Ma il “bel maggio„ non rideva per la povera vecchietta di Pozzo di Strada. Mi bastò uno sguardo, la mattina che la vidi ritta in fondo al tranvai di via Garibaldi, con accanto il suo sacco solito e gli occhi fissi nel vuoto, per capire che non aveva ancora avuto notizie del suo Giacolin, ch'ella si torturava ancora il cervello e il cuore raffigurandoselo a volta a volta prigioniero, morto, mutilato, famelico, errante come una belva di tana in tana per la terra misteriosa, di cui non le era nota altra cosa fuor del nome maledetto. Erano i giorni che si faceva la questua a benefizio dei feriti e dei prigionieri d'Africa. Dei giovani signori, con una scritta sul cappello, salivano a raccoglier danaro sui tranvai, porgendo un bossolo di latta. A metà di via Garibaldi salì sul nostro un giovanotto elegante, che pareva uno studente, e passò di panca in panca, lungo i due lati, tenendosi sul predellino. Giusto, ecco uno dei tanti vantaggi che offre la carrozza di tutti: chi osa rifiutare un soldo per beneficenza lì sotto gli occhi della gente? Pochi. Vidi però tra questi pochi dei signori. Seguitai con lo sguardo il raccoglitore fin che arrivò accanto a me sulla piattaforma. Quando egli mise il bossolo davanti alla vecchia, questa non capì, e lo guardò con quanta maraviglia poteva ancora manifestare il suo viso quasi pietrificato nell'espressione d'un pensiero unico. — Per i prigionieri e i feriti d'Africa! — disse il giovane in dialetto, spiccicando le sillabe. A quelle parole si fece sul viso di lei come un chiarore vago di crepuscolo, e i suoi occhi socchiusi s'apersero. Lessi in quello sguardo il suo pensiero: dar qualche cosa era come fare atto di fede nella sopravvivenza del suo figliuolo, era quasi un comprarsi un po' d'illusione ch'egli potesse ancora ricevere un benefizio. Frugò in una tasca del grembiule, tirò fuori un soldo, ma lo ripose: le pareva poco: cavò una moneta di nichel — il suo pane d'un giorno, forse, o il vino che la teneva ritta per due, — e con l'atto d'una divota che fa l'offerta al santo a cui chiede una grazia, guardando il giovinotto con un'espressione triste di simpatia e quasi di gratitudine, come se proprio lui avesse dovuto portare al suo figliuolo il suo obolo, mise la moneta nel bossolo, trattenendovi su un momento la mano corta e rugosa, che tremolava; poi rifece il viso di prima, immobile e chiuso, con lo sguardo fisso lontano sulla visione di sangue e d'orrore che da sei mesi la torturava. Un passeggiere accanto a lei rifiutò bruscamente l'oblazione, dicendo forte al raccoglitore: — No, perchè son certo che ai prigionieri non ci arriva neanche un soldo! — Ah, barbaro, se anche il sospetto orribile fosse stato verità! Ma per fortuna passava il tranvai in quel punto davanti alla chiesa di San Dalmazzo, e la povera vecchia, voltandosi per farsi il segno della croce, non sentì.
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Ah, quante miserie, anche nel “bel maggio„ porta la carrozza di tutti! Non ne potevo immaginare una così triste come quella che scopersi la sera dopo in quel povero fattorino spersonito, che si chinò cortesemente a raccogliere lo scontrino cadutomi dì mano, sull'ultimo tranvai della linea di San Secondo, dove ero solo passeggiere. Nel ringraziarlo, lo guardai in viso, e vedendolo pallido, con un'aria spaurita, e parendomi che gli tremassero le mani, gli domandai se era malato. Rispose che non era; ma che era stato; e lì per lì non volle dir altro; ma pareva non aspettasse che una parola benevola, che gl'inspirasse fiducia, per dir di più, per dare all'animo uno sfogo di cui aveva bisogno. Gliela dissi: non ebbe effetto subito; insistetti, e allora parlò; parlò con una voce accorata e tremante, nella quale si sentiva una profonda sincerità. Mesi addietro, sopra un tranvai di quella stessa linea, tre sconosciuti presi dal vino, irritati d'una modesta osservazione fatta da lui per una quistione di scontrini, gli avevan menato al capo una bastonata terribile, che l'aveva mandato per un mese all'ospedale. Quei tre eran stati riconosciuti; la direzione della Società aveva mosso contro di loro una causa penale, chiedendo a vantaggio di lui un risarcimento di danni, e la causa era in corso; ma questo appunto lo angustiava. Egli avrebbe voluto che si desistesse dal procedimento perchè temeva una vendetta, e il suo timore, eccitato a poco a poco dal lavorìo continuo dell'immaginazione, era diventato un vero terrore. — Capirà — mi disse — noi siamo esposti giorno e notte. A fare un colpo.... è un momento. E se me lo fanno? E se mi rendono inabile al servizio? Io ho moglie e una bambina; una moglie così buona, una bambina che mi vuol già tanto bene....
La sua voce si strozzò; mi fece pietà; cercai di rassicurarlo. Ma fu inutile. Riconosceva giuste le mie ragioni, ma rispondeva: — Sono indebolito, non son più io; che cosa vuole? Ho paura. Di giorno, tanto va; ma quando vien sera, quando vedo accendere i lumi, mi comincia a pigliar l'affanno, a tremare il sangue addosso.... Che cosa serve? Non son più io, le dico, sono indebolito. Ho passato tante notti senza dormire, ho sofferto tanti dolori alla testa, che farneticavo per delle ore, e poi son stato un pezzo in convalescenza, a mezza paga, e quante sere sono andato a letto digiuno per lasciar da mangiare alla mia bambina! Eppure.... non li avevo mica offesi, una semplice osservazione.... Io son rispettoso con tutti.... Lei potrebbe vedere: tutti i passeggieri che mi conoscono mi salutano, mi vogliono bene.... Ma! Così son ridotto. — E ripeteva come un ritornello doloroso, che gli fosse confitto nel cervello: — Fin che è giorno, meno male; ma la sera, quando vedo accendere i lumi....
E ciò dicendo guardava qua e là, all'imboccatura delle strade buie, come per vedere se ci fosse gente appostata, e tornava a ripetere: — Sono indebolito.... Ho perso molto sangue....
E mi fece anche più pietà poco dopo, quando lo vidi chiedere i soldi ad alcuni passeggieri con una cortesia umile e quasi peritosa, come se in ogni persona egli vedesse un nemico che gli bisognasse ammansire, un difensore che gli convenisse d'assicurarsi. Povero ragazzo! E pensavo a chi sa quanti, per il ritardo d'un secondo a far fermare il tranvai o per una parola d'osservazione sopra un soldo sospetto, l'avrebbero quella sera stessa trattato d'infingardo o di villano e minacciato d'un ricorso alla direzione. Ah quante piccole inique crudeltà, quante piccole ingiustizie spietate si commettono continuamente, senza saperlo.
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E quante ingiustizie anche di puro pensiero! Trovo notato agli ultimi di maggio: il briaco, e ricordo un quadro, da cui si potrebbe cavare una forte scena di commedia satirica: un carrozzone chiuso della linea dei Viali, nel quale, in mezzo a una corona di signori e di signore eleganti, siede, piegato in due come un sacco mal ripieno, un uomo sconciamente briaco, a cui cascano i capelli grigi sulla fronte nera di carbone e pende dalla bocca bavosa un mozzicone di pipa spenta che gli piove cenere sulla giacchetta unta e strappata. Egli guardava i vicini con un sorriso d'ebete, soffregandosi le ginocchia con le mani nere e dondolando il capo da una parte, come se meditasse parole di scherno che non poteva più dire, e negli occhi socchiusi che ora brillavano ora si spegnevano mostrava a vicenda la coscienza triste del suo abbrutimento e un senso di acre dispetto per il ribrezzo che s'accorgeva di destare. Ribrezzo, infatti, e nausea e sdegno esprimevano i visi dei passeggieri costretti a respirare il lezzo di quell'alito e di quei cenci obbrobriosi; e fra quei visi c'era quello d'un signore sconosciuto, che mi conosceva; il quale, fissando me dopo aver guardato quell'uomo, mi disse chiaramente con l'espressione del suo sorriso: — Son questi che lei vuole portar su?
— Ebbene, sì, — gli avrei voluto rispondere. — Sono questi; questi prima degli altri, certamente. Ah lei s'inganna se crede che l'abbrutimento di costui sia vergognoso per lui soltanto. O come accade che nessuno di noi non si mostra mai in quello stato se non perchè sulla china che vi conduce siamo arrestati da cento ritegni dell'intelligenza, della coscienza, dell'educazione, della compagnia, che non son merito nostro, ma che furono messi in noi, o fra i quali siam nati, e che quest'altra gente non trova intorno a sè nè in sè stessa? E che cosa facciamo noi per mettere in loro questi ritegni? E che mai di bello e di nobile e d'accessibile a tutti mettiamo noi fra loro e la taverna, che li attragga e li svii? E siamo ben sicuri di non dar loro che dei buoni esempi?
Il mio soliloquio fu interrotto a Porta Palazzo da una comitiva chiassosa di signori che salirono alla rinfusa sulle due piattaforme, e che, ripartito il tranvai, continuarono a chiacchierare e a ridere rumorosamente, apostrofandosi da una parte all'altra, per gli usci aperti, con appellativi comici e gesti burleschi. Venivano dalla stazione di Lanzo, erano andati a fare una ribotta in qualche paese vicino, alla quale alludevano, scherzando su certi piatti riusciti male; avevano il viso acceso, la voce piena e vibrante, la parola ardita e pronta di chi ha trincato del vino generoso; eran tutti a cavallo del confine che separa l'ebbrezza decente dall'ubbriacatura volgare, in quello stato in cui certi oscuramenti improvvisi dell'intelligenza e certi impedimenti istantanei dell'organo della parola si dissimulano ancora con felice accortezza; e da certi accenni che si ripetevano in mezzo a quel guazzabuglio di voci, si capiva che la giornata non era finita, ch'essi vedevano davanti a sè, all'orizzonte, un'altra serie di libazioni, il quelque chose au de là consigliato dal Brillat-Savarin per far più vivo il piacere dei banchetti. Ed eran così riboccanti di vita e di buon umore che i signori e le signore del tranvai li guardavano con manifesta simpatia e ridevano dei loro gesti e dei loro motti; alcuni dei quali, un po' liberi, provocavano delle smorfiette graziose di scandalo, ma accompagnate da un sorriso di benigna indulgenza.