*

Maggio, bel maggio, maggio amor dei fiori...

Lo sentiva anche il mio buon veterano di via Garibaldi la sera che lo trovai, col suo cane inseparabile, sulla giardiniera della linea del Valentino, diretta verso Porta Palazzo: in piedi, trionfalmente. Era contento, si vedeva, di star bene, di respirar l'aria tepida, pregna del profumo dei fiori d'acacia: infatti, a ogni crocicchio, girava il capo con vivacità insolita, e guardava tutto, sorridendo alla gente, ai monumenti, alle case in costruzione, ai tranvai che passavano, alle strade lunghe e diritte, e alle Alpi lontane. Doveva esser per lui una di quelle buone giornate che i vecchi ricordano poi come squarci aperti nella loro vecchiaia, nei quali hanno rivisto da vicino e quasi risentito di sfuggita l'età migliore. E sorrideva anche al tranvai che lo portava, che era grazioso e allegro veramente: un giardinetto di cappellini Arton, Vittoria e Romeo, coronati di rose e di pizzi; una nidiata di bimbi bianchi, tutti in ammirazione della uniforme strana d'un ufficiale Bulgaro della Scuola di guerra; due belle ragazze del popolo, in capelli, d'un biondo abbagliante, e tre soldati del genio, un po' eccitati dal Barbéra, che facevan rider tutti con certi commenti comicissimi, accompagnati da risate infantili, sopra un desinare disgraziato che avevan fatto all'osteria. Attraversare la sua Torino in carrozza, per due soldi, con quella bella compagnia, con quel bel tempo, doveva essere per quel vecchio celibe uno dei godimenti più squisiti che gli restavano, qualche cosa come una brillante cavalcata in un passeggio pubblico per un signorino di diciott'anni; e non potè trattenersi dall'esprimermi la sua contentezza quando, nel passare per via Siccardi, lungo il giardino della Cittadella, ci venne in viso un'ondata di profumi dall'Esposizione dei fiori. Voltò verso di me la faccia piena di rughe sorridenti, ed esclamò: — Che bella serata! — Poi si rizzò un momento sul busto come per dire ai vicini, secondo il suo solito: — Son settantotto, sapete! — Poi m'espresse il suo desiderio di veder l'anno dopo l'“impianto„ dei tranvai elettrici e mi disse la sua ammirazione per i “progressi maravigliosi del giorno„ come un uomo che sentisse ancora in sè tanta vita da poterli godere per un pezzo; e s'interruppe per chiamare il suo Ciuchetto con una nota di voce insolitamente sonora, della quale si compiacque, come d'una prova di vigoria di petto. E s'interruppe da capo in via Garibaldi per fare una profonda scappellata, con una inclinazione reverente del capo. Era passata in carrozza la principessa Letizia. E capii che quell'incontro era per il suo cuore di buon vecchio piemontese monarchico il coronamento felice d'una giornata d'oro.

*

Maggio, bel maggio: lo sentiva nelle vene anche il piccolo monello che mi fu affidato.... Una corsa calamitosa. Salii a Porta Palazzo sul tranvai, ancor fermo, della linea di Borgo San Salvario. Ero solo. Una donna — una nonna, mi parve — mi mise accanto sulla panca un bel bimbo bruno di circa sett'anni, dicendomi: — Scusi tanto, monsù; lei va a capolinea?... E allora, vorrebbe esser tanto buono da tener d'occhio questo bambino, che deve discendere da una sua zia in via Berthollet, numero sedici? — E ringraziatomi, ripetè la raccomandazione al fattorino, che appena le badò. Il tranvai partì. Io feci una carezza al mio raccomandato, per rassicurarlo; ma riconobbi subito che non n'aveva bisogno, poichè nell'atto stesso mi levò di mano la canna, dandomi del tu, senza preamboli, e tirò a disfarmi il nodo della cravatta.

È varia e dilettevole quella linea, che dal corso Regina Margherita svolta in un tratto di strada ariosa e chiara, aperta da poco; poi rientra in Torino antica, fra il duomo austero e i palazzi foschi del Chiablese e del Seminario, dove irrompe un soffio di vita giovane dalla Via Quattro Marzo; e, proseguendo per la via rumorosa del Venti Settembre, passa per quella nuovissima di Pietro Micca, in mezzo a una allegrezza chiassosa di architetture ornate, a vecchi crocicchi in rovina, che non si riconoscon più, a fughe di colonne snelle, di cantonate fresche, di prospetti nuovi, davanti ai quali ripassan nella mente visioni confuse di città straniere e ricordi di case sparite e d'amici morti e immagini di finestre e di terrazzi noti, che pare si sian dissolti nell'aria! Bello si, ma un po' triste, perchè tutto questo non è stato fatto per voi, e si sente di più la vecchiaia che s'avanza vedendo la città che ringiovanisce. — Tutto questo è fatto per te e per gli altri monelli della tua generazione — pensavo, guardando il mio piccolo protetto sconosciuto....

Un vero serpente questo piccolo protetto, che non mi dava requie un momento. Si voleva rizzare in piedi sulla panca, si sporgeva fuori del tranvai, agitava la mia canna per aria, metteva i piedi nella schiena ai passeggeri seduti davanti, i quali si voltavano a guardar me, come per domandarmi se era quella e non altra l'educazione che avevo saputo dare al mio figliuolo. Ed io fremevo; ma potevo commetter la viltà di dire che non era mio? E non ero che al principio delle mie tribolazioni.

Lo scellerato, nell'ultimo tratto di via Venti Settembre, durante una breve fermata, si mise a compitare a voce alta l'annunzio del Cacao Talmone dipinto sopra un altro tranvai pure fermo, insistendo con malizia perfida sulle due prime sillabe, tanto che m'attirò addosso dai vicini delle occhiate severe. — Vergogna —, gli dissi piano; ed egli mi rispose forte: — Vergogna a te — fraternamente. Poi, sul corso Vittorio Emanuele, essendo salito accanto a me un vecchio signore col gozzo, egli credette opportuno di darne la notizia al pubblico, dicendomi nell'orecchio, ma a voce spiegata: — A l'a 'l gavass! — Feroce mascalzone! Avevo il prurito alle mani; ma come si fa? dovevo frenarmi e inghiottire il disonore di padre putativo, contentandomi di fargli degli occhiacci, di cui si rideva: ero in sua balìa, e lo capiva. E me ne fece ancor una in via Nizza, dove, vedendo salire una donna incinta, esclamò con una intonazione prolungata di stupore: — O che pansa grossa! — E questa volta vidi correre per le panche un fremito d'indignazione contro di me, e la donna stessa disse: — Bela educassion! — guardandomi in faccia. Non ci reggevo più. Fu una vera liberazione quando potei gridar alt davanti al numero sedici di via Berthollet e rimettere il marmocchio al fattorino, dicendogli in cuor mio: — Va, piccolo carnefice, e mi colga il malanno se accetterò ancora la tutela d'un malfattore par tuo neanche per un tragitto di trenta passi!

*

Su quella stessa linea, correndola in direzione opposta, rividi due giorni dopo donna Chisciottina, col suo bimbo inseparabile. Me li trovai seduti davanti sulla giardiniera, e stando voltato un po' di fianco, con l'aria di leggere le insegne fuggenti delle botteghe, potei sentire gran parte d'un discorso accalorato ch'essa faceva a un'altra signora; la quale l'ascoltava sorridendo, più attratta dall'originalità, a quanto mi parve, che dal soggetto della sua eloquenza. Aveva i capelli un po' scomposti, come sempre, e macchiato d'inchiostro un dito della mano con cui gestiva, come una scolaretta arruffona; e diceva, diceva, con la sua calda voce di contralto, sgranando gli occhioni e enfiando il collo. — Disgrazie su disgrazie, vede. La figliuola, figliuola unica, ch'era già malaticcia, peggiorò, e dopo quel colpo non s'è più riavuta. Io le mandai il dottor Rizzetti. Si figuri che ogni notte sognava la disgrazia e si svegliava spaventata, gridando. E poi la paura che le mettessero il padre in prigione e che perdesse il posto; una tristezza da morire, s'immagini; una ragazza senza madre, poveretta, tutto il giorno in casa sola.... Io lo andai a raccomandare alla direzione; ma già non c'era pericolo perchè non ci aveva avuto colpa. Lui però non è più quello di prima. Da principio s'era dato a bere, per stordirsi, si capisce. S'è fatto torvo, un po' strambo, con certe idee fisse, e parla più poco. Fa compassione a sentirlo, creda, quando dice quel che prova a ripassar di là, che rivede tutto, tutto, e gli prende il convulso ogni volta che un bimbo attraversa la strada....