Una mattinata bella.... e una conversazione sciocca di benpensanti, a proposito della data del mese, sul tranvai di Vanchiglia. Eran certo di quelli stessi che, quando il primo maggio era tumultuoso, dicevano: — Facciano la loro festa pacificamente, se voglion che sia rispettata! — Diventata la festa pacifica, si facevan beffe delle riunioni private e delle passeggiate campestri dei rinsaviti, attribuendo il rinsavimento a cagioni ignobili. Non c'è gente più stomachevole dei paurosi che, appena rassicurati, scherniscono e accusano di viltà chi li ha impauriti. E ragionarono un pezzo per dimostrarsi a vicenda una cosa di cui erano già tutti convinti: l'assurdità dell'Idea che la festa esprime. Ma li ascoltavo quasi con piacere, pensando al tempo in cui sarebbero parsi altrettanto strani quei ragionamenti quanto paion tali al presente i ragionamenti opposti. Strana cosa, infatti, degna d'una favola d'Esopo: l'onda del mare che si stupisce e s'adira d'essere incalzata da un'altr'onda, e le grida: — Va indietro! — Ma quel piccolo mormorio di voci ingrate si perdette ben presto in quello grande, ch'io sentivo nella mente, d'altri innumerevoli benpensanti come quelli, dicenti le stesse stessissime cose, percorrendo sui tranvai altre centinaia di città, vicinissime e lontanissime, di là dai monti e dai mari, di cento aspetti diversi, mentre si preparavano intorno a loro, come ai loro amici ignoti di Torino, altre adunanze e feste e passeggiate campestri, nelle quali, per la seconda volta sulla terra, milioni d'uomini avrebbero espresso in venti lingue gli stessi propositi e le stesse speranze che ai miei vicini parevan follia. E mi pareva che l'aria di maggio che m'alitava in viso mi portasse un'eco vaga di quelle voci infinite, confuse in un suono solenne e dolce, come un sospiro del mondo, risvegliato dal sentimento della primavera.
Eppure ero triste; con la data del mese mi ritornava in capo di continuo il pensiero d'un edifizio, già eretto e compiuto con cinque anni di fatiche, di cure amorose e di passione ardente; il quale un giorno, in un momento di potente chiaroveggenza critica, avevo visto tutt'a un tratto, come per un crollo di terremoto, spogliarsi del suo intonaco, aprirsi dal tetto alle fondamenta e rovinare in mille frantumi. Quella data riconduceva forzatamente il mio pensiero fra quelle rovine, che non avrei più potuto ricomporre che con altri più anni di duro lavoro, e dopo che mi si fosse rifatta serena la mente per concepire un nuovo disegno; e quel ricordo d'entusiasmi vani, di speranze deluse, di veglie perdute, e il dubbio che una prova eguale si potesse ripetere con una fine egualmente miserevole, mi sgomentava come l'idea d'una condanna alla tortura perpetua.
Fui scosso all'improvviso da una voce gaia: — Primo maggio! — e, voltandomi, mi vidi accanto sulla piattaforma un viso noto, un bel giovane biondo, vestito a festa, con un garofano all'occhiello, rosso come la sua bocca di vent'anni. Tutt'i miei pensieri tristi fuggirono all'aspetto di quella gioventù sfavillante d'allegrezza. Era un tipografo, uno dei credenti più appassionati e più sereni, di natura affettuosa e ingenua, un bersagliere ardente del partito, il più svelto e fervido dei galoppini elettorali, divoratore infaticabile di scale e di strade, sempre pronto a tutti i servizi, a conciliare, a ammansire, a metter bene; non mosso da alcuna speranza di vantaggio proprio nè prossimo nè remoto, ma pago e contento di esser l'ultimo soldato dell'esercito; e altero della sua fede, compreso di un così vivo sentimento di dignità di classe da accendersi di vergogna e da patire un vero tormento alla vista d'un operaio ubbriaco; e zelante come un missionario, primo sempre ad accorrere a tutte le riunioni, nelle quali la sua testa bionda brillava fra mille come una luna d'oro, e il suo fremito e il suo riso d'assenso agli oratori si trasfondeva nei vicini come un fluido elettrico. Era felice, quel giorno; l'idea della passeggiata campestre pomeridiana lo eccitava; aveva già corso non so quante linee del tranvai per andar a sollecitare dei compagni irresoluti; sapeva quello che si sarebbe fatto nelle principali città straniere, pregodeva il piacere del leggere le notizie del dì dopo, diceva: — I compagni di Bruxelles, di Berlino, di Vienna, di Parigi, — facendosi suonar quei nomi all'orecchio con un sorriso di compiacenza, come dei nomi di amanti; e interrompeva ogni tanto il discorso per indicarmi i garofani rossi sui tranvai che passavano, come avrebbe indicato dei trofei di vittoria. In fine, mostrandomi il suo garofano, mi disse che era un regalo inaspettato che gli aveva portato a letto la mattina la sua vecchia mamma, non perchè fosse “convertita„ ah! tutt'altro; ma per fargli una sorpresa piacevole, e che prima di darglielo gli aveva fatto mille amorose raccomandazioni d'aver giudizio almeno per quella giornata, povera vecchietta! come se fosse stata una giornata di battaglia. Poi saltò giù dalla piattaforma dicendomi che andava a comprare una mezza dozzina di numeri unici da distribuire agli amici stangati, e fattomi un saluto vivace con la mano, scappò, lasciandomi nell'anima un raggio della sua gioventù e della sua gioia.
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Ma il giorno dopo scontai la festa. Pericoloso è il tranvai per quelli a cui tocca di tanto in tanto di “correre per le bocche„ dei loro fratelli in Cristo. Non sospettava certo ch'io stessi ritto dietro le sue spalle il grosso signore brizzolato che sedeva sull'ultima panca della giardiniera di corso Vinzaglio, sulla quale ero salito con lo scultore Costa per andare all'Esposizione triennale. Aveva fra le mani la Stampa della mattina, in cui era riassunto un discorso fatto da me il giorno avanti all'Associazione generale degli operai, e, parlando con un vicino, mi tartassava in un modo barbaro, con voce lenta e pacata. Ah se si potesse intendere tutto quello che dice di noi la gente che non ci conosce, saremmo le più volte meno offesi dalle ingiurie che stupefatti, divertiti dalla stranezza e dall'assurdità delle favole, impossibili a immaginarsi. Anche il Costa tendeva l'orecchio; ma senza comprendere chi fosse il tartassato. Il buon signore spiegava al vicino il vero perchè di quella ch'egli chiamava la mia rivolta (rivoltatura di giubba, voleva forse dire): egli lo sapeva di certa scienza. Perduto quel po' di ben di dio col crac della Banca Tiberina, avevo brigato, per campare, il posto di bibliotecario civico, che m'era stato rifiutato; e, ridotto al verde, invelenito, per puro sfogo di vendetta contro il mondo ingrato, avevo fatto il salto nefando. E presagiva dove sarei andato a finire: in un luogo dov'egli m'avrebbe chiuso subito, se avesse potuto. Illuminato a un tratto da una parola, il Costa mi diede di gomito, dicendo: — Senti, senti.... sei in ballo tu.... — e intesa la chiusa, ch'era un epiteto, soggiunse ridendo: — Beccati questa e serbala a Pasqua. — Stavo per ribattere; ma mi balenò una speranza di rappresaglia, che mi fece tacere. La speranza non fu delusa, in fatti. Svoltato il tranvai sul corso Vittorio Emanuele, quando fummo vicini alla piazza, il grosso signore, preso da un impeto improvviso di collera, tese il pugno verso l'assito del monumento, e gridò: — E anche quest'auro! O quando sarà finita? E bisogna essere minchioni come siamo noi.... — e taccio il resto. Allora toccai col gomito il mio buon amico e gli dissi: — Questa mi farai il piacere di beccarla tu e di serbarla a Natale. — Scoppiando tutti e due in una risata, facemmo voltare l'oratore che, messo in sospetto, non disse più nulla. Ma non occorreva che dicesse altro. Per i nostri dieci centesimi, come osservò il Costa, ne avevamo avuto abbastanza. Regola generale: andare a piedi il giorno dopo che s'è pronunciato un discorso in pubblico.
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I discorsi che si sentono sui tranvai, che pascolo per la fantasia! Ne feci uno studio particolare in quei primi giorni di maggio e mi parve di raccoglier pagine e pezzetti di pagine di mille romanzi lacerati. Eppure in quella varietà infinita c'è anche una grande monotonia. Quei dialoghi a bassa voce fra ragazze del popolo, nei quali ogni venti parole, infallibilmente, come il paese nei discorsi elettorali, vien fuori la parola chiel — lui — l'eterno chiel, il protagonista anonimo del racconto; quei ragionamenti politici, in cui potete esser certi sempre di sentir pronunciare come giudizio proprio il giudizio che avete letto la mattina sul giornale che il ragionatore tien nella mano; quei discorsi sulla pioggia, sul caldo, sul freddo e sul vento, fatti di parole che milioni di bocche ripetono da tutti i secoli ad ogni variazione del tempo come se fosse sempre una cosa nuova, strana, inaspettata! Una gran parte delle conversazioni degli uomini non sono che sbadigli dell'intelligenza sonnecchiante. Ma va a giorni. Trovo fra gli appunti d'una sola corsa la storia interminabile del cambiamento d'un'unghia del piede, raccontata da un operaio al cocchiere, mentre un medico, che gli stava accanto, spiegava a un terzo in che modo dovesse far aprir le mascelle al suo cane da caccia per cacciargli in gola ogni mattina una cucchiaiata di sale, che l'avrebbe guarito dal raffreddore; poi una frase colta a volo da due ufficiali che parlavan d'un duello: — Quando uno la dà, che gl'importa degli arresti! — e una esclamazione soffocata: — Io la strozzo con le mie mani — intesa da un Tizio che faceva uno sfogo confidenziale con un amico, nel tempo stesso che due signori, dall'aria di gente di teatro, maltrattavano il maestro Leoncavallo chiamando i Pagliacci, con fine sarcasmo, i Pagliericci, e un tale che mi stava di dietro, discorrendo con non so chi, spacciava intorno all'Argentina, dond'era ritornato da poco, le più grosse panzane del mondo: per esempio, che ci si pagava dieci lire per farsi fare la barba. Poi, in quello stesso giorno, stralci di storie di malattie, di danari prestati e non resi, di liti coi vicini di casa, d'avventure galanti, di gite ciclistiche, e vari di quei discorsi che per un tratto par che si riferiscano a un dato argomento, ma che da una parola si comprende che riguardan tutt'altro, un cosa mille miglia lontana, senza parerci men balordi per questo. E non è uno studio inutile, perchè ci s'impara fra l'altro a proceder cauti nel far la critica su dei frammenti. Ecco ad esempio un dialogo che intesi fra due ragazze nella mia ultima corsa sul tranvai di via Cernaia.
— Uno tra due.... è vergognoso.
— Ma che! Nessuno è lì a vedere.
— Ma ci vedono entrare insieme.