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Dalla morte della Riforma alla cattura del Doelwick passò una serie di giornate senz'incontri di personaggi della compagnia; ma non vane, poichè da tre casi nuovi dedussi tre precetti di condotta d'una utilità indiscutibile per i passeggieri dei tranvai.
Dedico il primo ai giovani. — “Quando s'è in piedi in fondo a una giardiniera, in compagnia d'un amico, non esprimere mai il proprio giudizio sulle bellezze posteriori d'una passeggiera seduta sur una delle panche davanti, perchè fra i passeggieri ritti accanto a noi c'è qualche volta qualcuno a cui la cosa può non garbare.„ — Esempio. Un giovanotto: — Guarda che bellezza di collo che ha quella donnina, la prima a sinistra sulla terza panca, con quei ciuffetti arricciolati sulla nuca! Ah, che amore di collo! Ci metterei una collana di baci.... — Un signore accanto, seccato: — È il collo di mia moglie, badi.
L'altro precetto fa per le signore. — “Stando nel tranvai quando s'entra in una piazza, non pigliar mai per sè una frase ammirativa d'un passeggiere, se in quella piazza c'è un monumento.„ Esempio. Sale una signorina in un carrozzone chiuso, in piazza Statuto, e nell'atto che entra per l'uscio davanti, il suo cappellino intercetta la visuale che dagli occhi d'un forestiere seduto in fondo va alla sommità del monumento del Fréjus, e proprio nel momento che il forestiere dice al suo compagno: — Guarda che bell'angelo! — La signorina arrossisce, il compagno risponde: — L'ha fatto il Tabacchi, è fuso all'arsenale.... — e la signorina.... deve arrossire da capo.
Il terzo precetto si può rivolgere a chiunque. — “Uscendo di casa, non pigliar mai per le minute spese, senza previo esame, un rotoletto di soldi che trovate sul cassettone.„ — Io commisi questo sbaglio e, per disgrazia, m'imbattei sul tranvai, dove c'era altra gente, in un gran fattorino barbuto, dall'aspetto e dai modi d'un procuratore del re di malumore. Mi restituì il primo doppio soldo, dicendomi: — È argentino. — Mi restituì il secondo, con un'occhiata severa, dicendomi: — È argentino anche questo. — Mi restituì il terzo, squadrandomi da capo a piedi, e dicendomi: — È greco. — E il quarto era rumeno, e il quinto era di Pio nono.... Avevo preso un rotolo di soldi fuor di corso, stati messi in disparte per precauzione. Tutti mi guardarono; nessuno poteva pensare ch'io avessi in tasca per puro caso quella raccolta di falsità; arrossii come un gambero; la mia riputazione era perduta senza rimedio. Ah se fosse stato là il mio Guyot, come avrebbe trionfato!
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Povero Guyot! Egli si deve ancor ricordare della data della cattura del Doelwick perchè quel giorno passò un brutto quarto d'ora. Veramente, fui crudele. Ma, insomma, fu lui che la volle; doveva far la strada a piedi piuttosto di venirsi a cacciare in quel solo posto vuoto che rimaneva sulla giardiniera fra me e un giovanotto in cacciatora, che teneva spiegato fra le mani il Grido del popolo. Data una sbirciata a me e una al giornale, si ristrinse, si fece piccolo come preso da un freddo improvviso, per evitare il nostro contatto, e fu appunto quell'atto provocante che scatenò i miei istinti feroci. Per vendicarmi raddoppiai il suo tormento cavando di tasca e spiegando la Lotta di classe. Lo sentii fremere come un uomo a cui siano appuntate alle tempie due rivoltelle. Ah, fui spietato! Ma per poco. Un pensiero più alto mi sorse nella mente. Pensai che era stolto il maravigliarsi del lento cammino che fanno nel mondo anche le idee più grandi e più benefiche, poichè ne avevo accanto una ragione viva così evidente. Era un uomo che in tutta la sua vita, forse, non avrebbe mai letto nè un giornale nè un libro socialista, mai accettato nè voluto intendere una discussione su quella idea; che sarebbe passato a traverso a tutto questo gran movimento sociale con gli occhi chiusi e con le orecchie tappate per proposito, portando intatti in sè fino alla morte, come articoli di fede, tutti i pregiudizi più calunniosi e più insensati che contro la nuova dottrina e chi la professa aveva accolto alla prima senza ombra d'esame; che non avrebbe mai capito e nemmeno cercato se quella parola lotta di classe potesse avere un significato affatto diverso da quello che gli avevan dato ad intendere; che avrebbe sorriso di pietà se gli avessero detto che quella era una verità d'ogni tempo, una necessità storica manifesta, un fatto che è non perchè si voglia, ma perchè dev'essere, come il corso dei fiumi al mare e l'ascensione dei vapori al cielo, e che in virtù di quella lotta appunto egli possedeva quei diritti di cittadino che i suoi padri non avevan posseduti, e che quella lotta stessa egli combatteva con tutti i suoi pensieri, con tutti i suoi sentimenti e i suoi atti da che aveva l'uso della ragione. Povero Guyot! E che colpa ci aveva lui? Era in buona fede; lo sentiva proprio in fondo all'anima il ribrezzo che gli fece porgere il soldo al fattorino, sollevando il braccio con cautela per non toccare quei due fogli esecrandi in cui pensava che si predicasse lo sterminio e l'inferno! Perchè infierire contro chi, odiando noi, crede sinceramente di odiare la perversione e il delitto? E questo pensando, mosso da un senso di pietà, ripiegai il giornale e me lo misi in tasca. Nello stesso punto il giovanotto discese, Guyot prese il suo posto subito per iscostarsi da me, e tirò un respiro di sollievo, come un crocifisso distaccato dalla croce. Non gli restava più accanto che uno dei ladroni.
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Dopo quella mattina, per tre giorni, trovai la carrozza di tutti sotto l'influsso di Venere. Come accade in certe passeggiate sul lastrico, che da quando s'esce a quando si rientra in casa ci si vede volteggiare intorno l'amore come se al mondo non ci foss'altro, così segue qualche volta nelle passeggiate in tranvai che per un certo tempo, ad ogni corsa, e più volte in ogni corsa, ci batte l'ali sul viso, come per tentare noi pure a farci canuto spettacolo, il monello divino, che moltiplica i popoli e ingrullisce i ministri. La prima volta fu su quell'ultimo tratto del corso Casale, dove, correndo all'ombra dei grandi olmi che scendono fino alla sponda, si vede tra i fusti allineati, come per i vani d'una selva di colonne, luccicare il Po, sparso di barchette di pescatori e di birichini natanti. Qua e là, sulle panche della giardiniera, eran seduti un bersagliere, un vecchio signore arcitinto, due musicanti con le trombe fra le ginocchia, una contadina con un coniglio fra le braccia; e nel mezzo una ragazza e un giovanotto, che ai primi gesti riconobbi per sordomuti, stretti in colloquio amoroso. Amoroso, fuor di dubbio: gli occhi languidi e le guance infiammate di lei lo dicevano. Aveva l'aspetto d'una giovane di bottega: un viso largo, ma d'espressione infantile, un sorriso strano, come di chi sorrida soffrendo, ma simpatico; un busto forte e ben formato. Lo spettacolo era nuovo per me e lo potei godere a tutt'agio. Avevo osservato altre volte quella mimica misteriosa di magnetizzatori e di cabalisti, quei gesti vaghi di chi disegni nel vuoto o cacci farfalle o mova le dita sopra una tastiera invisibile. Ma non avevo idea del colorito, della modulazione singolare che a quel linguaggio aereo può dar la passione. Nei gesti di lei, in special modo, v'era non so che di morbido e di gentile, e anche negli atti improvvisi e più rapidi qualche cosa d'intraducibile a parole, che pareva corrispondere alla smorzatura, ai languori della voce, alle note argentine e quasi involontarie che sfuggono dal petto commosso d'una ragazza parlante. La sua mano si soffermava per aria, descriveva delle curve graziose, ricadeva sul ginocchio con un abbandono stanco o una vivacità capricciosa, e il suo sguardo, mentre gestiva il giovine, invece di fissarsi nel viso di lui, accompagnava i suoi gesti, come s'egli avesse gli occhi nelle mani, con una mobilità, con una vita, con un balenìo che rendeva tutti i moti dell'animo. Quella conversazione di dita e di pupille m'attraeva, mi faceva pensare a quella singolarità d'un amore che non conosce la dolcezza delle parole susurrate nell'orecchio; che nei momenti appunto in cui la passione cerca le espressioni più ardenti e pronuncia i nomi più soavi, non può più dir nulla, nemmeno a modo suo; d'un amore in cui l'amplesso tronca ogni comunicazione del pensiero e l'oscurità separa le menti, e le dolci apostrofi di angelo, cuor mio, anima mia escono dall'anima senza musica e senza tremito e non restano nell'anima che nella forma di due mani agitate. La mimica del giovane, intanto, s'accelerava, come se allo scendere dal tranvai si fossero dovuti separare e a lui premesse d'approfittar del tempo; e lei non faceva più che dei gesti radi e lenti, quasi sempre gli stessi, come la ripetizione d'una frase o d'una parola, accompagnata da un sorriso continuo, incerto e dolce. Era una negazione? Una promessa? Un'espressione di dubbio? Tutti e due erano eccitati; ma, benchè avessero addosso gli occhi di tutti, non davano segno alcuno di timidità e di suggezione, quasi che i presenti paressero loro gente d'un altro mondo, con la quale essi non potessero avere alcuna relazione di sentimenti o di riguardi; non altro che immagini, ombre, quali erano infatti; di cui nessuna parola poteva giungere all'anima loro, come se una distanza immensa li separasse. Poi “tacquero„ a un tempo tutti e due, ed essa si rivolse a guardare prima la cascatella del Po, della quale non sentiva lo scroscio, poi gli olmi della riva, dove cantavano uccelli di cui ignorava il canto, poi le trombe dei due suonatori, che eran per lei uno strumento misterioso come un apparecchio elettrico per un selvaggio. Quando il tranvai entrò in piazza Vittorio Emanuele riattaccarono una conversazione affrettata, in cui pareva ch'egli facesse a lei una calda raccomandazione, e lei lo rassicurasse; poi, all'imboccatura di via Po, essa fece fermare, gli strinse la mano e discese, avviandosi verso i portici; ed egli si spinse all'estremità della panca e la seguitò con gli occhi, con un sorriso singolare di curiosità amorosa e pietosa, fin che disparve. Il fattorino, che stava sulla pedana accanto a lui, gli fece un cenno del capo socchiudendo un occhio, come per dirgli: — È la tua bella, eh, briccone? — Ma rimase stupefatto quanto me udendosi rispondere con voce piena e con perfetta pronuncia, in accento affettuoso di compassione e di rispetto: — Povra fia! (Povera ragazza!) — Essa sola era muta.
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