E non serve fargli animo; egli segue il corso dei suoi pensieri senza badare alle mie parole, esclamando di tratto in tratto, con accento di profonda pietà per sè stesso: — Ah, povero Giors! — Quello che lo tormenta di più è di dover restar lì al freno mentre essa è là, senz'assistenza, a rodersi l'anima perchè la casa è in disordine e i piccini son per la strada e lui non troverà pronta la colazione. — Eppure, come si fa a perder la giornata? Come si fa? Bisogna ben mangiare, prima di tutto! — E ripete dopo un po', come se avesse scoperto allora quella verità: — Già, bisogna ben mangiare.

E poi riprende l'elogio della moglie, ricorda atti suoi di bontà, sacrifici fatti per la famiglia. Anni sono, quando egli era senza impiego e senza aiuti, e avevano già un bimbo di due anni, che stentavano a nutrire, una sera, rientrando in casa con un po' di legna che era andata a prendere alla parrocchia, la povera donna vacillò e gli cascò quasi fra le braccia. — Cos'hai? — le domandò. Si mise a ridere: era passata da Catlinin, una sua amica che teneva un banchetto di liquori, e, invitata a bere, ne aveva mandato giù un sorso di troppo. — Ah, non è vero! — disse lui; — fa sentire il fiato. — Che! niente. — Tu hai digiunato! — E allora a lei era scappato da piangere. Non aveva mangiato in tutto il giorno per empire il marmocchio. — Ma se ci fu verso di farglielo dire!... No, non ce n'è un'altra compagna. Ah, povero Giors!

In quel punto fermò per lasciar salire un signore e rimise subito i cavalli in moto. Ma quegli strepitò e fece rifermare: — Ma non vede, corpo di...., che ha ancor da salire mia moglie! — Poi, guardatolo bene in viso, soggiunse fra i denti: — La mattina almeno non dovrebbero bere.

E Giors, con una mitezza che mi commosse più di quanto aveva detto fino allora, — Ca scusa — rispose; — non avevo proprio visto. Eh, ho la testa per aria.

E ripartito che fu, disse di nuovo a mezza voce, tentennando il capo e guardando lontano davanti a sè: — Già, e cosa faccio io se mi manca?

*

Poi, per vari giorni, trovai qualcuno dei miei attori quasi a ogni corsa, come se ci fossimo dati convegno. Trovai una mattina, sulla linea del Ponte Isabella, il fattorino marchese, che dedicava tutte le sue eleganze e le sue grazie a una donna non più giovane, ma d'aspetto signorile, profumata come uno zibetto; la quale lo accompagnava di panca in panca con uno sguardo morente. Era una maschera variopinta di attrice smessa, di quelle donne indiavolate, in cui ricomincia con la quarantina una seconda gioventù più matta della prima, e che per un traviamento dei sensi e della fantasia cercano le avventure al di sotto della propria classe, come certi briaconi aristocratici, giunti sul pendio del vizio, precipitano all'osteria. Ah, malcauta! Io le previdi sul belletto la traccia delle cinque dita di quella terribile bruna gelosa, in presenza della quale avevo visto il signor marchese timido e contegnoso come un seminarista....

Rividi un altro giorno il “tranvaiofilo„, l'ardente paladino della Belga.... in qual lavoro occupato! Non avevo pensato mai che la passione per la carrozza di tutti potesse salire a un tal grado d'ardore da far discendere il dilettante a dare una mano al cocchiere per rimettere sulle rotaie la giardiniera fuorviata. E con che entusiasmo spingeva, con una spalla contro il parapetto, puntando i piedi e gonfiando il collo, nell'atteggiamento d'un prodigo dell'inferno dantesco, fiammante nel viso e superbo di faticare per una “santa causa....„

Rividi il mio persecutore sonettista, che mi si venne a sedere accanto sull'ultima panca, con un sorriso d'aguzzino; ma questa volta mi salvò un operaio, seduto davanti a noi, con una pipaccia orribile fra i denti, la quale mandava in viso al poeta dei nuvoli di fumo così pestifero che, dopo avermi tossito nell'orecchio una quartina, dovette, soffocando e sagrando, rimangiarsi gli altri dieci versi per non sputare i polmoni. O imprecata Regìa italica, tu fosti almeno una volta benedetta!

E ritrovai sulla linea di Lanzo, dopo cinque mesi, quel certo erotico sereno dalla zazzera bianca e dagli occhi azzurrissimi, arieggiante un pastore evangelico, ritto in fondo a una giardiniera occupata quasi tutta dalle alunne d'un collegio, dai quattordici anni ai diciotto, vestite di color lilla, con una mantellina minuscola di seta nera; le quali, conversando vivacemente da panca a panca e torcendo i busti snelli come solleticate da mani invisibili, presentavano ai suoi occhi il profilo grazioso dei loro nasini scolareschi e dei loro petti virginei: la sua giardiniera ideale! Oh come il suo sguardo chiaro di erotico intellettuale scorreva agile e lieto su tutte quelle spalle e su tutti quei colli adolescenti, come si tuffava in tutte quelle capigliature fresche, come nuotava in quella primavera rosata! Come si godeva i suoi dieci centesimi! Si capiva che non sarebbe disceso per cento lire. Ma, in via Milano, lo distrasse da quello un altro spettacolo anche più allettante. Mentre il tranvai andava di tutta corsa, un bel pezzo di bruna sui trent'anni, senza cappellino, con un canestro di fiori alla mano, prese l'abbrivo dal marciapiede e, adocchiato un posto vuoto in capo a una panca, spiccò un salto.... e , ritta sulla pedana, con una mano alla colonnina e il canestro per aria, nell'atteggiamento d'una cavallerizza che, passato il cerchio, ricasca sulla sella e chiede l'applauso. Era la famosa fioraia di Porta Palazzo, nota a tutti gl'impiegati del tranvai per quella sua destrezza acrobatica. Seduta che fu, in mezzo all'ammirazione delle ragazze, parve che l'erotico raccogliesse su di lei, in un con lo sguardo, tutti i suoi pensieri, e stette un pezzo così, immerso in una meditazione profonda e tranquilla, di cui sprizzava la dolcezza dagli occhi socchiusi e dalle labbra sorridenti....