E questa domanda, a cui non oso di rispondere, mi lascia triste e pensieroso. Ma per un minuto soltanto. Mi riviene in mente l'operaio lattoniere, mi salta su dinanzi il buon falegname dalla giacchetta di velluto stinto, penso a tanti altri che vengon su come loro, che diffondono nel popolo idee e sentimenti di giustizia, di fraternità, di pietà per i deboli, di orrore per la violenza, che lo educano alla vita intellettuale, alla dignità di classe e alla fede nella forza dell'idea e nel progresso della civiltà; e le mie speranze tornano ad accendersi l'una dopo l'altra, come i lumi che fuggono lungo la via.
CAPITOLO OTTAVO.
Agosto.
O novellieri antichi, ricercatori amorosi e descrittori lepidissimi di gente “semplice, grossa e di nuovi costumi„ quali tesori avreste raccolti nella carrozza di tutti se fosse stata inventata cinque secoli avanti! Ci sono sposi di campagna in viaggio di nozze, che fanno tre volte la corsa circolare dei Viali, dodici miglia a un dipresso, con l'illusione di far sempre nuovo cammino, fin che, mordendoli la fame, discendono, sbalorditi dall'immensità dì questa Torino che non finisce mai; montanari solitari che, arrivati alla barriera dov'eran diretti, salgono sur un'altra carrozza partente, credendo di continuate il viaggio, e ritornano per un'altra via al punto da cui partirono, dove si guardano intorno stupefatti, come gente piovuta dal cielo; e poveri villani che, addormentatisi durante la corsa, si svegliano a un miglio oltre il punto dove volevan discendere, furiosi contro il cocchiere, che avrebbe dovuto svegliarli, o almeno “gridar le stazioni„ come si fa sulle strade ferrate. Più amene, anche in questo, e più stranamente pretensiose sono le donne. Ho qui notata una balia che, non trovando da sedere, non vuol dare più d'un soldo, dicendo che un soldo, per stare in piedi, è già un bel pagare, e che dovevano “attaccare un altro vagone„; due contadine che, salendo, avvertono il cocchiere di fermare davanti alla casa d'un monsú Garet o d'un monsú Cimussa, sconosciutissimi, come si direbbe: — Fermate davanti al Palazzo reale; — e una giovane alpigiana, la quale, scendendo a Porta Palazzo con un grosso involto, prega il fattorino di aspettare, chè tornerà subito, appena portata la roba a una sua parente; e si risente della risata dei passeggieri, trattandoli di maleducati. Non c'è specola migliore del tranvai per vedere quanta ingenua ignoranza giri ancora per il mondo e comprendere perchè sia ancora tanto facile l'arte di gabbare il prossimo. E ci sono anche i timidi, gli affannoni, nuovi affatto a Torino, i quali, cercando il loro tranvai agl'incrociamenti delle linee, domandano informazioni di qua e di là ai cocchieri che passano e, non comprendendo le risposte affrettate, inseguono un carrozzone, si ravvedono, ne inseguono un altro, s'arrestano, salgono sopra un terzo, che non è quello, e scendon trafelati e disperati, maledicendo a quella confusione, a quella furia infernale di tutti e d'ogni cosa, dove un povero galantuomo perde il tempo e la testa. O povera gente, di cui il mondo ride, poveri naufraghi della città grande, come fate pietà a chi sotto il vostro affanno del momento indovina il pensiero inquieto della lite che v'ha condotti fra le cittadine infauste mura, o della moglie che v'aspetta all'ospedale, o del figliuolo che visiterete alle carceri, o del lavoro che cercherete invano, o del parente agiato, ultima vostra speranza, che vi chiuderà l'uscio sul viso!
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L'agosto cominciò lietamente con la scoperta d'un uso nuovo, a cui non avevo mai pensato che il tranvai potesse servire. Sboccando dal corso Valentino in via Nizza salii in fondo a una giardiniera, della quale occupava tutte le panche, fuor che l'ultima, una comitiva nuziale. C'eran nella prima lo sposo e la sposa, biondissima, tutta bianca, coronata di fiori e ravvolta in un gran velo; nelle altre una ventina di parenti e d'amici, donne grasse in abito di seta, uomini impomatati, con la barba fatta di fresco e un fiore all'occhiello, un vecchio con un cilindro d'altri secoli, un prete di campagna, delle ragazze in fronzoli, dei bimbi vestiti da festa. Si capiva che andavano al Municipio in quella forma economica non per tirchierìa, ma per capriccio, per un gusto originale di far mostra pubblica della loro allegria. Erano tutti allegri, infatti, come se avessero già festeggiato la coppia di prima mattina con molte bottiglie di vermut; le donne chiacchieranti, gli uomini sorridenti all'idea d'un pranzo di tre ore, i vecchi ringalluzziti, le ragazze agitate. Anche il cocchiere e il fattorino, che discorrevano con l'uno e con l'altro, parevano presi da quell'allegria, come dai vapori d'un liquor forte. La bianchezza della sposa velata annunziando lo spettacolo di lontano, molti si soffermavano sui marciapiedi, uscivan donne dalle botteghe, accorrevano ragazzi; i conducenti dei carri e i fiaccherai sorridevano, passando, dall'alto della cassetta, e lanciavan degli scherzi: — Oh che bella bionda! — Tanti buoni auguri! — Salute e figliuoli! — e i cocchieri degli altri tranvai salutavano il loro collega, auriga del settimo sacramento, strizzando gli occhi e cacciando fuori la lingua, mentre i passeggieri si voltavano a guardare tutti insieme, ilari e curiosi. E la comitiva, eccitata dall'ammirazione pubblica, parlava più forte, gesticolava più vivo, rideva più alto, incitava con la voce i cavalli, che andavan di galoppo per via Lagrange, al suon dei fischi raddoppiati del cocchiere, facendo sventolare come una bandiera il velo trasparente della sposa bionda, accesa ogni tanto dai raggi di sole irrompenti dalle vie laterali, e troneggiante nella sua bianchezza come sopra un carro di trionfo. E mi pareva davvero un carro di richiamo mandato in giro da un'agenzia di matrimoni o da qualche Società di propaganda coniugale, un po' carnevalesco, ma pure gentile e simpatico; e chi sa? forse la prima forma d'un carro da nozze del duemila, quando tutto sarà servizio pubblico, e si sposeranno con la stessa pompa le figliuole degli uscieri e dei ministri....
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Da più giorni spirava aria di nozze su tutte le linee; nei discorsi delle donne e delle ragazze sentivo ogni momento dei chiel e dei chila, pronunciati con un accento di rispetto insolito, che si riferivano tutti a una sola coppia, come ad un Adamo e ad un'Eva, dai quali dovesse discendere un'umanità nuova, e notizie vaghe e commenti fantastici sopra una bellezza femminea, che nessuna aveva vista, ma per cui pareva che tutte avessero l'animo preparato all'ammirazione. Ero una mattina sulla giardiniera della linea di Lanzo, ritto accanto al cocchiere e, stando voltato di fianco, vedevo un gruppo graziosissimo: sur una delle prime panche due giovani monache, con gli occhi bassi e le braccia strette alla cintura; dietro di loro, quattro ragazze del popolo, col grembialino di stiratrici; più in là un fattorino del telegrafo. In piazza Carlo Felice salirono accanto alle monache due signore eleganti che, appena sedute, aprirono in fretta un giornale illustrato comprato allora, e fissarono con viva attenzione la prima pagina. Voltandomi da capo un momento dopo, vidi le quattro ragazze in piedi, che sporgevano il viso, scintillanti di curiosità, piegando il capo di qua e di là per vedere il giornale, ora scoperto, ora nascosto dai cappellini delle signore. Era il ritratto della principessa Elena del Montenegro; il primo apparso in Italia, e che tutte, certo, vedevano per la prima volta. Il quadretto era curiosissimo. Gli sguardi acuti e riflessivi e le labbra strette delle due signore rivelavano un'analisi pacata e minuta, accompagnata da dubbi e da riserve di critici meticolosi; il sorriso muto e quasi risplendente delle ragazze esprimeva una curiosità ancor tanto forte da sospendere ogni giudizio; le due monache sole non avevano voltato il capo, ma non riuscivano a dissimulare il loro desiderio di vedere, e lanciavano sul giornale delle occhiatine rapide e oblique come sopra una cosa proibita; e anche il cocchiere torceva il busto indietro e adocchiava, e il fattorino, ritto sulla pedana, allungava il collo, e il telegrafista levava il viso sopra le spalle delle ragazze. A un certo punto, forse per respirare più libero, le due signore porsero cortesemente il giornale alle loro vicine, che l'afferrarono come una preda, frementi di piacere, e vi si curvarono sopra con le teste aggruppate, tirandolo di qua e di là e facendo un cicaleccio vivissimo. Il tranvai passò davanti alla stazione di Porta Nuova, donde usciva un'onda di gente, di omnibus d'alberghi e di carrozze, svoltò sul Corso di Genova in faccia alla gran muraglia azzurra delle Alpi, s'inoltrò fra i begli alberi e gli edifizi ridenti del Corso Re Umberto, e le quattro ragazze seguitavano il loro esame, senz'alzare il capo, non più chiacchierando, chè avevano sfogata la loro prima furia, assorte in una contemplazione immobile e silenziosa. Si vedevano passare nei loro occhi intenti l'ammirazione, la simpatia, il sentimento della distanza immensa che separava da loro la persona effigiata, lo sforzo della fantasia con cui cercavano su quel viso i segni della predestinazione gloriosa, il pensiero del corredo mirabile, delle grandi feste, della felicità sovrumana che l'aspettavano, l'invidia timida e reverente d'una vita che esse immaginavano tutta splendori, trionfi, ebbrezze, a cui la loro speranza non s'innalzava neppure nel sogno. Ed io non potevo staccar gli occhi da loro, e al pensare che altre migliaia di ragazze come quelle, che altri milioni di creature umane d'ogni età e d'ogni stato erano in quei giorni altrettanto smaniose di veder quell'immagine, e che quell'immagine d'una fanciulla illustre e gentile, sì, ma sconosciuta fino a ieri, sarebbe stata cercata, commentata, contemplata religiosamente così, come non fu mai quella d'alcun eroe, o uomo di genio o benefattore immortale dell'umanità in alcun paese e in alcun tempo, ero preso da uno stupore profondo, come davanti a un grande mistero, come all'intuizione confusa di qualche istinto non ancora scoperto o compreso dell'anima umana. E ancora dominato da questo stupore tenni dietro con lo sguardo alle quattro ragazze che s'avviavano al sobborgo solitario della Crocetta, ragionando ancora calorosamente di quell'immagine, come se portassero via con sè la spiegazione di quel mistero.
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Due giorni dopo (ricordo ch'era il giorno della morte della Riforma), essendo scoppiato il settantesimo temporale della stagione, rivennero fuori i carrozzoni chiusi, ed io mi trovai il dopo pranzo, sulla linea della barriera di Casale, seduto in faccia alla studentessa di medicina, in mezzo a vari signori e signore, che l'osservavano, senza parlare. A questi, che forse non l'avevan mai vista, essa faceva la stessa impressione, m'accorsi, che aveva fatta a me la prima volta; ma su quel viso bianco e fermo, d'una purezza di vergine ideale, mi parve di veder qualche cosa d'insolito, il segno d'un pensiero nuovo e vivo, che mutava sede, mostrandosi ora negli occhi, ora sulla fronte, ora sulle labbra, come un'ombra guizzante sopra un'acqua limpida e queta. I suoi grandi occhi celesti, però, si posavano come sempre sulla gente con quella espressione vaga di chi guarda cose lontane, alle quali non pensa, e la sua bocca, col labbro di sopra leggermente inarcato, serbava quell'atteggiamento infantile, indefinibile, che attesta l'ignoranza del bacio amoroso. Con una mano accarezzava il lembo d'un nastro del cappellino che le scendeva sul petto; e vidi che parecchi guardavano attentamente quella mano lunga, bianchissima, quasi diafana, che pareva si sarebbe dissolta nel calore d'una stretta d'amante; ed era quella mano che palpava le teste tronche, che tirava via la pelle dagli arti recisi sulle tavole del laboratorio anatomico e s'insanguinava cercando i muscoli e i nervi nella carne infetta dei cadaveri mutilati. Eppure quell'immagine non mi destava per quella mano alcuna ripugnanza come se nessun sozzo contatto potesse far macchia, nessun lezzo attaccarsi alla purità virginea delle sue dita, nello stesso modo che non poteva, a mio giudizio, entrare nell'anima sua alcuna bruttura della vita e del mondo. Con questo pensiero osservavo il movimento di quelle dita che parevan petali di giglio agitati dal vento, quando, nell'ultimo tratto di via Maria Vittoria, il tranvai s'arrestò al cenno d'una ragazza ritta sulla soglia d'un portone: una brunetta svelta e messa bene, con un cappellino purpureo guernito di tre impertinenti penne di gallo; la quale salì rapidamente, e sedette nell'unico posto che rimaneva, accanto alla studentessa. Ah, che imprudenza! Ecco un nuovo pericolo, prima ignorato, che presenta alle peccatrici la carrozza di tutti. Se uscendo di dove usciva, quella sventata avesse preso la strada a piedi, certo che sarebbe venuto a molti, incontrandola, lo stesso pensiero che balenò a tutti noi al primo vederla; ma, guardata di sfuggita da uno alla volta, essa non si sarebbe trovata esposta, come fu in carrozza, all'osservazione minuta d'un'adunanza d'inquisitori, in cui la comunanza visibile dello stesso sospetto mutava il sospetto in certezza. Era una novizia, si capiva bene, perchè si turbò sotto il primo fuoco degli sguardi che non aveva preveduti, e cercò di larvare il suo turbamento voltandosi verso la strada, leggendo gli annunzi, guardando il ventaglio, fingendo di cercar qualche cosa nelle tasche. Ma invano, perchè, avendo fatto cinque passi, ansava come se avesse fatto una corsa, e quello che non diceva il suo respiro dicevano le pupille umide, le guancie rosse, le labbra febbrili. E c'erano ben lì delle persone delicate che sentivano la sconvenienza, la crudeltà dell'osservarla tutt'insieme e di tormentarla a quel modo; ma potendo la curiosità più della convenienza, gli sguardi insistevano, accusando il lavorìo impudico delle immaginazioni, e insistettero a segno, che sul viso di lei succedette alla vergogna l'irritazione, e poi un atteggiamento forzato d'audacia e di sfida, la tentazione visibile di dirci fuor dei denti: — Ebbene, sì! E con questo? Siete un branco d'indiscreti e d'insolenti! — e di fare una distribuzione circolare di ceffate. La studentessa sola mostrò di non vederla, di non accorgersi neppure che altri la guardasse, come se nessuno fosse entrato; non una volta essa girò lo sguardo verso di lei, non un'ombra, fuorchè quella del suo primo pensiero, passò sul suo viso bianco ed immobile; e mai non compresi, mai non sentii quanto nel confronto di quei due visi vicini la superiorità infinita dell'incanto che vien dall'anima sopra la forza che tenta i sensi. Essa acquistava dal confronto un lume maraviglioso di bellezza, di grazia e di dignità, che la faceva parere una creatura d'una razza superiore, a cui si sarebbe baciata la fronte, tirando indietro le mani.