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Seguirono alcuni giorni monotoni, una serie di corse per i viali bianchi, fra gli alberi velati dal polverìo, senza un accidente notevole, senza alcuna conoscenza nuova, senza un incontro di persona conosciuta; poi una pioggia ostinata, e tre giornate avventurose, tre scene singolarissime, l'una sull'altra, non possibili che sulla carrozza di tutti. Della prima fu spettatore e parte, in un carrozzone chiuso della linea del Martinetto, Carlin; e la scena appunto interruppe un'apologia ch'egli stava facendo del bollettino meteorologico del Chionio, il quale aveva preannunziato la pioggia per quel giorno; ciò che, dopo altre profezie riscontrate giuste da lui, portava all'entusiasmo la sua ammirazione per la scienza in generale, e per il profeta in particolare. — Ah! quell'uomo! Quell'uomo parla con Domineddio! — andava esclamando; quando salirono ad un tempo, l'una a destra l'altra a sinistra della piattaforma posteriore, un'erbivendola in capelli e una signora in pompa magna, tutt'e due sulla trentina e d'aspetto fiero e risoluto; le quali, infilando l'uscio nello stesso punto, s'urtarono malamente ed esclamarono a una voce, guardandosi a vicenda: — Che maniera! — Pareva che la cosa finisse li; ma, appena furono sedute dentro, l'una di fronte all'altra, ed ebbero preso lo scontrino, l'una sporgendo una grossa mano pavonazza, l'altra mettendo in mostra un grosso braccialetto sul braccio inguantato, la riattaccarono vivamente: l'erbivendola con parole grossolane, la signora con un certo riserbo. Il diverbio, nonostante l'intromissione diplomatica di Carlin, s'inasprì a segno che la popolana disse forte: — O cosa crede, alla fine, perchè è una signorona? — E allora cominciò il meglio. La “signorona„ che da principio aveva scelto le parole e moderato la voce, a poco a poco, accalorandosi, si lasciò sfuggir le frasi e le note del suo linguaggio abituale, che era quello tal quale della sua avversaria. A capo d'un minuto, tutti i presenti capirono che le due contendenti, nate e cresciute nello stesso stato sociale e forse nello stesso sobborgo di Torino, avevano ricevuto l'educazione medesima, e che la signoria d'una delle due doveva essere d'acquisto recentissimo, e forse improvviso. E fu uno spasso per tutti la maraviglia crescente che l'altra mostrava in viso man mano che vedeva la signora tirar fuori le armi e le munizioni dallo stesso arsenale da cui essa cavava le sue, e chiarirsi sua degna competitrice nella scherma dello strofinacciolo e della ciabatta. Continuò a insolentirla, ma più a rilento e con meno asprezza, scrutandola con uno sguardo acuto e con un leggiero sorriso, quasi compiacendosi di riconoscere e d'ammirare in lei i colpi e le parate della scuola che le era familiare, e finì con rabbonirsi affatto quando fu ben certa di aver di fronte, non una nemica d'un'altra classe, ma una consorella travestita dalla fortuna; tanto che lasciò senza risposta l'ultima sua botta, e voltatasi verso la compagnia, disse ridendo: — A l'è na sgnora parei d' mi! (È una signora come me). — Tutti risero, la “signora„ si rimise in dignità, e Carlin osservò filosoficamente: — Eh, bisogna star sul tranvai per vederne d'ogni sorta e imparare a conoscere il mondo; il fattorino, vede, è il vero uomo enciclopedico, che non sì stupisce più di niente sulla terra.
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Ecco l'altra scena. Gli alberi del corso Vittorio Emanuele rinverditi e lustrati da un acquazzone, una fuga di nuvoloni neri a traverso al cielo, un tramonto infocato, le Alpi terse e come intagliate nella porpora di quell'incendio, e una giardiniera lenta che par che vada a servizio esclusivo di due coppie d'amanti appiccicati, l'una seduta sulla prima panca, l'altra su quella di mezzo, con le schiene voltate verso di me e un altro passeggiere, che mi sta ritto al fianco sulla piattaforma di dietro. Costui m'ha l'aria d'un buono e semplice massaro, o piccolo proprietario di campagna, di quelli che s'inurbano ogni dieci anni, e a cui la città grande riesce sempre uno spettacolo nuovo e sbalorditoio. E capisco che è nuovo per lui lo spettacolo di quelle due coppie di teste di “signori„ le quali ogni tanto si ravvicinano, si toccano e si staccano, come i bicchieri nei brindisi, e ciondolano languidamente l'una verso l'altra come se avessero l'osso del collo stroncato. Si vede che è un po' scandalizzato, molto stupito e anche più dilettato; si vede dall'attenzione viva che fa a tutti i movimenti di quei quattro ingattiti, con un sorriso curioso e continuo, lanciando tratto tratto uno sguardo a chi passa per la strada, come per dire: — Ma non vedete che cosa succede qua sopra! Ma son cose dell'altro mondo! — Arrivati alla piazza del monumento, sale accanto a noi un altro signore, lungo e arcigno, il quale, osservate le coppie, fa un atto d'uomo seccato, brontolando: — Potrebbero prendere una carrozza chiusa. — Ed ecco che all'uscita della piazza, salgono e siedono proprio davanti a noi un giovane, che pare un commesso di negozio, e una ragazza, che ha l'aria d'una sartina, e, appena seduti, ripigliando una conversazione interrotta, si mettono a tubare soavemente, con le punte dei nasi che quasi si toccano, e le mani intrecciate tra fianco e fianco. E allora il signore lungo dà una strappata collerica al campanello, e detto al fattorino: — Non è un mestiere per me! — salta giù e se ne va via. Il fattorino non capì, ma il campagnuolo diede in una risata grassa, saporita, giovanile, nella quale squillava la gioia pregustata di raccontar poi nella farmacia del villaggio il bel caso a cui aveva assistito, la sfacciataggine maravigliosa degli amanti di quella gran Torino, di quella Babilonia, di quella Gomorra, dove tutto è lecito e se ne vede d'ogni tinta.... Dopo un po', le coppie furono circondate e distratte da altri passeggieri; ma egli seguitò a tenerle d'occhio fino a piazza San Martino, dove discese dirigendosi verso la Stazione, ancora sorridente d'un sorriso di stupore e di malizia, che traduceva il suo pensiero: — Ah questa Torino! Questi tranvai! Che paradiso di Maometto! E che facce!
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La terza, sulla linea di Vanchiglia. Mi rifugio in una giardiniera per salvarmi da un'acquata improvvisa e casco proprio nel punto che scoppia una lite, non capisco perchè, fra due giovani operai e il cocchiere Tempesta. Il vento sbatte le tende in faccia ai passeggieri, che si restringono nel mezzo, tutti in piedi; ma la pioggia ci viene addosso anche fra le panche, dove le signore s'affannano a ripararsi i vestiti, lagnandosi della Società che non mette fuori i carrozzoni chiusi quando fa cattivo tempo. Son capitato male. Son tutti stizziti come d'una stizza attaccaticcia, tutti con l'anima per traverso, compresi due vecchi ufficiali pensionati che non vanno d'accordo sulle riforme militari del Ricotti, discusse in questi giorni al Senato, e si scambiano delle frasi che paion colpi di sciabola: — Mille e cento ufficiali tolti dai quadri! Ma mi burla! Ma a che si riduce la carriera? — Non è il Ricotti, è il Mocenni: ottocentoventisette erano già radiati. — E lei mi scusa il male col peggio? — Ma io non riconosco nè questo nè quello. — Ma come! Ma allora.... — E mentre un mio vicino tratta di barbara l'amministrazione che non mette delle tende da potersi agganciare alle panche per pararsi dai temporali, e tenta inutilmente, sbuffando, di tener tesa la sua, s'accalora la lite fra i due operai che gridano: — Pùrgati! — Va a far le docce! — Va all'istituto antirabbico! — e Tempesta, che rivolto a loro col viso torvo e infiammato, alterna frustate e sagratacci, scandalizzando un vecchio signore in cilindro, seduto alle sue spalle, il quale si volge a domandare al fattorino con voce pacata di basso: — Ma non è pro-i-bito al personale di servizio di parlare in codesta maniera? — Intanto la pioggia infuria, le tende ci schiaffeggiano, i malumori s'inaspriscono, i lamenti suonano più alto, Tempesta sagra più fitto, e la carrozza che porta quest'ira di Dio, sferzata dall'acquazzone, flagellata dal vento, illuminata dai lampi, vola, schizzando mota da tutte le parti, a traverso la piazza Vittorio Emanuele, dove s'incontra con un altro tranvai portante una comitiva di giovanotti fuggiti dal gioco del pallone, i quali, passandoci accanto, vedono e comprendono e ci mandano in faccia una risata in coro, ultimo oltraggio.... Ma non a me, spassato egualmente della carrozzata in festa e della carrozzata in collera, che mi mostran le due facce del burattino umano.
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Qui trovo notati a tre date successive, 14, 15 e 16, tre dei miei personaggi, riveduti in condizioni e fra circostanze straordinarie. La domenica del quattordici, segnata nell'Almanacco Storico della Casa Treves come giorno della rielezione del deputato Brena, sulla linea del Valentino, il Marchese, il fattorino dai balletti d'oro, bello e elegante come sempre; ma quanto diverso dal solito nel modo di trattare con le signore! Non più sorrisi fuggitivi, non più atteggiamenti d'ossequio amoroso, non più quell'atto di posar lo scontrino come una chicca nella mano inguantata, fissando sulla passeggiera uno sguardo soave. E subito non capii il perchè di quel mutamento; ma i cenni e i frizzi di due giovanotti suoi conoscenti, seduti vicino a me, me lo spiegarono. Quel riserbo insolito gli era imposto da un bel pezzo di ragazza bruna, ritta sulla piattaforma della giardiniera come un gendarme; la quale seguiva ogni suo passo ed atto con due grandi occhi neri e severi, sopra di cui si drizzava fino a mezza fronte la ruga distintiva del sospetto. Non riuscii a capire se fosse sua moglie o sua amante. Intesi dire però (e si vedeva) che, conoscendo il suo pollo, n'era gelosa, che soleva fare di tanto in tanto una di quelle corse di vigilanza, salendo inaspettata sul tranvai come un controllore, e che più volte, per uno sguardo o per una parola, aveva fatto una scenata al bel fattorino, e provocato anche signore e ragazze, con un'audacia di leonessa. Oh, cose terribili; minacce di ceffoni addirittura, e chiassi e scandali per conseguenza. Ma egli aveva oramai un così salutare terrore di quelle due lanterne nere che non s'arrischiava nemmen più a sorreggere per il braccio le signore che salivano. Mentre passava accanto a me, uno dei due giovanotti gli disse piano: — Pietro, riga dritt! — e diede in una risata: egli rispose con un sorriso forzato. E seppi che altre mogli di fattorini venusti facevano delle corse di sindacato come la bella bruna, comprandosi così ogni tanto dieci centesimi di fedeltà coniugale, con vantaggio dell'amministrazione e del servizio....
15 giugno. All'ora stessa che si presentava Li-Hung-Chang all'imperatore Guglielmo, comparve davanti a me sul tranvai di via Garibaldi il signor Guyot, coi suoi occhiali reazionari e il suo pizzo minaccioso. Appena mi vide, salendo sulla piattaforma opposta, mi saettò un'occhiata anche più truce dell'altre volte; e forse per il fatto, che mi venne in mente in seguito, dell'elezione del Turati nel quinto collegio di Milano, avvenuta il giorno avanti. Ma era destino ch'io dovessi dar sempre a quel pover uomo delle scosse violente. Pochi momenti dopo salì accanto a me un mio vecchio amico, procuratore del re, proprio nel punto che egli mi figgeva addosso uno di quegli sguardi foschi, in cui all'inquietudine e all'avversione si mescolava il sentimento di curiosità malsana che ci spinge verso i delinquenti. Al lampo che gli passò sul viso quando vide l'amico stringermi la mano ed entrare con me in conversazione gioviale, capii ch'egli sapeva chi era. Fece due occhi di polipo ed espresse con tutti i muscoli facciali un senso di maraviglia sgradevole, come se quella familiarità d'un magistrato con un par mio fosse un fatto scandaloso, un pubblico incitamento a delinquere, un indizio di sfacelo sociale, qualche cosa come il veder per la strada un carabiniere in divisa a braccetto con un borsaiolo famoso; e capii benissimo che andava domandando a sè stesso, con curiosità ansiosa, che cosa mai ci potessimo dire, e che se fosse stato in quel momento ministro di grazia e giustizia avrebbe fulminato sull'atto un decreto di destituzione. Ah, quanto deve aver sofferto! E vedo ancora l'ultima occhiata che lanciò al mio amico scendendo, come per dirgli: — E non si vergogna?... Faccia invece il suo dovere, perbacco!
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