheggian la via, e passan d'intorno per aria note d'uccelli, farfalle bianche e profumi di rami in fiore; e il buon Giors nuota e se la gode in tutta questa freschezza, aspirando a pieni polmoni l'aria imbalsamata, che gli scava lo stomaco. Glie lo scava così addentro, dice lui, che a rigor di giustizia, quando viene la primavera, la Società gli dovrebbe dar doppia paga. Povero Giors! Questa mattina, sul corso Vinzaglio, ebbe un vero dolore. C'era un garzonetto d'osteria, ritto accanto lui, con quattro dozzine d'agnellotti crudi posati sopra un'assicella, ch'egli teneva col braccio arrotondato fuor della colonnina, per non impedirgli il maneggio del freno. A un tratto, uno scossone della giardiniera gli fece perder l'equilibrio, l'assicella piegò, e gli agnellotti si rovesciarono sulla strada. Non si può descrivere l'atto di desolazione che fece il buon Giors a quella vista: non c'è per nulla quello che fa don Baldazar-Ferravilla quando la cuoca dei suoi ospiti gli porta via di sotto il naso il piatto prediletto. E lamentò per un chilometro la “disgrazia„ scrollando il capo tristamente; e messo così in un corso di pensieri tristi, mi raccontò altre “disgrazie„ consimili di cui era stato spettatore, e non ne pareva ancora consolato. Una vecchia signora venuta dalla campagna, scendendo male dal tranvai, era caduta sul suo panierino pieno d'ova, e n'avea fatto un lago, da cui l'avevan tirata su in uno stato! e ova freschissime, che mandavano una delizia d'odore.... che peccato! Un grullo d'ortolano, un'altra volta, aveva messo sotto la panca della giardiniera, a un'estremità, un piatto di fragole ammucchiate, che a ogni sobbalzo cadevano a mezze dozzine per la strada, dove un branco di monelli, correndo e facendo un baccano indiavolato, le raccattavano, senza che lui se n'avvedesse; e quando se n'era avvisto.... certi fragoloni come palle, che profumavano il corso, una vera grazia di Dio: disgraziato! A una povera ragazzina, in fine, proprio nel momento che il tranvai si fermava in piazza Statuto, in capo alla linea, s'era rovesciata dalla piattaforma una zuppierata di minestra, ch'essa era andata a prendere all'osteria per suo padre; e gli aveva fatto tanta pena quella povera morfela, a vederla inginocchiata in terra a raccogliere singhiozzando le pastine e i piselli, che lui e il fattorino avevano fatto una sottoscrizione, essi due soli, mettendo ciascuno dieci centesimi, perchè la morfela potesse andare a ricomprar la minestra. — Ma a me — disse poi con un sorriso trionfante — queste cose non sono mai accadute, nemmeno quando ero alto un palmo; l'appetito m'ha fatto sempre stare in guardia; guardi, potrei giurare che non m'è mai cascata di mano una ciliegia! — Bravo Giors! Egli m'ha l'aria d'un uomo che non abbia mai mangiato a sua voglia in vita sua. La vista delle tavole di trattoria apparecchiate all'aria aperta, questa mattina, gli dava dei brividi di voluttà. — Ah! — esclamava, adocchiandole di passata, — con che gusto mi ci metterei a sedere! — E si capisce come il sedersi a tavola, per lui che non ci siede mai, sia un ideale epicuréo, uno scialo da milionari, il non plus ultra delle raffinatezze della vita. E confessando che sarebbe disposto a mangiare a ogni ora del giorno, ride; e dicendo che trecento volte all'anno fa i suoi pasti sulle ginocchia, ride; e raccontando che s'è levato il pane di bocca per salvar dalle busse una povera bimba, ride. Ah, quanto è buono senza saperlo, e come mi fa bene il suo riso!
*
Una corsa memorabile, ma che vorrei dimenticare, sulla linea del Foro Boario. Venivo di fuor di porta. Era una mattinata incantevole. Partito appena dalla cinta, il tranvai si fermò davanti alla porta delle carceri giudiziarie, dove salirono sei giovani, accompagnati da due guardie di polizia, pallidi e malamente vestiti, ciascuno con un involto di panni sotto il braccio. Erano sei prigionieri liberati che le guardie conducevano alla questura centrale a ricevere il commiato ammonitorio dell'autorità. Ma non occorreva che me lo dicesse il fattorino; lo compresi, nell'atto che salirono, dal modo come girarono lo sguardo intorno sugli alberi fioriti, sul corso inondato di sole e sui passanti, bevendo a bocca aperta e a nari dilatate l'aria luminosa delle libertà, che accendeva delle fiamme nei loro occhi e faceva correre pei muscoli della loro faccia dei fremiti di piacere, visibilissimi nonostante lo sforzo con cui cercavano di dissimulare la rinascente ebbrezza della vita. Allo svoltar del tranvai in Corso Vinzaglio, e poi nel Corso Oporto, a quell'aprirsi da ogni parte di viali verdi, di fughe di palazzine e di portici, di vedute delle Alpi e dei colli, voltarono il capo di qua e di là, con un movimento di stupore grave, come se ad ogni svoltata crollasse un muro delle carceri da cui non era uscita ancora tutta l'anima loro, e guardavano curiosamente ogni passeggiere che saliva, come per molto tempo avevano guardato ogni visitatore sconosciuto che s'affacciasse all'uscio della loro cella. Osservavo con meraviglia che, passata la prima ebbrezza, il loro viso s'andava già oscurando quasi dell'ombra d'un disinganno, come se quell'ora tanto desiderata non mantenesse tutte le promesse che aveva fatto alla loro fantasia, e li riafferrasse da lontano la tristezza della prigione, quando, al punto di attraversare il Corso Umberto, uno spettacolo anche più strano mi distrasse da loro: una giardiniera dalla linea di San Secondo, tutta piena di monache dell'ospedale Mauriziano, un mezzo monastero in carrozza, venti figure grigie e bianche, immobili e silenziose, che passavano rapidamente sulla curva, presentandosi tutte di profilo, con la fronte bassa e le braccia incrociate, come tante statue della Meditazione, e svoltate di corsa in Via Oporto, non mostrarono più che venti veli neri enfiati dall'aria, e come fuggenti insieme a una tentazione del diavolo.
I liberati dal carcere discesero all'angolo di via Alfieri, il tranvai proseguì verso via Santa Teresa. Eravamo a pochi passi dal crocicchio quando vidi lontano in via Venti Settembre un affollamento che la ingombrava da un lato all'altro. Mi voltai per domandare al fattorino: — Che sarà? — lo vidi pallido. Egli aveva già capito. Il cocchiere frenò i cavalli, che andarono lentissimi. Raggiunta la folla, ci fermammo. Alcuni ci s'avvicinarono. Il tranvai precedente aveva schiacciato un bambino di cinque anni, un povero orfanello, che una mendicante teneva con sè e faceva accattare. Egli era sfuggito di mano alla donna per attraversare la strada nel punto che i cavalli sopraggiungevano; le ruote della giardiniera gli eran passate sul corpo; era morto nell'atto; avevan portato il cadavere sotto il portone d'una casa vicina, che la folla chiudeva. Una moltitudine di curiosi s'accalcava intorno al cocchiere che era saltato giù, lasciando le redini al fattorino, che aveva proseguito la corsa. Nel mezzo della calca, al di sopra delle teste ondeggianti, spuntavano gli elmi di due guardie civiche e il cappello d'un carabiniere, e fra questi il berretto gallonato del disgraziato cocchiere, rovesciato indietro, che lasciava vedere delle ciocche di capelli grigi. Mi apparve mi momento il suo viso, bianco e stravolto, con la bocca aperta; poi si nascose. Parlava e gestiva; ma il mormorio della folla copriva la sua voce. Vidi le sue mani agitarsi per aria. M'arrivò all'orecchio un: giuro! rauco, come il grido di un ferito. A un tratto, la folla s'aperse come in due ondate violente e il cocchiere, stretto fra le guardie, si mosse; ma, fatti tre passi, si fermò, e alzate le braccia come un prete all'altare, girando intorno gli occhi smarriti e piangenti che non vedevan più nulla, gridò con voce soffocata dai singhiozzi: — Giuro per l'anima di mio padre e di mia madre, giuro che non l'ho visto! — Poi si rimise in cammino barcollando, e la folla lo riavvolse. Il tranvai ripartì.
Ah, perchè non tenni gli occhi fissi sulla mano tremante con cui il fattorino scriveva, invece di rivolgerli a terra, sulle rotaie? Non mi sarebbe stata così orribile la vista del misero corpicino schiacciato come mi fu quella del suo povero sangue sparso fra i ciottoli; orribile come qualche cosa di lui che vivesse e soffrisse ancora e implorasse soccorso dal fondo della fossa. E dovetti scendere, preso da un ribrezzo improvviso di quel carrozzone, come d'un complice della strage, d'una macchina sinistra, nella quale, come nell'altra, stesse rimpiattata la morte, in agguato, per afferrare al varco altri bimbi. Ma non mi giovò fuggire. Per tutta la strada intesi quel grido singhiozzante: — Giuro, giuro per l'anima di mio padre e di mia madre.... — quel grido desolato, supplichevole, solenne; nel quale ne sonava un altro esilissimo, la voce del sangue sparso, che anch'esso chiedeva pietà per lui, in tuono di preghiera infantile. E per vari giorni non scrissi più, e non potei salire sopra un tranvai senza un sentimento di repulsione, come se tutti avessero le ruote insanguinate. Ahimè! È dunque vero che anche la vita civile, come la creazione, è una ruota terribile, che non si può muovere senza stritolar delle ossa e dei cuori, e che l'uomo è condannato a sparger sangue in eterno?
*
Maravigliosa leggerezza umana! Ma forse non è tanto leggerezza il parlare che si fa da tutti di cose futilissime anche fra gli avvenimenti più terribili, quanto spirito dì ribellione, bisogno di provare la libertà del proprio spirito davanti ad ogni argomento imposto di riflessione e di discorsi gravi. Avevano l'uno e l'altro il giornale in mano, questa mattina, i due signori che m'eran seduti davanti sul tranvai, e che discutevano vivacemente; avevano letto un momento innanzi la prima notizia della battaglia di Turcuf; era da supporsi che discutessero della vittoria per cui era liberata Cassala. Discutevano invece sul colore del fanalino che segna l'ultima corsa del tranvai del Martinetto.
— Le dico che è bianco, l'ho visto cento volte.