Fu la vergogna stupida di mostrarmi per la strada con un pacco fra le mani, che mi fece salir sul tranvai di porta Susa per tornare a casa; e sul tranvai fui punito. Stavano in piedi sulla piattaforma un giovine operaio, sua moglie e un bambino, che non avevan trovato posto dentro al carrozzone. L'operaio faceva uno sfogo col cocchiere, in tono aspro. Era stato ingannato da un amico, che l'aveva fatto venir dal Vercellese, assicurandolo che a Torino c'era lavoro; ma, venuto qui, non aveva trovato nulla; da un mese batteva inutilmente a tutti gli usci; un suo parente benestante gli aveva rifiutato un piccolo imprestito; non sapeva più dove dar del capo. Il cocchiere gli consigliò di rivolgersi alla Camera del lavoro. — Ma che Camera di lavoro! — rispose scattando. — Buffoni! Se non trovo lavoro io, me ne troveranno loro! — E seguitò, smozzicando maledizioni fra i denti. Il suo bambino, intanto, succhiandosi la punta dell'indice, teneva gli occhi fissi sul mio pacco. Io l'apersi e gli porsi una caramella, ch'egli agguantò come se la rubasse, e prese a leccarla rispettosamente, sorridendomi. Il padre, appena se n'accorse, si voltò a guardarmi con occhio torvo, strappò il dolce di mano al bimbo e, prima che riuscisse ad afferrargli il braccio sua moglie, lo gettò nella strada. Mi sentii come il freddo d'una lama nel cuore, e poi una vampata di sdegno, un rivolgimento precipitoso d'idee recenti, un ritorno violento d'idee antiche, tutto in un punto, come se la mia anima si rovesciasse. Ma fu un punto solo. — Ah miserabile, — dissi a me stesso — basta dunque questo?... — Quegli riprese a sfogarsi col cocchiere, a voce più bassa però, e dopo qualche momento sua moglie — una povera donnina dall'aspetto buono e triste — voltandosi quasi furtivamente verso di me, mi diede uno sguardo timido, che voleva dire: — È povero, è disgraziato, è irritato.... lei capisce.... — E io le risposi con gli occhi: — Capisco. — Allora il suo viso si rischiarò un poco e parve che dicesse: — Gli perdoni.... — E io risposi con uno sguardo: — Ho perdonato. — Ahi mentivo. E non voglio mentire una seconda volta: non gli ho ancor perdonato....
*
Un'avventura più piacevole stamani, sulla linea del Martinetto. Stavo sulla piattaforma di dietro con Carlin, il quale si fregava le mani, molto soddisfatto della venuta dei famosi tre principi abissini al collegio internazionale di Torino, ch'egli considerava quasi come una rivincita; e andava ripetendo: — Questi tre qui, intanto, li abbiamo nelle unghie! — Interruppe le sue espansioni un mio conoscente, che salì all'imboccatura di via Garibaldi, un operaio lattoniere, che aveva messo su bottega da poco, di trent'anni all'incirca, ma assai più attempato all'aspetto, basso di statura e tarchiato, e serissimo. Era un tipo degno di studio; un autodidattico di volontà ferrea, che aveva frequentato l'Università in un periodo di disoccupazione, inteso quasi unicamente a quistioni economiche e pratiche, intorno alle quali andava raccogliendo da libri e da giornali note ed articoli che trascriveva la notte in grossi quaderni; un socialista sui generis, non curante del programma massimo, ristretto all'idea dell'organizzazione del proletariato con lo scopo di conseguire una serie di riforme parziali non isperabili dall'azione spontanea delle classi dirigenti; legalitario, come egli stesso si chiamava, odiatore delle frasi, disprezzatore dei capi matti, metodico in tutte le cose sue come un impiegato, e così lucido e ordinato nelle idee e tenace nello studio d'ogni quistione e nello sforzo di esprimersi chiaramente, che era diventato in pochi anni uno dei parlatori più persuasivi del partito, ammirato anche dai compagni di fede più colti.
Salutatomi con un tocco della mano al cappello, com'era suo solito, si mise subito a discorrere d'un opuscolo sul Salario minimo, che aveva in tasca; ma restò in tronco, dopo poche parole, vedendo passare a traverso alla strada quattro giovani ammanettati, accompagnati da due guardie di polizia; borsaioli, a giudicar dalle facce; due dei quali vestiti decentemente, quasi con eleganza.
Carlin li giudicò con una delle sue frasi letterarie: — Ladri in guanti gialli.
Ma un passeggiere, ch'era salito sulla piattaforma in quel momento, un uomo sui cinquant'anni, dell'aspetto d'un capomastro malandato, che olezzava d'acquavite, espresse un altro parere. — Siamo sotto il primo maggio, — disse — sono socialisti. — E soggiunse, ammiccando a me, con un sorriso ironico: — Compagni.... Sì, adesso, sono compagni proprio!
Gli lessi in cuore sull'atto. Avevo l'aspetto d'un signore, dovevo odiare il socialismo; c'era nel suo scherzo l'intenzione ossequiosa di guadagnarsi la mia simpatia dicendomi una cosa gradevole; apparteneva alla famiglia degli striscianti. Per curiosità, l'incoraggiai con un sorriso, e subito egli volle chiarirmi meglio che le sue opinioni concordavano perfettamente con quelle che supponeva le mie.
— Ah che storie!... Un uomo che ha la testa a posto, un padre di famiglia che lavora.... non si ficca lì dentro. Il mondo è com'è. Si ha un bel far delle riforme, ci sarà sempre chi ne ha e chi non ne ha. Badar a lavorare: non c'è altro.
Carlin interloquì. — Però, — disse — noialtri ci fanno lavorar troppo....
— Ah quanto a questo — rispose l'altro — è un'altra quistione. — Io pensavo che Carlin rispondesse che la quistione, invece, era proprio quella, e che non si poteva risolvere non badando ad altro che a lavorare. Ma mi persuasi che nella sua mente, tutta data alla politica, l'idea dell'interesse della propria corporazione era affatto disgiunta da ogni altra, come un lumicino solitario nelle tenebre. Infatti, non seppe che cosa rispondere a quella risposta. E l'altro continuò, sorridendomi con espressione lusinghevole: — Non è vero?... Bei tipi, che vogliono rimpastare il mondo e non hanno che stramberie per la testa.... Compagni! — E soggiunse ridendo: — Si chiamano compagni, e son proprio compagni di pazzia!