A queste parole credetti che il lattoniere scattasse; ma, voltandomi a guardarlo, fui maravigliato dell'atteggiamento del suo viso, affatto diverso da quello che m'aspettavo. Egli guardava il parlatore con una espressione di così sincera e profonda e tranquilla commiserazione, che nessuna parola avrebbe potuto esprimere più chiaramente il suo sentimento. Si capiva che in quel suo eguale, chiuso all'idea e alla passione che avevan fatto di lui un altr'uomo, egli vedeva quasi una creatura di razza inferiore; che lo considerava, come doveva un cristiano dei primi tempi considerare un pagano, un impasto di ignoranza, di servilità e di stupidaggine, da non poter nemmeno movere l'ira. Ma quegli, tutto intento a finir di conquistarmi, non badò a lui, che credeva per me uno sconosciuto, e ripigliò: — Per me, quando qualcuno viene a tentarmi, lo mando a farsi scrivere. Non voglio finire come quei “compagni„ che son passati adesso. Se a loro piacciono quegli arnesi alle mani, si servano, branco di matti: ce n'è per tutti. Non ho forse ragione? — E sorrise da capo, aspettando i miei rallegramenti.
Allora il lattoniere fece un colpo di scena che meditava forse da un po'. — Ha visto — mi disse bruscamente — le dimissioni del nostro Barbato?
Risposi che lo sapevo e che me ne rincresceva; ma che mi parevano rispettabili le ragioni della persistenza nel primo rifiuto, le quali dimostravano un animo onesto, senz'ambizioni, profondamente persuaso di poter fare opera più utile fuori del campo parlamentare.
— È però un peccato, — rispose l'operaio, mettendo il piede sul montatoio per discendere, — perchè è un sant'uomo; — e nell'atto di stringermi la mano disse spiccando le sillabe: — Buon giorno, compagno.
— Buon giorno, — risposi, e mi voltai a guardare l'altro, che aveva gli occhi spalancati e la bocca aperta, interdetto dallo stupore, come il villano alla vista d'un gioco di prestigio. E un bel pezzo dopo, quando discesi, mi guardava ancora.
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Ah il socialismo sul tranvai! Sarebbe curioso a trattarsi, specie per i cattivi incontri che ci fa e i brutti quarti d'ora che ci passa, poichè la carrozza di tutti, finora, è assai più borghese che popolana. Questa mattina appunto mi ritrovai accanto sulla piattaforma della giardiniera, fra piazza Castello e piazza Carlo Felice, il mio onorevole nemico Guyot, il mangiasocialisti, il quale mi vibrava certe puntate di sguardi, in cui era evidentissimo l'influsso del 1.º maggio imminente. Certo egli domandava a sè stesso quali scelleratezze io andassi macchinando per domani, pensava ch'io girassi per Torino a soffiar negli odi di classe, e almanaccava forse che nascondessi qualche ordigno infernale sotto la sporgenza che mi faceva il soprabito dalla parte sinistra del petto, dove fissava gli occhi di tanto in tanto. E perchè no? Quattro anni prima, in quel giorno stesso, non avevano certi buoni amici fatto credere a un Consigliere comunale, eccellente uomo, ch'io ero stato arrestato perchè scoperto in corrispondenza epistolare col Ravachol, inducendolo per giunta a metter la sua firma a una loro petizione per ottenermi la libertà provvisoria? Quanto più guardava quel misterioso rigonfio del soprabito, tanto più il Guyot si rimbruniva: la sua immaginazione più benigna doveva essere di un pacco di proclami incendiari. Vedete un po'! Ed eran le memorie di Sant'Agostino, ch'ero andato a prendere dal legatore. Che strana cosa! pensavo. Desiderare ardentemente il bene di tutti, sognare la pace e l'amore fra gli uomini, avere della società un nuovo concetto, il quale, riferendo al suo ordinamento la causa dei mali che si attribuivano prima all'egoismo dei fortunati, sopprime ogni ragione d'odio contro di loro, sentire orrore della violenza e del sangue e sdegno di tutte le ingiustizie e pietà di tutti i dolori, e da questo desiderio del bene essere tormentati tanto da non godere più pace.... e in grazia di tutto questo vedersi guardare con occhio d'avversione come se portaste dentro tutto quanto di più tristo e di più feroce può covare un animo malvagio!... E pensare che chi vi guarda così è forse un uomo sensato e buono, il cui sguardo intellettuale vede in voi tutto rovesciato e falsato per il solo fatto ch'egli passa a traverso alle lenti di un preconcetto irragionevole, e che, pur non consentendo nelle vostre idee, quell'uomo vi diventerebbe amico se gli poteste parlar per un'ora, ma che non gli potrete parlar mai, e ch'egli per questo v'odierà sempre! Che strana cosa!
Mentre ciò pensavo il tranvai si fermò in piazza Carlo Felice per lasciar passare un battaglione di bersaglieri, e il Guyot girò da questi su di me uno sguardo acuto, in cui era manifesto il suo pensiero: — Ecco chi vi terrà in riga domani! Tu li devi odiare, costoro!
Ah le lenti! E dire ch'io amavo quei giovani tanto più di lui; non più, come un tempo, per quello che erano in quel periodo della loro vita, ma in loro stessi, nelle loro famiglie, nel loro avvenire, nei loro futuri figliuoli, d'un amor non legato ad alcun sentimento nascosto d'interesse di classe, ma purissimo e profondo e pensieroso, tanto che mi pareva così angusto e leggiero in confronto al nuovo l'affetto antico!
E così, quando il mio nemico discese e il tranvai infilò il Corso Vittorio Emanuele, fiancheggiato da quelle due interminabili ghirlande verdi e chiuso in fondo dalla gran mole del Rocciamelone, pensai che non volava una volta il mio spirito, come fa ora, di là da quel baluardo enorme, a dire a una moltitudine sconosciuta la santa parola dell'amor fraterno e la speranza divina d'un avvenire senz'odi e senza guerre di popoli. E confortandomi in questo pensiero, mi pareva che il suono delle trombe soldatesche che s'affievoliva dalla parte opposta del Corso morisse non nello spazio, ma nel tempo, come una voce del passato.