Giugno.

Gran cosa la carrozza di tutti! Col sopraggiungere del caldo, che fa star molta gente a capo scoperto, mi si schiuse sul tranvai un nuovo campo di studio: quello delle teste; poichè dove mai, come sulle giardiniere, potete aver per un pezzo sotto gli occhi, così da vicino, in così piena luce, e, se ci state seduti di dietro, osservabili a così bell'agio, le teste dei vostri simili? Teste che, vedute di passata per la strada, vi appariscono ancora in buon stato, vi mostrano qui mille miserie. Radure, spiazzate, tentativi supremi di divise, che non son più sentieri fra l'erba fitta, ma stradoni in rovina a traverso a sodaglie desolate; liste di capelli ricondotti dalla nuca sull'occipite e fino alla fronte, in forma di salici piangenti sulla tomba del cervello; parrucche mal messe, che una brusca scappellata volta di sbieco, rivelandovi che la testa d'un tale non è tutta roba sua; tutte le più compassionevoli industrie senili intese a mascherare i guasti del tempo dalle orecchie in su vi si palesano sulle giardiniere. E qui scoprite le pennellature grossolane dei Luca fa presto, che lasciano i capelli bianchi alla radice, le capigliature tinte a prezzo ridotto, d'un nero lugubre, che danno ai visi vizzi a cui fan cornice l'aspetto di lettere mortuarie, e le chiome e le barbe variate di molti vaghi colori, che paiono state strofinate sopra una tavolozza. O tinti, il tranvai è traditore, guardatevene. Che c'è di più pietoso e di più comico insieme che il veder salire a stento, ansando, afferrandosi alle colonnine con le mani tremanti e ricascar di peso sulla panca, spossato dallo sforzo, un uomo con la barba e la capigliatura corvina d'un ventenne? Oh quante vecchiaie ribelli alla natura! Quant'è rara la gente che sa invecchiare in santa pace! E scopersi anche il segreto di alcuni personaggi noti, miei fieri avversari, pitturatori abilissimi, di cui nessuno sospetta l'inganno. Potrei fare più d'una vendetta politica. Non la farò. Ma non per generosità, lo confesso. Soltanto per rispetto dell'arte mia non denuncierò.... l'arte loro.

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Intrapresi pure col principiar di giugno uno studio sui cappellini, attratto dalla varietà infinita che se ne vede fiorire sui tranvai in quella stagione; studio che, in fondo, si riduce anch'esso a uno studio delle teste. E così, alla lesta, feci una prima classificazione: cappellini amorosi, cappellini superbi, cappellini austeri, matti, buffi, impudichi, prepotenti, innocenti. Quasi tutti hanno un linguaggio, sincero o falso, di cui i fiori sono le parole. Ci son grandi rose erette ed aperte, che s'offrono; mazzi di viole e di mughetti che attirano insidiosamente gli sguardi e i desideri dentro ai capelli in cui si rimpiattano; accoppiamenti di fiori inconciliabili, stridenti fra di loro, che danno l'immagine di menti strane e disordinate; fiori troppo pomposi, rosseggianti petulantemente su teste grigie, di cui tradiscono gli ardori mal sopiti; fiori modesti e solitari, che esprimono il sentimento d'un affetto secreto e costante. Tutte le passioni, tutte le illusioni, tutti i capricci di tutte le età della donna si palesano in quella finta flora, in quelle infinite combinazioni di penne, di nastri, di pizzi, di tulle, di frecce, di frutti, di cose sottili, diafane, ondeggianti e tremolanti, che paiono una vegetazione vivente che abbia radice nei cervelli. E quei cappellini fanno fantasticare, vedere, sentir mille cose: piccole e grandi spese di contrabbando, conti adulterati ad usum mariti, sospiri dolorosi d'impiegati, baruffe coniugali, musonerie, concessioni strappate con le carezze, economie gastronomiche da anacoreti, lunghi lavori di raffazzonatura fatti in casa da manine pazienti e industriose, interrotti da pianti di bimbi, da scampanellate dì creditori, da ogni sorta di cure e di piccole miserie domestiche. Ma lì sul tranvai tutto brilla, ride e dissimula. Scendono mazzi di rose e di pensieri, salgono mazzi di papaveri e di peonie, s'incontrano e si confondono ramoscelli d'edera e di geranio, mazzetti di ciliegie e di fragole, fiori di tutte le stagioni, di giardino e di campo, sbocciati e in bocciuolo, in ghirlande, in corone, in ciuffetti, diritti, cascanti, intricati, ammontati, agitati come i pensieri che vi passan sotto; cappellini alla marinara, alla Rembrandt, alla Trianon, alla Rosa Syma, alla vattelapesca, ciascuno dei quali dice qualche cosa, e forman fra tutti come un frastuono confuso e continuo di grida, di mormorii e di sospiri: — Cerco un marito — Cerco un amante — Ho un amante — Ammiratemi — Rispettatemi — Sperate — Disperate — Vi supplico — Comando io! — Sono un angelo — Sono un diavolo — Sono un'infelice — Seguitemi — Fatevi in là — Il mondo è mio — Non son nulla; guardatene un'altra, vi prego.

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Dolci studi; ma troppo spesso interrotti da inconvenienti gravi, tutti propri del tranvai. Alcuni di questi esperimentai io stesso in quei primi giorni di giugno, altri imparai a temere vedendoli esperimentati dal mio prossimo. Capitare in un carrozzone chiuso accanto a una peccatrice così spietatamente profumata da uscirne con una spranghetta al capo assicurata per ventiquattr'ore; trovarsi seduti in mezzo a due amici sconosciuti che attaccano attraverso a voi una conversazione vivacissima, incrociando sul vostro viso i loro aliti, le loro risate e le loro asinerie; sentirsi passar sui calli tutta intera una di quelle famiglie alla buona per cui i piedi altrui sono res nullius, senz'averne neppure il leggiero conforto d'uno sbadato: mi scusi, sono incerti sgradevoli. Ma è anche più sgradevole l'aver diritto dietro alle spalle un fumatore che, spinto innanzi da un sobbalzo della piattaforma, vi pianta nella nuca la punta d'un grosso Minghetti infocato. Ma è ancor più doloroso lasciar la falda del soprabito nelle mani d'una pingue bottegaia che, perdendo l'equilibrio nel discendere, s'aggrappa a voi come a un albero sull'orlo d'un abisso. Ma c'è una disgrazia anche peggiore di queste. Ne trovo segnata la data nei miei appunti — 5 di giugno. Ore tre pomeridiane. Sulla giardiniera di via Nizza. Preso alle spalle dal poeta. — Non l'avevo visto salire: mi sentii tutt'a un tratto la sua voce nell'orecchio: m'era seduto dietro, la giardiniera era affollata, era impossibile sfuggirgli. Passò subito alle vie di fatto. Era un sonetto arcipieno di esse, un ronzio di zanzare intollerabile, un succedersi di sibili sottilissimi che mi penetravano nel cervello, come se m'avesse agitato accanto al viso un mazzo di serpentelli arrabbiati. Ai vicini che non sentivan le sue parole doveva parere un amico offeso che mi rinfacciasse una serie di cattive azioni, dì cui non mi potessi scolpare, o che mi raccontasse in segreto qualche avventura sporca, che io assaporassi con raccoglimento. Un supplizio vergognoso! Quella bocca implacabile che alla ripresa d'ogni verso mi si avvicinava alla tempia mi metteva un brivido come la bocca d'una pistola. Breve e amplissimo carme! Chi lo disse? Quello non era nè ampio nè breve: non finiva mai. E m'opprimeva un terrore: — Se avesse la coda! — Non l'aveva; ma durò per la lunghezza di cinque isolati, senza contare una variante su cui dovetti dare il mio parere. Non fui libero che sulla piazzetta di San Salvario, dove l'aguzzino discese, non sazio.

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La mia prima corsa piacevole di giugno fu la mattina del giorno dello Statuto, in via Garibaldi, all'ora in cui la gente s'avvia verso piazza Castello per la rivista delle truppe: una carrozzata di cittadini quale non si può vedere che in quel giorno e a Torino: quasi tutti vecchi militari giubilati, coi nastri stinti delle medaglie e delle croci agli occhielli, con le scarpe come specchi, pettinati e sbarbati bene, benignamente ilari e alteri, con l'aria di vecchi sposi celebranti le nozze d'oro: tutte brave persone assestate e regolate che, se lo Statuto fosse soppresso da vent'anni, continuerebbero a festeggiarlo lo stesso a conto proprio, per forza di consuetudine, come festeggiano il Natale i miscredenti. C'era al posto solito il cavaliere Bicchierino, appartenente anch'egli, non per età, ma per spirito, a quell'antica famiglia, pulito e lustro come un dado. Come gli altri egli volgeva degli sguardi di compiacenza sui tranvai imbandierati, sulle uniformi sgualcite dei veterani che passavano tra la folla, sulle bandiere sventolanti alle finestre; aveva negli occhi un lume insolito; si vedeva che l'anima sua respirava con placida voluttà patriottica le memorie del 48, di Torino capitale, dell'“egemonia piemontese„ e il soffio del conte Cavour e del generale Lamarmora ancora diffuso per l'aria. Lo tenni d'occhio per vedere se, nonostante lo stato d'animo straordinario, si ricordasse di confrontare il suo orologio, come faceva ogni mattina, con l'orologio elettrico dell'angolo di via Siccardi: se ne ricordò. Poi, incontrando il mio sguardo, egli si offuscò leggermente: si dovette rammentare del giorno ch'io avevo fatto quel certo strazio barbarico della Gazzetta del popolo. Avevo appunto il foglio in mano in quel momento e stavo per conciarlo a quel modo; ma, accorgendomi che m'osservava, mi ritenni, per suggezione, per non rendermegli anche più odioso. Ed ecco come il tranvai può perfezionare l'educazione d'una persona educata. A poca distanza dalla piazza s'intese suonar la marcia reale da una banda musicale d'operai. A quelle note tutti quei giubilati canuti si illuminarono e si scossero come i vecchi cavalli delle poesie agli squilli delle trombe guerriere. E allora mi sentii sbalzato dalla fantasia a trent'anni addietro. Quei visi, quei nastri, quelle bandiere alle finestre, quei veterani in divisa, quel vecchio Palazzo Madama che appariva in fondo, quel cavalier Bicchierino con la Gazzetta del popolo fra le mani, tutto quel complesso di cose viste in quella via Garibaldi al suono di quella marcia, era così piemontese, così torinese, così “ben conservato„ che ebbi per un momento come un senso di ringiovanimento della coscienza, un'illusione maravigliosa, il dubbio che l'anno corrente non fosse il 1896, l'anno di Abba Garima, ma quello dei primi entusiasmi per il Consorzio nazionale, quando avevo visto dei patriotti fanatici, in quella stessa via, bruciare le cedole del Consolidato gridando: — Viva l'Italia.

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La festa nazionale portò i forti calori e con questi un nuovo oggetto d'osservazione sulla carrozza di tutti: un accrescimento generale di irritabilità nelle relazioni dei passeggieri coi passeggieri, di questi con gl'impiegati, e degl'impiegati fra di loro, una maggior frequenza di malintesi, d'impazienze, di lagnanze e di battibecchi, come segue fra gli uccelli in gabbia nelle giornate afose. Si vedeva sui tranvai una agitazione quasi rabbiosa di ventagli, gente irrequieta che si sventolava con le cappelline, coi fazzoletti e coi giornali, senza “trovar posa„ sulle panche, facce infiammate e attonite, teste ciondoloni sui petti: vere carrozzate di noia e di malumore. Povera umanità! Qualche grado di più di calore e un po' di polvere per aria, ed ecco tutti i visi mutati, violate le leggi della cortesia, ridotti i cervelli come orologi guasti, e manifesti anche nella gente sana e contenta i vaghi segni del contagio psichico che moltiplica le risse, gl'impazzimenti e i suicidi! Come rimedio a questo male mi venne in mente l'istituzione di spugnature pubbliche obbligatorie una mattina che aspettavo la partenza del tranvai sotto le finestre di casa mia, vedendo lavar la testa a Faraone e a Ballerina, all'ombra dei tigli. Uno spettacolo da far meditare, veramente. Faraone fu il primo. Il cocchiere tuffava in un secchio una grossa spugna, gliel'appoggiava al sommo della fronte arsa e sudante, e premeva; e al sentir quei rivoletti che le scendevano per le mascelle, sul collo e di mezzo agli occhi giù per il muso fin dentro alle nari e alla bocca, biforcandosi e incrociandosi come le gore della pioggia per una china, la povera bestia alzava e scrollava il capo, corsa per ogni fibra da un brivido di piacere, e dilatava gli occhi e pestava le zampe, brillando tutta; mentre Ballerina, aspettando la sua volta, guardava, impaziente, agitata dal presentimento di quella voluttà, che già le balenava negli occhi e le guizzava tra pelle e pelle. Ah! che dolcezza; e come meritata dopo tante corse al sole e nella polvere, e tante strette violente di freno e bottate di frusta! Luccicava negli occhi di tutti i passanti un sentimento di compiacenza buona al veder riaversi e godere a quel modo quei poveri schiavi muti, così belli e così utili, e condannati a un lavoro così duro e mal compensato, quando tanti altri della famiglia loro vivono fra gli agi e le pompe, carezzati e amati come creature umane. E il cocchiere, intanto, li apostrofava con quel tono di familiarità un po' brutale, che si suol usare con le bestie che ci servono, forse per un timore istintivo ch'esse comprendano e abusino come gli uomini della troppa dolcezza: — Ah, vecchione, ci provi gusto, eh? Ma se tiri indietro la testa, zuccone, non si fa nulla! Ora a te, mala femmina, eccoti il fatto tuo; non ne vedevi l'ora, non è vero? T'ho ben sentita come cantavi alla fin della corsa! — e altre cose simili, dette con l'accento di chi parla a chi intende. E chi sa? Chi sa fino a che punto, almeno? Che cosa ne sappiamo noi, poveri presuntuosi che siamo? Siamo proprio ben certi di non essere in un enorme errore? Non dice anche l'Ecclesiaste: — Chi sa che lo spirito delle bestie scenda abbasso sotterra? — Ah quell'occhio di Faraone! Fu quell'occhio che mi fece sentire la prima volta per un animale quello che si sente per un bambino: il rispetto d'un grande mistero, del dolore che non ha parola, del diritto che non ha difesa; fu quell'occhio che mi disse più chiaramente ch'io non avessi mai pensato, che non saremo mai molto al disopra delle bestie fin che crederemo d'esser tanto più alti da non aver verso di loro il dovere della bontà e della gratitudine.