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Il caldo cresce, il sole arroventa i crani, i cervelli levano il bollore, e i cocchieri, con gli occhi infocati e le tempie imperlate di sudore, gesticolano nei nuvoli del polverone come oratori alla tribuna, incitando con grida stridule di beduini i cavalli immollati e trafelati. Sulla linea di Vanchiglia, mi trovo seduto dietro a un di loro, che espande clamorosamente i suoi affetti con un amico ritto al suo fianco, trinciando l'aria con la mano libera come se impartisse una benedizione continua agli alberi e alle case. Alle prime parole m'accorgo che non è infiammato soltanto dal caldo, ma dall'acquavite, e appena afferrato l'argomento del suo discorso, riconosco in lui il poveretto a cui è toccata la disgrazia del bimbo schiacciato in via Venti Settembre. Non aveva la sbornia allegra, peraltro; non era sovreccitata nell'anima sua che la tristezza consueta, una pietà amara per quella sua povera figliola, sempre malata dopo quel giorno terribile, sempre distesa là in quel fondo di letto, con gli occhi infossati e con le mani color di cera, che s'ostinava dieci volte il giorno a riprender l'ago e le forbici, e li lasciava ricader sulla coltre, dicendo: — Non posso.... non posso più.... — Ma la grappa levava l'espressione del suo dolore all'altezza della lirica. L'amico lo confortava invano; egli rifiutava i conforti con dinieghi vigorosi del capo, dando al freno delle girate violente. Il rumore d'una locomotiva stradale mi coperse per qualche momento la sua voce: quando la risentii, era cambiato il soggetto del suo discorso e cresciuto l'ardore della sua parola. Raccontava come, tornato a casa una sera, aveva trovato sul tavolino da notte della sua malata un mazzetto di fiori, delle pesche, una scatola di Liebig, una bottiglia di Marsala. Chi aveva portato quel ben di Dio? Chila — la signora! Non c'era da domandarlo. Ma c'era dell'altro. La camera, ch'egli aveva lasciata sottosopra, come si trovava da vari giorni, con tutte le carabattole per aria, era ordinata, assestata di tutto punto come quando la figliuola era in gamba: una cappella in un giorno di festa.... E chi aveva fatto questo? Non mica la portinaia, che s'affacciava all'uscio la mattina e la sera, e scappava via come per paura della peste. Era stata anche chila! Era capitata là una mattina a visitar la figliuola, e, data un'occhiata in giro, aveva detto: — Ah! io non voglio mica che la mia malatina stia in mezzo a questo ciadel di casa di matti! A me! — E tic tac, alla svelta, senza neppur levarsi il cappellino, aveva dato sesto a ogni cosa. — Chila, capisci? con le sue proprie mani, come una donna a poste, seguitando a chiacchierare e a dir facezie per tenerla allegra, come una sorella. — E al momento d'andarsene, di sull'uscio, le aveva detto: — Di' al babbo che non beva, ricordati! — Qui il cocchiere si lasciò scappare il ridere; poi, rifattosi serio a un tratto, proruppe in un'esclamazione appassionata: — Ah, non ce n'è un'altra, no, non ce n'è un'altra come quella; non c'è, non c'è un'altra santa signora compagna!
E poichè l'amico, sorridendo, gli faceva cenno che si quietasse, egli s'eccitò di più, picchiando il pugno sul parapetto, come irritato da una contraddizione: — Sì, è una santa signora, è un angelo, è la madonna in corpo e in anima, e lo voglio gridare a tutta Torino, capisci!
E una nuova esortazione dell'amico spinse ancora il furore della sua gratitudine d'un grado più in su. Bestemmiò e ricominciò: — Sì, io mi farei ammazzare per quella donna lì, capisci; mi farei pestare, schiacciare, bruciar vivo, mettere a pezzi.... Oh che gioia di donnina! Oh che amore, che benedizione, che anima santa di donnina! — e si baciò il dorso della mano e attaccò un'altra serie di moccoli adorativi.
E quando scesi e mi voltai a guardarlo, lo vidi ancora col viso in aria e con la bocca aperta, che apostrofava il fantasma della Chisciottina, scotendo il capo a ogni parola come se scandesse il suo laudario, e agitando la frusta da destra a sinistra come per aprire il passaggio alla piena della sua passione.
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Sì, tutti sono sovreccitati, e più che altri gli attaccalite e i prepotenti dello stampo di Tintura-Migone; per i quali pare che del caldo, della polvere, d'ogni noia dell'estate sia colpevole tutta quella classe di persone con cui essi possono sfogare il proprio malumore senza pericoli. C'è chi se la piglia col cocchiere perchè vi sono trentadue gradi all'ombra, chi aspreggia il fattorino perchè il municipio non fa inaffiar le strade abbastanza, e perfino chi pretende dal controllore che dia ordine di accelerare la corsa perchè, andando come si va, corpo d'un cane, non s'è ventilati un bel corno. Ma vidi un bel caso di castigo l'ultima domenica di luglio, sul corso Regina Margherita. Dopo aver fatto fuoco e fiamme per una bazzecola, uno di questi neroncelli gridò scendendo: — Vado immediatamente a far rapporto alla direzione! — La direzione è lì, — gli disse garbatamente un operaio che m'era accanto, indicandogli la direzione della Società Belga, proprio di faccia alla giardiniera. Quegli, che la credeva invece chi sa dove, e non aveva alcuna intenzione d'andarvi, guardò l'iscrizione sulla facciata, indispettito, e dopo un momento di titubanza, comicamente contrastante con la sua risolutezza di poco prima, voltò le spalle ai sorrisi canzonatori dei passeggieri e s'avviò dalla parte opposta.... col viso di quel vecchio galante del Jean Tommeray che, quando la signora ch'egli corteggia fa l'atto di cedere, prende il cappello e se ne va via dicendo: — Saprò chi m'ha fatto questo tiro. —
— Poteva almeno ringraziarmi dell'indicazione — osservò placidamente l'operaio, senza sorridere. Era il lattoniere autodidattico, il socialista “legalitario„ e ragionatore, che andava, in un sobborgo a tenere una conferenza, stringendo sotto il braccio uno dei suoi registri pieni di estratti di giornali e di note; e aveva accanto un compagno tarchiato e serio come lui, un fabbro ferraio sui sessanta, tutto grigio, suo devoto amico e ammiratore, che soleva accompagnarlo in quelle gite, dandosi l'aria d'un segretario di gabinetto. Un curiosissimo personaggio costui, che avevo già incontrato più volte: entrato nel socialismo non per effetto di ragionamenti propri, ma per fede cieca nella ragione dell'altro; la cui cultura rapidamente acquisita e il progresso intellettuale continuo gli apparivano come un miracolo, più efficace di qualunque argomento a dimostrargli la giustizia della causa che aveva sposato. Il progresso del lattoniere era continuo, infatti: bastò un breve discorso a provarmi che anche nei due mesi da che non l'avevo più visto la sua mente s'era allargata e arricchita, e la sua parola fatta più facile e più esatta. Rimasi addirittura maravigliato a udirlo commentare le recenti elezioni generali del Belgio in confronto con quelle di due anni innanzi, spiegando la ragione del quasi assoluto annientamento del partito liberale; giustificando l'alleanza dei socialisti coi radicali, ch'era stata fatta dai primi senza alcuna concessione pericolosa alla loro indipendenza avvenire; calcolando come, se non ci fosse stato il voto plurimo, se tutti i partiti fossero scesi nella lotta ad armi eguali, non il clericale, ma il socialista avrebbe avuto la vittoria. Ma dall'uomo pratico ch'egli era, di questo non andava a parlare ai suoi uditori: andava a persuaderli della necessità d'un'associazione cooperativa, con argomenti tratti dalle loro condizioni e dai loro bisogni particolari, ch'egli conosceva perfettamente, come conosceva i bisogni, le condizioni d'ogni sobborgo o villaggio, industriale o commerciante od agricolo, in cui fosse chiamato a parlare; in ciascuno dei quali arrivava con un grande corredo di osservazioni, di notizie e di cifre, raccolte pazientemente da pubblicazioni statistiche e da conversazioni con gente colta, anche d'altri partiti. E mentre, scansandosi ogni momento per lasciar salire o scender qualcuno, egli mi esponeva la traccia della sua conferenza con quella semplicità modesta di linguaggio e d'intonazione, che faceva il miracolo di soffocare nei suoi eguali ogni gelosia della sua autorità e quasi ogni invidia della sua preminenza intellettuale, io osservavo il suo vecchio compagno, tutto intento alle sue parole; il quale guardava lui e me, alternatamente, con un'espressione viva di compiacenza d'amico e d'alterezza di collega, mista di non so che di paterno e di umile insieme; tanto più commovente in quanto era visibile che il suo cervello, intorpidito dal disuso, apertosi troppo tardi a quella nuova luce di idee, non lo capiva che per barlume. Punto dalla curiosità, tirai anche lui nel discorso; nel quale entrò volentieri, con una vivacità che mi stupì; ma per uscir dall'argomento quasi subito, con frasi indeterminate e strane, che attirarono fortemente la mia attenzione. Riconobbi sull'atto il caso, accennato dal De Vogüé, d'una di quelle dottrine che, seguendo la legge della caduta delle idee, discendendo, cioè, dalla mente eletta che le concepì nella gente semplice e inculta, si deformano, o, meglio, si contraggono e si cristallizzano in un piccolo residuo tenace, equivalente quasi a una forza d'istinto, nata con loro. In lui era la dottrina del Rénan, l'Avvenire della Scienza, ridotta in questa sola idea semplicissima: che grazie ai progressi indefiniti della scienza, e in particolar modo della meccanica, l'uomo sarebbe riuscito un giorno a provvedersi così abbondantemente e con così poca fatica quanto gli abbisogna, che ogni miseria, ogni ingiustizia, ogni lotta sociale avrebbe avuto fine come la tempesta al cader del vento. Per quale via fosse discesa, per quale spiraglio entrata nella sua mente, come un raggio in una grotta, quell'idea unica, nella quale egli aveva una fede assoluta, immobile, invincibile, e che era il tema di tutti i suoi discorsi e la fonte d'altri cento embrioni d'idee a cui non trovava parola, forse non sapeva dire egli stesso. Della sua stessa idea principale io non afferrai che la coda, quando, con una brusca transizione, egli venne a parlare dei futuri tranvai elettrici, e movendo da questi, precorse gli anni con la fantasia, eccitato come da una visione della città avvenire, che ritrasse in frasi vivaci ed informi, senza badare al sorriso di compatimento con cui il suo amico lo ascoltava. Egli vedeva le strade corse da ogni sorta di “automobili„ fitti come i moscherini per l'aria; i ragazzi portati a scuola, gli operai al lavoro, le donne al mercato; tutti i pesi trasportati a volo; le distanze sparite, le fatiche soppresse, un risparmio enorme di tempo e di forza, la vita agile e facile in tutte le sue forme: tutt coma la losna, tutto come il lampo; e faceva un gesto continuo con la mano come per indicare una cosa che guizzi e scompaia. Ed era ancora eccitato dalla sua visione quando scese con l'amico in piazza Vittorio Emanuele per prendere il tranvai a vapore di Moncalieri, e di lontano mi fece ancora quell'atto: — coma la losna, — che riassumeva tutta la sua dottrina e la sua speranza....
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Qui, tra gli ultimi appunti di luglio, trovo poche righe, che mi ricordano una serata afosa, in cui il tranvai corre sotto gli alberi non mossi da un alito, in mezzo a passanti che si fanno vento col cappello, mostrando al lume dei lampioni la fronte luccicante di sudore, fra due file di case alte, dove alle finestre, ai terrazzini e alle soffitte è affacciata gente che guarda il cielo e le montagne lontane, col capo rovesciato indietro e con la bocca aperta, come se gridassero: — Aria! Aria! Aria! — E: — aria! — invoco anch'io, bevendo con avidità il po' di fresco che mi manda in viso il ventaglio d'una signora vicina. Ma al passare lungo i quartieri popolari, dove pullulano migliaia di bimbi scalzi, sdraiati per terra, coricati sui marciapiedi, ammucchiati nei fossi, ravvoltolantisi tra i cocci e la bruttura, coi visi e i colli segnati di scaglie e di gore, con le braccia e le gambe nere fino ai gomiti e ai ginocchi, e la camicia e i panni ridotti a un solo colore dalla polvere addensata d'una settimana, un altro grido mi vien sulle labbra. Aria, sta bene. Ma e l'acqua? Sta bene la refezione scolastica. Ma e la disinfezione scolastica? E mi compiaccio a immaginare un gran carro inaffiatore che corra sulle rotaie lungo quei fossi e quei marciapiedi schizzando zampilli su quei mucchi brulicanti di piccole creature sudicie, o un'enorme tinozza ambulante d'acqua tepida, dove li tuffo e li sciacquo tutti per rimandarli ai loro giochi più vispi, più sereni e più buoni. Quanti malanni, quanti mali umori, e chi sa anche quanti piccoli germi d'infezione derivino all'animo da quella sporcizia! Di chi la colpa? Sì, certo, è in parte incuria colpevole; ma è più miseria, ignoranza, penuria di tempo, di spazio, di comodi, e mancanza di dignità e d'amor proprio che da tutto quello deriva. E allora.... allora non trovo a confortarmi che nella dottrina del vecchio fabbro ferraio: la scienza, la macchina vôlte a vantaggio diretto di tutti, la produzione moltiplicata dal perfezionamento dei processi e dal lavoro fatto universale, e il lavoro reso da queste due cause per tutti quale non è ora che per pochi, abbreviato e alleviato in modo che a tutti avanzi tempo, forza e libertà da dedicare alla cura del corpo e alla cultura dello spirito. Eh, bisogna pur giunger lì, per una via o per un'altra, se non si vuol rinunciare alla speranza! Ma mentre dico tra me queste cose, mi dà prima nell'occhio la mano tremante con cui il fattorino accende il lume del tranvai, e poi il suo viso malandato e turbato, che mi par di riconoscere. È lui, infatti; il povero fattorino che, dopo esser stato percosso, quasi mortalmente, da passeggieri sconosciuti, contro i quali la Società ha mosso causa, trema sempre al calar della notte, per terrore d'una vendetta. E allora mi raffiguro la scena selvaggia, penso a quelli sconosciuti che, non provocati, per puro istinto di malvagità, han messo in pericolo di morte e reso malato e infelice forse per sempre un uomo onesto e buono, e ritornando al mio ideale della miseria e dell'ignoranza soppresse, mi domando: — E la malvagità umana sarà soppressa mai?