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Qui, mentre chiudo il mese d'aprile, mi si leva dinanzi uno stuolo di fattorini e di cocchieri originalissimi, che mi domandano: — E noi? — E hanno ragione; ogni uomo è un libro; peccato ch'io non possa dar di loro che i titoli! Ce n'è uno che fu maestro, frate e volontario con Garibaldi, una strana caricatura di Giove, con una gran testa bianca riccioluta, così grave e maestoso, che par che stia sul tranvai come sopra un carro di trionfo e dispensi gli scontrini come grazie celesti. C'è un antico becchino, cocchiere, un capo amenissimo, di razza nana, così buffo d'aspetto e di spirito, che fa torcer dalle risa tutti i colleghi con piccoli gesti e con mezze parole dette sottovoce, di cui nessun passeggiere riesce mai ad afferrare il significato. C'è un ex cocchiere di famiglia nobile che nomina i padroni e le padrone di tutte le carrozze stemmate che passano, con un sorriso vagamente misterioso di familiarità e d'alterezza, come un patrizio scaduto a cui la vista d'ogni stemma ricordasse un'amicizia o un amore de' suoi bei tempi. Ce n'è un altro, un fattorino tetro e taciturno, che ha la bizzarra passione di esercitarsi a scrivere in caratteri minutissimi, e che dedica ogni momento libero a quell'esercizio, di cui fa vedere i saggi ai passeggieri, senza parlare, dei pezzettini di carta come biglietti di visita, segnati di zampe di mosca non leggibili da occhio umano. E ci sono altri Carlin, divoratori di giornali e politicanti di color vario, altri Marchesi vezzeggianti che porgono lo scontrino come un fiore, altri Tempesta ringhiosi, che si mordon la coda dalla mattina alla sera. E le loro donne, quale collezione! Ne ho conosciuto in capo alle linee una varietà grande: mezze signore e cenciose, mogli canute di giovanotti, mogli che paion le figliuole dei loro mariti, visi di vittime rassegnate, scarmiglione ardite e appetitose che han l'aria di approfittar malamente delle lunghe assenze coniugali, donnine alacri e premurose, che, porgendo all'uomo affamato il canestro della colazione, gli fanno mille raccomandazioni supplichevoli di non mangiar troppo in furia, e stanno a vederlo mangiare spiando con occhio inquieto l'arrivo dell'altro tranvai e contando con l'anima in pena le bocconate e i secondi. Ah che dure e affannate esistenze ho indovinato durante quei pasti, ed anche quante buone nature, quante modeste virtù, quante belle e sane corrispondenze d'affetto!
E ieri sera appunto, sulla linea dei viali, verso il tramonto, assistetti a una scena gentile. C'era sul tranvai quasi vuoto un fattorino dai capelli e dai baffetti bruni, un bel giovane, di viso un po' malinconico e di belle maniere. A una fermata sul corso San Maurizio accorse da una via laterale una donnina in capelli, graziosa, con un bimbo in braccio; la quale salì in fretta sulla giardiniera, dopo aver lanciato intorno uno sguardo diffidente, come se venisse a un convegno amoroso. Il fattorino le tolse di mano il bimbo con premura, sedette, se lo mise sulle ginocchia e prese a accarezzarlo e a baciarlo in furia, come per saziarsene tutt'in una volta, mentre la giovine madre, seduta al suo fianco, guardava con un'espressione di grande dolcezza il figliuolo e lui, che ogni tratto alzava il capo per rivolgerle un sorriso, in cui appariva ancora l'affetto caldo e quasi la curiosità dello sposo. Essa aveva colto l'occasione del tranvai quasi vuoto per portare al marito quella consolazione del bambino, che gli era concessa così di rado a casa sua, e misurava con gli occhi quel che le rimaneva di cammino da fare insieme: un troppo breve tratto! Alla prima fermata, infatti, discese alla lesta col suo piccolo carico, che tendeva le braccia verso il babbo; e questi, ritenendola ancora con la mano quando era giù sulla strada, le disse: — A questa sera.
— A che ora? — domandò essa, mentre già il tranvai si moveva, fissandolo con uno sguardo d'amante, ma un po' triste, per il presentimento della risposta.
Ed egli rispose con lo stesso sguardo e con lo stesso accento: — Al solito.
— Alle undici?
— Alle undici, — rispose il fattorino, scotendo il capo.
La donnina mise un sospiro, e stette lì ferma in mezzo al Corso, rivolta verso la carrozza che le portava via lo sposo. Ed eran così belli quei due bei giovani che si guardavano a traverso lo spazio crescente, tutti e due col capo un po' inclinato, egli stando voltato indietro, essa porgendogli il bimbo da lontano, quei due poveri sposi a cui pareva così lunga una separazione di quattro ore perchè era il loro cuore che batteva i minuti e il loro bimbo che li voleva riunire!
CAPITOLO QUINTO.
Maggio.